Locarno 70. I vincitori di Cineasti del presente: Pardo d’oro al bulgaro 3/4

Il film bulgaro vincitore, '3/4 (tre quarti)'

Il film bulgaro vincitore, ’3/4 (tre quarti)’

Non soltanto il Pardo a Wang Bing e al suo Mrs. Fang. Tra i premi ufficiali di Locarno 70 ci sono anche quelli della sezione Cineeasti del Presente (e altri ancora), la seconda nel ranking del festival, quella più votata alla scoperta, allo scouting. Almeno fino a quando qualche anno fa è stata istituita Signs of Life, ancora più sperimentalista (e si sarebbe detto un tempo: sorpasso a sinistra). Che le due un po’ cozzano, e si stenta a capire l’inclusione di certi titoli nell’una piuttosto che nell’altra. Per dire, il dominicano Cocote vincitore ieri di Signs of Life, perché non è stato messo lì e non in Cineasti del presente? Ma andiamo con la lista dei premi della sezione, assegnati dalla giuria presieduta dal regista egiziano Yousry Nasrallah (allievo del leggendario Yussef Chahine). Giuria di cui faceva parte anche Paola Turci. Un palmarès che colpisce per l’audacia, privilegiando, tra tanti film alieni da ogni medietà proposti dalla selezione, i più radicali. Non condivido tutti i premi, ma dico sì al coraggio. Avercene di giurie così. I cinque del palmarès – tre premiati, due menzionati – li ho visti tutti, riuscendo però a recensirne solo due. Spero in tempi brevi di colmare la lacuna. Intanto per ogni titolo un (necessario) commento. Anzi ua recensione corta.

Pardo d’oro Cineasti del presente
3/4 (Tre quarti) di Ilian Metev

Il regista Ilan Metlev (foto Locarno Festival/Marco Abram)

Il regista Ilian Metev (foto Locarno Festival/Marco Abram)

Una famiglia a Sofia, Bulgaria. Il padre e i due figli, sorella maggiore aspirante pianista e fratello minore ragazzino. Madre scomparsa. Macchina da presa a seguire ora l’uno ora gli altri, preferibilmente però il ragazzino, in interminabili piani sequenza, un trionfo del walking & talking alla Linklater. Campi da gioco, viali alberati, interni intellettual-borghesi. Signori, la notizia è che a Sofia si fa del cinema tra i più radicali dell’Europa d’oggi, altro che dalle nostre parti. L’anno scorso Godless, Pardo d’oro nel concorso internazionale, stavolta questo Tre quarti che va anche oltre nella decostruzione narrativa. Immersione nel quotidiano, quel banale quotidiano che rasenta il nulla. O quello che sembra il nulla, l’insignificante. Poi succede qualcosa, e ci rendiamo conto di come quell’apparente nulla fosse un campo magnetico di forze devastanti benché invisibili. Come il disagio senza nome di un ragazzino. Finale enigmatico (no, non aperto), secondo la pratica cinematografica del non detto, dell’elidere ormai dilagante, e non da oggi, nel cinema che si pretende più avanzato. Molto Gus Van Sant dei tempi belli.

Premio speciale della giuria Cine+ Cineasti del presente
Milla di Valerie Massadian
972388Della francese Valerie Massadian ricordo il precedente Nanaa Locarno 2011, anche allora a Cineasti del Presente, anche allora vincitore di un premio. Là la lezione dei Dardenne era evidentissima, configurandosi Nana quasi come una riscrittura in chiave infantile di Rosetta, con una protagonista ancora più derelitta e deprivata. Stavolta Massadian si emancipa dall’ombra dei due grandi belgi, consolida il suo cinema della realtà, abbandona l’abuso di steadicam, di camera mobile e barcollante, e ogni immediatismo per una sintassi decisamente più elaborata. Procedendo grossomodo a blocchi, ognuno autonomo e chiuso in sé girato quasi in tempo reale, elidendo tra l’uno e l’altro gli snodi narrativi, fatti e antefatti, collegamenti. Uno di quei film che costringono lo spettatore a un lavoro faticosissimo di sutura, di connessione dei vari pezzi. E Dio sa quanti se ne sono visti in questo Locarno, da uscirne spossati. Oltretutto Milla dura le sue due belle ore e qualcosa. Titolo che coincide con il nome della protagonista, una Nana cresciuta, una ragazza che ne passa di ogni. La si segue nel suoi anni anni giovani, in una di quelle narrazioni che si fanno racconto di una vita, tracciato di un’evoluzione attraverso fasi, passaggi, cambiamenti. Con un’ambizione che non è usuale nel cinema indipendente di oggi. Minimalismo, e però proiettato, dilatato sull’arco di un’esistenza. Lo sfondo è l’Europa degli ultimi, gente svantaggiata per mancanza di istruzione, di mezzi, per ragioni di famiglia, o per scelta vagabonda. Milla lascia il suo villaggio (parrebbe sulla costa basca della Francia, ma non ne sarei sicuro) per seguire il suo ragazzo al Pas de Calais. Sono homelesss, non hanno niente se non se stessi. Si installano abusivamente in una casa di vacanza, lei resta incinta, lui cerca di guadagnarsi qualche euro imbarcandosi sui pescherecci. Poi la svolta mélo. Come diceva una canzonaccia anni Cinquanta, e la barca tornò sola. Non aggiungo altro. Quello che segue è il tentativo di Milla di sopravvivere, di farcela a farsi una vita, una vita qualunque. Massadian ripudia l’estetica volutamente sporca del cinema appiattito sull’imperfezione del reale. Cerca di costruire un melodramma freddo dove la protagonista è il film, è tutto. Ci riesce in parte. Milla è estenuante, con sequenze che mettono a dura prova anche lo spettatore meglio disposto. E con un bambino insopportabile che occupa troppo tempo, troppo spazio. Francamente, non l’avrei premiato.

Premio per il migliore regista emergente
Dae-Hwan Kim (Sud Corea) per Cho-Haeng/The First Lap
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Il cinema coreano che non è quello survoltato, adrenalinico, fiammeggiante degli action e dei crime che conosciamo. Più vicino a Hong Sangsoo di cui The First Lap sembra riprendere il nitore, la pulizia estetica che è anche etica. Ma forse il nome giusto da fare, stando sempre nel Far East, è quello di Ozu. Un family drama sanguinante e insieme trattenuto, dove la disperazione sta tutta sottotraccia, dove passioni e illusioni e delusioni sono tenute sotto controllo dall’educazione dei modi. Anche cinematografici. Una giovane coppia di Seul si confronta prima con la famiglia (borghese) di lei e poi, in un viaggio che si rivelerà decisivo, con quella (proletaria) di lui. Con una madre devastata dal matrimonio con un uomo violento e alcolista. La giovane coppia, già percorsa da incertezze, non così salda, sembra vacillare quando è costretta a guardarsi in quello specchio oscuro. Si sta molto a tavola, come spesso nei film coreani. Apprendiamo quanto ancora contino la tradizione e le differenze di classe. Siamo lontani dal neo-neorealismo della macchina a mano, o a spalla, selvaggia. Il regista mantiene sempre un controllo assoluto sul materiale narrativo e la messinscena. Una mdp che non urla mai, anche quando si tratta di riprendere il dramma. Premio meritato.

Menzioni speciali
Distant Constellation di Shevaun Mizrahi (la mia recensione)
964675In una casa per anziani a Istanbul, casa si presume cristiana (lo si deduce da crocifissi e  Madonne). Ospiti tra i 75 e i 100 anni, compresa un’armena che rievoca il grande massacro. Altri che sembrano uscire da un Beckett o da uno Ionesco. Intorno la Istanbul nuova, aggressiva, del cemento che avanza. Bello assai. E più passano i giorni e più mi sembra tra le cose migliori che abbia visto a questo Locarno.

Verão Danado di Pedro Cabeleira (la mia recensione)
967877L’ho detestato. Un odioso film portoghese giovanottesco, due ore di camera barcollante e ebbra a inseguire uno studente universitario belloccio e fanigottone tra bevute, fumate e inalazioni e aspirazioni nasali, feste con musicaccia e molto sesso casuale. Devo comunque ammettere che il poco più che ventenne regista Pedro Cabaleira ci sa fare, che tecnicamente questo suo antipatico film è impeccabile e lascia trasparire un talento naturale. Ero quasi sicuro che l0 avrebbero premiato in qualche modo, trattandosi di uno di quei film che, mostrandosi quale ritratto di una generazione perduta, esercitano sempre la loro attrazione su giurie e stampa. Che credono, attraverso la loro visione, di imparare qualcosa di un universo giovane lontano e estraneo. Illusione.

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