Locarno 70. Recensione: CHARLESTON di Andrei Cretulescu. Stavolta il cinema rumeno non convince

965473969302Charleston di Andrei Cretulescu. Con Serban Pavlu, Radu Iacoban, Victor Rebengiuc. Concorso Internazionale.
965448Stavolta non si toccano le vette di un Mungiu o di un Puiu, anche se Charleston resta un prodotto rispettabile del cinema made in Bucarest. Prodotto minore e non così riuscito. Un neovedovo si vede arrivare in casa uno sconosciuto. Il quale gli rivela di essere stato l’amante della defunta. Scazzottata. Poi strana solidarietà tra i due maschi. Un buddy-buddy movie sul filo del grottesco già pronto per un remake a Hollywood. Buonissima l’idea. Peccato che la paradossale alleanza tra i due non venga mai esaurientemente spiegata in sede di sceneggiatura. Ed è il limite del film. Voto 5 e mezzo
965467Adoro il cinema rumeno, dominatore di molti festival, ma questo Charleston presentato in concorso, pur qua e là molto brillante, non è così centrato e compatto, non all’altezza almeno delle mie forse smodate aspettative (è che dagli autori di Bucarest e dintorni mi aspetto sempre capolavori o giù di lì, come dagli allievi più dotati, ecco). Opera prima di un quarantenne, Andrei Cretulescu, con eccellente curriculum e molti corti alle spalle, compreso uno, Ramona, premiato alla Semaine de la critique a Cannes. Autore di un cinema, almeno da quanto si vede da Charleston, abbastanza lontano da quel neo-neorealismo del maestro Mungiu, se mai più affine al grottesco di Corneliu Paramboiu o del decano Cristi Puiu. Però virato su toni lurido-punk e a tratti tarantiniano-giovanotteschi che lo rendono abbastanza unico da quelle parti. Girato come si deve, intendiamoci, interpretato anche meglio da due attori sempre in scena che ci danno dentro in un duello che finisce alla pari. Ma è la sceneggiatura stavolta a non funzionare, con vistose smagliature, benché mimetizzate da dialoghi smaglianti e insieme feroci, e e da invenzioni che strappano anche l’applauso (vedi l’intermezzo tra i due tempi: un balletto sgangheratamente sincronizzato dei due che più che il charleston del titolo ricorda le performance storiche delle gemelle Kessler. E chissà che Cretulescu non le conosca, visto che in chiusura di film ci fa vedere e sentire un band suonare in un hotelaccio la cover italiana di Milva di Little Man di Sonny and Cher, che è roba degli stessi anni).
Bucarest. Una giovane donna, Ioana, finisce – è la scena iniziale, quindi per favore nessuno urli allo spoiler – sotto una macchina e muore. Interno della casa di lei, con il vedovo poco più che quarantenne Alexandru frastornato e distrutto: non esce più, alcol in dosi eccessive anche per le consuetudini est-europee, abbrutimento progressivo e inarrestabile. Bussano. Un tizio, più giovane di lui, genere ragazzo ammodo con aria che un tempo si sarebbe detta da travet (oggi da nerd), occhiali e capello allisciato e pettinato con la riga, insomma l’opposto del vedovo-orso, si presenta: salve, mi chiamo Sebastian, sono stato l’amante di tua moglie negli ultimi cinque mesi. Segue immediato cazzotto del tradito. Ma quello strano incontro produrrà un sodalizio che sopravviverà sorprendentemente alla rivalità da maschi alfa (anche perché Sebastian è più beta) e aiuterà entrambi a elaborare il famoso lutto. Ora, idea notevole, che il cinema americano potrebbe subito agguantare per un remake. Il guaio è che la paradossalità della situazione abbisognerebbe di una qualche spiega in più e di una sceneggiatura, di una tessitura in grado di renderla credibile. Invece, nella cruciale scena (da cui dipenderà tutto il film) dell’incontro tra i due, Cretulescu non ci fa capire come mai Sebastian vada da Alexandru – le motivazioni addotte sono insufficienti o inconsistenti – e ancora meno ci fa capire come il rude Alexandru, pur dopo avergli assestato qualche cazzotto (il minimo sindacale in casi così), se lo tenga poi in casa. Ci sarebbe stato bisogno di maggiore sottigliezza e profondità, di caratteri meno rozzamente delineati. Di più cura delle implicazioni sotterranee, di più allusioni, sottotesti, non-detti. Invece Cretulescu giovanottisticamente punta sull’esteriorità, su un clima di facile surrealtà e assurdo (siamo in fondo nel paese di Ionesco, no?), sulle battute acchiappapaltea (Alexandru che presenta il compare Sebastian come “l’amante di mia moglie”). E gioca abilmente la carta del buddy-buddy movie, della coppia maschile di uguali e diversi, uno corpulento e orchesco l’altro esile e apparentemente fragile. Purtroppo non ci si crede mai, all’amicizia tra i due. Charleston si porta dietro un che di artificioso, di precostituito, anche di teatrale, o da sit-com, strutturato com’è per accumulo di singole scene abbastanza irrelate tra loro. Resta un senso di desolazione, questo sì da cinema rumeno maggiore, di vite fratturate e come in esilio da se stesse. Con meno piacioneria Charleston sarebbe stato un ottimo film. Dimenticavo: c’è un’altra presenza italiana di un certo peso oltre alla canzone di Milva, una 500 (quella vera, anni Sessanta) rossa su cui i due si imbarcano per un viaggio.

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