Locarno 70. Recensione: LA TELENOVELA ERRANTE, il film postumo di Raul Ruiz. Telenovela Cile

974886La telenovela errrante, di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento. Con Luis Alarcon, Patricia Rivadeneira, Francisco Reyes, Consuelo Castillo. Concorso Internazionale.
973010Perso, ritrovato, adesso restaurato e montato dalla moglie Valeria Sarmiento, che cofirma la regia. Riaffiora, postumo, un film del 1990 di Raul Ruiz: il Cile raccontato in forma di telenovela. Si ammirano la messinscena e la capacità mimetica del regista nel riprodurre i modi delle soap latinoamericane. Ma i frammmenti restano irrelati, manca il frame in cui inserirli. E si fatica enormemente a orientarsi in questo film-labirinto (e a cogliere i riferimenti al Cile). Sarebbe stato più saggio presentarlo fuori concorso, come si è fatto quest’anno a Cannes con il film postumo di Kiarostami. Voto 6 (voto neutro che sta per: impossibile valutare un film mai concluso dal suo autore).
973014Il film più indecifrabile di questo Locarno. Girato da Raul Ruiz nel 1990 in una settimana con un pugno di amici, perlopiù inetellettuali cileni come lui. Mai uscito. Creduto perso. Ritrovato. Adesso ripreso e montato dalla vedova Valeria Sarmiento. Un evento. Ma perché metterlo in concorso? Un film che Ruiz non aveva concluso o, almeno, su cui non aveva apposto il proprio sigillo. Sarà dura per la giuria non dargli un premio, che lo meriti o meno. Si doveva fare come a Cannes con il film post-mortem (peraltro spiazzante e bellissimo) di Abbas Kiarostami montato dal figlio, e metterlo saggiamente fuori concorso, che sarebbe stata la sua collocazione naturale. Non ho letto finora commenti né online né cartacei, ma immagino che, soprattutto dall’ala più oltranzista della critica, arriveranno devote recensioni e reverenti genuflessioni di fronte al capolavoro riesumato e salvato dall’oblio. Io dico che il film è pressoché impenetrabile, un oggetto alieno con cui è impossibile relazionarsi (ci vorrebbe la glottologa di Arrival). Se non fosse per le peraltro scarne note del pressbook si brancolerebbe nel buio. Vero che siamo abituati a tutto, e tutto abbiamo visto, dalla frantumazione-distruzione di ogni forma narrativa al cinema estatico di pura visione, ma qui viene meno ogni appiglio. Ecco, il pressbook ci informa come nel 1990 Raul Ruiz (attenti alla data e alla storia: in Cile un referendum ha mandato a casa Pinochet e ripristinato la democrazia, ma il dittatore resta ambiguamente a capo delle forze armate) vari questo film convinto che il solo modo di raccontare il suo paese sia quello della soap latinoamericana. Cito testualmente: “Il film si svolge intorno al concetto di telenovela. La sua struttura si basa sull’assunto che la realtà cilena non esista, ma è piuttosto un insieme di telenovelas“. Una telenove errante, allora, nel senso (se ho ben capito) di quattro tracce di racconto, ognuna focalizzata su un aspetto del Cile, con personaggi che possono trasmigrare da una novela all’altra. O che, mentre interpretano la loro novela, assistono al tournage o alla messa in onda delle altre (e viceversa). Rispecchiamenti, biforcazioni, finzioni. Borges in fondo non è così lontano. E però quello che vediamo sono dei blocchi di racconto, ognuno autonomo, celibe, blindato in se stesso. Anche assai divertenti e meravigliosamente girati. La capacità di Ruiz di mimare gli stilemi e i linguaggi della soap sudamericana è sbalorditiva (e, scusate, non si può non pensare alle parodie delle novelas di Anna Marchesini e degli allora suoi compagni di Trio Tullio Solenghi e Massimo Lopez). Solo che ci manca il frame in cui inserire i vari pezzi, non ne cogliamo le connessioni. Ruiz compare sul set all’inizio e alla fine, ma la sua presenza non ci fornisce nessun indizio per risolvere l’enigma. Un uomo cerca di sedurre una signora la quale gli chiede se davvero sia di sinistra, come si dice in società. Un’allusione al Cile post-Pinochet? O pre-Pinochet? E ancora: due tizi forse dei servizi segreti o forse dell’ancora più segreta polizia del regime vengono ammazzati da (si presume) due resistenti, ma sarà solo l’inizio di un paradossale massacro a catena. Segue un siparietto di classico qui pro quo, con un uomo che cerca via della Conception ma lo si indirizza verso un signora che si chiama Conception, con esiti surreali. Che dire? Che l’operazione di recupero è meritoria e sacrosanta. Ma il film lo si sarebbe dovuto presentare, come si fa con certe edizioni filologiche di testi letterari, in edizione critica, con tanto di adeguata presentazione, con glosse e apparato di note. E non in concorso a un festival.

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