Locarno 70. Recensione: WAJIB, film palestinese tra i migliori del concorso. Da palmarès

969530Wajib, di Annemarie Jacir. Con Mohammed Bakri, Saleh Bakri. Concorso internazionale.
969529Struttura solidamente tradizionale, linguaggio e stile altrettanto. Se cercate un cinema che osa, questo non è il vostro film. Wajib è però, nella sua forma di classico wedding movie, una finestra, e anche di più, spalancata su un modo scarsamente conosciuto e raccontato come quello dei palestinesi d’Israele. Nazareth: un padre gira insieme al figlio per la città a consegnare a parenti e amici l’invito alle nozze della figlia. Ed è il pretesto per entrare in molte case e in molte vite, e in storie parecchio illuminanti. Solo un po’ lungo e ripetitivo. Ma Wajib, se in giuria trova l’onda giusta, potrebbe vincere qualcosa. Ed è uno dei pochi film di questo Locarno che potrebbero trovare un pubblico in Italia. Voto 7+
969525Facile dire film palestinese. Ma cosa intendiamo per film palestinese? Che sia prodotto nei territori dell’autorità palestinese (i quali, come si sa, non sono un’entità statale ufficialmente riconosciuta)? Che autori e attori siano palestinesi dei territori? E se sono invece palestinesi di nazionalità e passaporto israeliano – non tutti sanno, anche se tutti dovrebbero saperlo, che in Israele vivono almeno 600mila arabi – che marchio dobbiamo imprimere al film? Ecco un caso in cui l’attribuzione di un’identità nazionale è particolarmente complessa. Ma ormai è difficile trovarla per qualsiasi film, visto che le coproduzione sono la regola, lo stesso la multinazionalità del cast e della crew. Forse il criterio migliore, anche se il meno oggettivo, è di stabilire la nazionalità di un film sulla base della sua identità culturale, etnica, di lingua. E allora Wajib è assolutamente, indubitabilmente palestinese.
Siamo a Nazareth, città araba in territorio israeliano (ma con periferie e nuovi insediamenti sempre più massicciamente ebraici). E il mondo che si va a indagare in corso di narrazione è tutto e solo plaestinese, ed è un mondo, messo sotto la lente dalla regista Annemarie Jacir, che si rivela assai più sfrangiato e pieno di sfumature di quanto l’informazione media ci fornisca, e di come venga descritto attraverso la gabbia della politica e dell’ideologia. Annemarie Jacir appronta un’abbastanza classica wedding comedy, ma ne fa lo strumento e il pretesto per entrare nella vita di una città e di una comunità, per mostrarcene usi, costumi e tratti antropologici, la sospensione e la divisione tra nostalgie tradizionaliste e una modernità spesso ottusamente adottata nelle sue forme più esteriori. E ancora, le complicate relazioni con gli israeliani, le diverse opinioni e il diverso schierarsi rispetto al nazionalismo palestinese e antisraeliano. E moltissimo altro ancora. Tutto nei toni sorridenti, almeno nella prima parte, della commedia di modi, costumi, caratteri, molto ben scritta, e solo un filo troppo lunga e ripetitiva. Ma Najib è assai godibile, centra parecchi bersagli, sa intrattenere e soprattutto sa aprire una finestra su una palestinità assai quotidiana, lontana da quel cliché da eterna intifada in cui è stata costretta da ideologie e anche pregiudizi.
Allora: un padre di nome Abu Sahid fa con il figlio trentenn il giro di parenti e amici per consegnare a mano, secondo la tradizione, gli inviti per le nozze della figlia. Abu Sahid è uomo intelligente, amato e rispettato. E non fanatico. Insegnante da decenni nella locale scuola, ha tirato su generazione di ragazzi, per strada molti lo fermano, lo salutano, ricordano, lo ringraziano. Ma su di lui pesa anche una riprovazione sociale che sa comunque sopportare con dignità. Sua moglie, la madre dei suoi due figli, l’ha lasciato molti anni prima per andarsi a sposare in America un altro uomo. Un’onta per un maschio arabo, ma Abu Sahid è troppo intelligente e pragmatico per autodisprezzarsi. Quei due figli li ha allevati da solo, non ha perdonato la moglie, ma non coltiva desideri di vendetta. Il figlioo, architetto, da tempo si è trasferito a Roma, dove ha trovato lavoro e si è fidanzato con la rampolla di un esponente della nomenclatura politica palestinese, esiliato da Israele, ed è interdetto non solo a lui ma anche alla famiglia tutta di tornare a casa.
È dicembre, di lì a qualche settimana sarà Natale, le case sono addobbate, albero e presepe, dal che scopriamo che Abu Sahid è un palestinese cristiano, e come lui lo sono gran parte dei parenti cui va a consegnare l’invito. Sconcerto in corso di press screening qui a Locarno, e subito dopo si son sentite cose tipo: ma come, ci sono arabi cristiani? e ci sono arabi in Israele? e ci sono arabi cristiani in Israele? ma allora che lingua parlano? l’israeliano? (intendendo, gli sciagurati: l’ebraico). La sagra della più crassa ignoranza, oltretutto soddisfatta e orgogliosa di sé. Ma passiamo oltre che è meglio.
Nel loro girare a distribuire inviti (in puro Nazareth-style, autoironizza il figlio europeizzato al telefono con un qualche amico straniero o con la fidanzata: non ricordo) incontrano zie savie e zie matte con l’insana passione dell’interior decoration di gusto un filo greve-mediorientale con tanto di uccelli liberi per casa. C’è la ex ragazza del figlio e la compagna di classe del padre ancora innamorata di lui. C’è la casa vuota di chi si è arruolato nell’Isis (detto giustamente, all’araba, Daesh), e ci sono amici vari, ex amici, quasi nemici. Un mondo comunque separato da quello degli ebrei israeliani o che con loro ha soltanto rapporti funzionali. E quando il figlio vede in un caffè due soldati si lamenta di quell’intrusione  in uno spazio tradizionalmente palestinese, mentre il padre bonariamente minimizza. Quella palestinese d’Israele è una comunità che pare sopravvivere faticosamente ma non poverissimamente, espropriata di parti sensibili della propria identità ma non doma. E il senso di umiliazione, sempre stando a quanto si vede nel film, è assai diffuso, ma lo è anche la rassegnazione. Wajib ci mostra lateralmente ma con lucidità gli effetti sulle persone, sulle famiglia, sulla vita quotidiana di una situazione politica così peculiare. E sono istruttive le conversazioni, anzi le risse verbali, tra padre e figlio. Che quando si accorge di come tra gli invitati alla nozze ci sia anche un ebreo israeliano (sovrintendente alla scuola del padre) non trattiene la rabbia. Accusando Abu Sahid di voler invitare un nemico, una spia. Il padre si difende, sostiene che quell’uomo è un brav’uomo ed è suo amico, e che invitarlo gli può anche tornare utile.  Ci si chiede chi abbia ragione: il figlio intransigente che però vive lontanto, all’estero e può permettersi quella purezza ideologica, o il padre saggio, che è rimasto a Nazareth, ha dovuto tirar su da solo i figli e ha dovuto fare i conti con la realtà e mediare con Israele? Il padre accusa il figlio di astrattezza ideologico, il figlio accusa il padre di connivenza com l’oppressore e, quasi, di collaborazionismo. Se posso dire la mia, trovo più convincente il padre. Soprattutto quando punta il dito contro i signori della nomenclatura palestinese (OLP, insomma), come il consuocero, mandati in esilio da Israele ma che in esilio vivono nei privilegi, spesso anche economici, e circonfusi da un’aureola di martirio che apre loro tutte le porte a livello internazionale. Accuse dure, soprattutto perché dette da un palestinese. Wajib nel suo essere cinema senza azzardi linguistici e stilistici, e nei toni apparentemente svagati e  divertiti della wedding comedy, va invece parecchio dentro non solo la questione palestinese, ma in un’antropologia, in un mondo separato ma non troppo che sta cambiando veloce al di là del suo apparente immobilismo. E sono molte le annotazioni interessanti. Come il figlio, architetto, che si lamenta di come gli abitanti di Nazareth,”una delle città antiche del mondo”, la stiano imbruttendo e degradando con interventi edilizi di orrenda modernità e plastica dappertutto. Ma anche la sottotrama del problema familiare – il figlio giustifica e difende con foga la scelta della madre di abandonare Nazareth e la famiglia, mentre il padre non ha ancora smaltito il trauma – ci racconta parecchio. E poi ci sono loro due, gli attori protagonisti, Mohammed Bakri e Saleh Brakri, padre e figlio nella vita, e tutti e due un mito della scena palestinese. Mohammed, pure regista, ha anche lavorato in film europei e americani (Hanna K. di Costa Gavras, Private di Saverio Costanzo, vincitore proprio qui a Locarno). Lo stesso dicasi di Saleh (era il killer di Salvo), di una bellezza e magnificenza fisica con cui poche star internazionali possono reggere il confronto. Vederli insieme è un piacere in più di questo film.

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