Locarno 70. Recensione: EN EL SÉPTIMO DIÁ chiude il concorso (può un film tradizionalmente narrativo come questo vincere qualcosa?)

971753En el séptimo diá, di Jim McKay. Con Fernando Cardona, Gilberto Jimenez, Alfonso Velazquez, Abel Perez. Concorso Internazionale.
971757Sette giorni nella vita di José, giovane immigrato messicano a Brooklyn. La domenica deve giocare la partita finale del campionato di futbol della comunità, ma il padrone lo ha precettato al lavoro. E se non si presenta, sarà licenziato. Il fim segue lo sbattimento di José per trovare una soluzione. Ed è anche l’occasione per penetrare in una comunità di immigrati e raccontarla. Film in apparenza troppo semplice per i sofisticati palati da festival (“vuoi mettere con Raul Ruiz?”), e invece non così trascurabile. Con una macchina che non fa mai sentire la propria presenza, non è mai soverchiante. Al contrario di tanto cinema alto. Voto 6 e mezzo
971759L’ultimo press screening del concorso (ho bucato ieri quello di Gli asteroidi, unico italiano in corsa pe il Pardo, per vedermi finalmente Le vénérable W. di Barbet Schroeder, e ne valeva la pena: sicché il film di Maccioni lo recupero oggi in proiezione per il pubblico), e non un applauso, quache sbuffo di noia, generale indifferenza. Eppure si tratta di un film assai godibile, un ritratto alla Ken Loach, ma con un più di leggerezza e meno enfasi ideologica, di un pezzo di working class di Brooklyn, una piccola comunità di immigrati messicani, alcuni con papeles, altri in attesa di regolarizzazione se mai ci sarà. Con una bella idea narrativa che evita l’effetto letale del puro cinema di impegno o del docu etnografico. Impeccabilmente girato, e però con una macchina da presa che non fa mai sentire la propria presenza, mai soverchiante, mai protagonista, con un senso di verità dentro che è del migliore cinema indie americano. Eppure snobbato dai malmostosi cinefestivalieri. Certo, dopo giorni e giorni di cose ad altissimo tasso di complessità e sofisticazione, di Raul Ruiz postumi e incompiuti (e incomoprensibili), di documentari che sembrano horror (e viceversa), di estenuanti piani sequenza onde restituire in tempo reale tranches di vite derelitte in ogni angolo del globo, ormai non hai più i recettori per un film come questo. Ben costruito, ben raccontato, di impianto tuttosommato classico nonostante l’ibridazione tra cinema del reale e fiction che fa molto film da festival. Anch’io per una mezz’ora almeno ho sbuffato di fronte a tanta semplicità, poi mi sono arreso, mi sono fatto coinvolgere dal protagonista, dai suoi snatimenti quotidiani, dalla sua passione per il calcio. Il calcio giocato, mica solo guardato. Che è più di una passione, è un segno identitario del suo gruppo, della comunita di Mex in New York.
José vive in un minuscolo appartamento diviso con altri connazionali immigrati (e quando arriva uno nuovo, stremato da giorni di viaggio, si mette giù un materasso, un tappeto, e via). Lui ha almeno un lavoro decente, delivery man in bicicletta di un ristorante con padrone (non ispanico) alquanto stronzo. Gli altri puliscono cessi, vendono spugne e altra robaccia per strada, lavano piatti. Un pugno di maschi compatti, autorganizzati (sono i maschi soli che tendono a lasciarsi andare, quando invece condividono con altri la stessa casa tirano fuori la casalinga che  c’è in loro spartendosi pulizie, spesa, cucina, lavaggio e stiro ecc.), Poi c’è il calcio, come no. José è la piccola star dei Puebla, equipo che partecipa a un campionati tutto interno alla comunità. Vincono la semifinale, devono disputare la domenica successiva la finale. Sognando una vittoria che è anche, ovvio, un riscatto sulla qualunquità di ogni giorno. E però Steve, il padrone di José, lo precetta al lavoro per quel giorno fatale, proprio per la domenica, il settimo giorno. Ha una festa di gente con soldi lì mel locale e non può rinnnciare a lui: e se non ti presenti ti licenzio. Che fare? José diviso tra lavoro e futbol. Che se gioca la partita perde il lavoro e addio soldi e sogni di ricongiungimento con la mogie, natualmente incintissima laggiù in Messico. Il film, scandito dai giorni che passano, ci mostra José nella tenaglia del dubbio, in cerca disperata di una soluzione. Meglio non dire di più. Se all’inizio En el séptimo diá sembra troppo semplice e troppo povero per i nostri palati adusi alla più alta e esibita autorialità, poi ci si lascia prendere, ci si affeziona a José, uno di quei proletari buoni e incasinati di cui il cinema neorealista e neo-neorealista ci ha fornito infiniti esempi. Non succede granché, ma – e qui si vede l’abilità del regista Jim McKay – non ci si annoia mai, perché qusta settimana nella vita di José diventa l’occasione per dirci e mstrarci oarecchio della vita di un immigrato a Brooklyn. Senza lagne, senza prediche né tontruanti proclami ideologici, e senza indukgere a quel correttismo politico che è la morte di ogni narrazione. Un quadro tra antropologico e etnografico che ci racconta più di certe inchieste giornalistiche. La centralità della religione e dellaparrocchia (come, un tempo, nelle comunità irlandesi e italiane). Le diffioltà per arrivare in America e restarci. Le famiglie divise. Per fortuna ci sta il pallone. En el séptimo diá è anche un bel film sul calcio, genere che stranamente non ha mai avuto molta fortuna al cinema. Coproduce, insieme al regista Jim McKay, Michael Stipe. Dice qualcosa? Sì, lui, il frontman dei R.E.M.

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