Locarno 70. Recensione: GLI ASTEROIDI è l’unico italiano del concorso, ed una delusione

971960Gli Asteroidi di Germano Maccioni. Con Riccardo Frascari, Nicolas Balotti, Chiara Caselli, Pippo Delbono, Alessandro Tarabelloni, Adriana Barbieri. Concorso Internazionale.
971966La chiamano la banda dei candelabri, rubano nella chiese. Sono ragazzi variamente sbandati, variamente in rotta con le famiglie, manovrati da un torvo mandante. Siamo in un’Emilia che non è più quella rossa di una volta. Sparita ogni solidarietà di classe, resta solo il nichilismo. Un film che mescola noir, family drama, racconto di formazione, ma che non ce la fa a tenere insieme i pezzi, soprattutto quando si avventura in quella contaminazione con i generi oggi dilagante, e non sempre necessaria. Voto 4 e mezzo
971964Ma scusate, perché è stato messo in concorso in quota Italia questo goffo, malriuscito e indeciso a tutto Gli Asteroidi al posto di Easy, commedia di insolita finezza e di belle idee collocata invece nella sezione seconda Cineasti del presente? Non conoscevo prima di Locarno Germano Maccioni, il regista di Gli Asteroidi, non avevo visto i suoi precedenti documentari, uno dedicato a Giovanni Lindo Ferretti (e lo vorrei recuperare: per Ferretti, of course). Ma questo suo primo lungo di fiction, spiace dirlo, non è gran cosa, per usare un garbato eufemismo. Racconto di formazione, storia nera di provincia, crime story, family drama con difficili rapporti madre-figlio e padre-figlio, insomma si miscela tutto con parecchie strizzate d’occhio al cinema di genere, anzi dei generi come fa figo adesso. Solo che Gli Asteroidi va da tutte le parti, ovvero da nessuna parte, un po’ qua un po’ la, senza imboccare mai una strada. E, Dio mio, che dialoghi inudibili, che battute (“ero il miglior topo di appartamento della Bassa”: ma si può?). E musica e cultura – il violoncello, Montale – buttati lì a segnalare il sublime della vita, ché una vita alta e nobile è possibile oltre il fango e la merda in cui si dibattono i protagonisti. E la banda dei candelabri! Oggi, nella Bassa emiliana! Ma è mai possibile che degli sbandati come quelli che Maccioni ci mostra si mettano in testa di potersi arricchire rubando nelle chiese? Che saranno almeno quarant’anni che giustamente i parroci – quei pochi rimasti, e in quelle poche chiese rimaste ancora aperte (e, se aperte, comunque part time) – han ritirato ogni cosa di un qualche valore, e se proprio non han messo gli allarmi, almeno han chiuso gli ori in sacrestia. Invece qua no, tutto a portata di razzia. Un ragazzo maligno e guasto dentro di nome Ivan, perfetto nome da comunismo emiliano di una volta, e il suo amichetto di buona famiglia ma roso da tormenti, l’incube e il succube, il marcio e il traviato, rubano i suddetti candelabri (per Ivan è l’ennesima volta, per il buon Pietro è la prima) agli ordini di un torvo mandante-pizzaiolo, scellerato puparo di quella vita criminale di provincia, cattivissimo maestro (è Pippo Delbono, ormai specializzato nel repertorio di occhiate oblique e silenzi minacciosi, vedi anche La ragazza del mondo). Le news locali raccontano le imprese della banda degli altari – altro che Igor – , e non si capisce come i carabinieri, che di sicuro conoscono da sempre fatti e misfatti di tutti, non riescano a beccarli.
Rubare in chiesa: Dio mio, che roba da tossici anni Settanta. Invece qui siamo nella Emilia di oggi, ovviamente con frattura generazionale irrimediabile e decadenza cultural-economica, e i valori di lotta e solidarietà di una volta chissà dove sono finiti. Papà sindacalista con passato si intuisce comunista e figlio, che è poi Ivan, che la fabbrica no, mai, io babbo mica voglio fare la tua vita da sfigato: quindi via a spacciare e rubare. Quante volte l’abbiamo vista questa storia a molte se non tutte le latitudini? Si continua con un andamento da Tarantino della via Emilia, naturalmente senza averci la coerenza e il coraggio di andare fino in fondo. Ma il peggio sta nel côté fantastico con ambizione di metafora. Un asteroide si avvicina alla Terra a significare la fine di un mondo, l’amico numero tre del gruppo, che è poi l’unico personaggio sopportabile, un po’ mattocco, sente che quel corpo celeste porterà la catastrofe, e qui precipitiamo in piena Melancholia di Lars Von Trier. Francamente, si rimpiange quando il cinema che si pretendeva d’autore (o di impegno, o di denuncia) non flirtava con i generi, e si limitava, a raccontare storie come questa con sano realismo, concretezza e zero fronzoli. Quanto a Gli Asteroidi, è solo l’ultimo di una lunga scia di titoli, cominciata nei tardi anni Cinquanta ((I vitelloni, Les tricheurs, I delfini, I basilischi, ecc.), che ci provavano a ingabbiare, a sintetizzare in una definizione veloce e brillante la condizione di giovani sbandati, tentati dal crimine, ribelli senza causa. O semplicemente insabbiati, indolenti, irrisolti (è il caso dei film della Wertmüller e Fellini). Tra la Rimini dei Vitelloni e la parte di Emilia raccontata da Maccioni in fondo non ci sono tanti chilometri, solo che quelli erano innocui, questi son più pericolosi e allarmanti, muovendosi in quel nichilismo di massa, in quel vuoto pneumatico che è il nostro qui e ora. Se c’è qualcosa di interessante è quel senso di Emilia perduta, di un mondo tramontato, senza più case del popolo e senza nemmeno più il popolo, dove si balla ancora il liscio, dove magari ci si vede ancora da Mario o al Roxy Bar, ma senza più crederci. Fine di un’antropologia.
Avendolo perso ieri in press screening per recuperare un film che inseguivo da Cannes (Le vénérable W. di Barbet Shroeder: importante, imperdibile nel caso vi capitasse), il film di Maccioni l’ho visto solo questo pomeriggio alla proiezione per il pubblico. Molta, molta gente nonostante il brutto tempo. Carlo Chatrian a introdurre screening, regista e attori. Alla fine un grande applauso. Perché Gli Asteroidi dopo ‘il crudo ritratto di una generazione senza valori’ svolta in un finale (che non dirò, ci mancherebbe) edificante e conciliante, altro che cinema ribelle. Dimenticavo: canzoni originali dei coolissimi Lo stato sociale, e sembra di sentire un Vasco alterato, e non dei migliori. Attori che un tempo li si sarebbe detti acerbi, oggi verrebbe da dire peggio. Però Cosmic (inteso come il ragazzo che lo interpreta) è bravo, e la ragazza, Adriana Barbieri, è bellissima. C’est tout. Viva Easy.

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