Locarno 70. Recensione: EASY, il film italiano che ha conquistato il pubblico del festival

961622961624Easy – Un viaggio facile facile, di Andrea Magnani. Con Nicola Nocella, LIbero De Rienzo, Barbara Bouchet, Ostap Stupka, Orest Garda. Cineasti del Presente. Nelle sale italiane dal 31 agosto.
961626Easy come Isidoro: un ragazzone catatonico e depresso cui il fratello furbo affida una missione difficile. Quella di portare in Ucraina, nel villaggio di origine, la bara di un muratore morto in suo cantiere. Premessa un po’ lambiccata, ma il film decolla quando imbocca la sua strada verso Est tra imprevisti e avventure picaresche. Sarà per Easy un viaggio iniziatico, un rito di passaggio. Il regista Andrea Magnani azzecca molte cose (il tono mai sguaiato, la messinscena stilisticamente consapevole, il senso forte del paesaggio), e soprattutto l’attore protagonista, un meraviglioso Nicola Nocella. Voto 7
956553Il film italiano che a Locarno è piaciuto di più, uscito dal festival con un passaparola assai favorevole che potrebbe farne un piccolo successo del nostro cinema indipendente (sarà in sala dal 31 agosto, e non perdetevelo). Purtroppo collocato nell’ostica sezione Cineasti del presente piena di cose assai sperimentaliste e spossanti, penalizzato nella corsa a qualche premio dalla sua gradevolezza, dalla sua immediata capacità di comunicare con il pubblico. Mentre, si sa, le giurie di CdP prediligono i film austeri e un filo malmostosi, anche respingenti. Difatti ha vinto quest’anno il bulgaro 3/4 (Tre quarti), lunghissimi piani sequenza di walkin’ & talkin’, linea narrativa fratturata, ampie zone di inesplicato. Non si capisce perché Easy non sia stato messo nella sezione principale, il Concorso Internazionale, in quota Italia al posto del molto deludente e goffo Gli Asteroidi. Probabilmente non sarebbbe entrato nel palmarès nemmeno lì, ma di sicuro ci avrebbe guadagnato in visibilità. E avrebbe dato del nostro cinema nuovo un’immagine meno provinciale. Fa niente, al primo lungometraggio di finzione del riminese, e un po’ triestino e ora anche newyorkese Andrea Magnani, è andata bene lo stesso. Bel film, bella sorpresa, gran successo di pubblico festivaliero (pagante) che ha fatto la fila a tutte le proiezioni. Tant’è che negli ultimi giorni se n’è dovuta aggiungere un’altra non prevista. Uno di quei film che ti fan capire come il nostro cinema (sempre che si possa dire nostro un film di un autore che vive tra Italia e America e che è una coproduzione italo-ucraina: ma questo dei film apolidi e cosmopoliti e di indecifrabile identità nazionale è ormai fenomeno generalizzato) sia nonostante tutto ancora vitale, in grado di produrre anche oltre e fuori Roma buone cose, non corrive, non asfittiche, allineate linguisticamente, formalmente, tecnicamente agli standard internazionali. Un cinema che sa andare oltre la commedia piaciona e la commediaccia corriva imperanti da noi, oltre i romanzi criminali e le gomorre e le suburre.
A Est! A Est! Easy parte se ho ben capito dal Nord-Ovest per andare in quella direzione che non è solo geografica, ma anche antropologica. Non così esplorata dal nostro cinema (viene in mente Il toro di Carlo Mazzacurati, con cui il film di Magnani presenta qualche assonanza). Co-produce e distribuisce l’udinese Tucker, che oltra che alle cose del lontano e lontanissimo Oriente lanciate al Far East Festival, spesso include in listino anche quelle che si muovono sui confini orientali italiani e là, nell’Europa che un tempo era inglobata nell’impero sovietico. Ecco, Easy è questo: una commedia agra e perlopiù sommessa, mai gridata, mai becera, che non ha niente dei soliti modi romanocentrici, niente di quella vernacolarità che è un segno, e spesso un marchio di condanna, del nostro cinema popolare. Con un interprete meraviglioso, Nicola Nocella, di corporea rotondità (ma poi non così strabordante), che punta sull’interiorizzazione, sulla sottrazione, senza quegli eccessi espressivi e la gestualità mediterranea che altrove, in altri film, avrebbero imposto al suo tipo fisico. Nocella che ha una buona parte di merito nella riuscita di Easy, impossibile immaginarlo senza di lui, in scena dalla prima all’ultima inquadratura, e mai un cedimento.
Easy sta per Isidoro, nome di assoluta italianità abbreviato e riscritto ai tempi dei social e dell’inglese elementare neolingua veicolare del mondo. Un personaggio cui non ci si può non affezionare, al centro di una storia che richiama da vicino quella del Responsabile delle risorse umane dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua, diventato qualche anno fa anche un film. Si tratta di trasportare la salma di Taras, un muratore caduto in un cantiere, nel suo villaggio d’origine in Ucraina, appena (così almeno sembra al’inizio) oltre la frontiera ungherese. Lo farà Easy, incaricato dal fratello Filo che del cantiere è il responsabile e non vede l’ora di liberarsi da quella grana. E Easy, il buon Easy, imploso da tempo in quella che è troppo facile chiamare depressione e che è solo il nome comodo e sbrigativo che si dà a una frattura esistenziale, non sa dire di no. Lui, che, campione giovane di go kart e promessa della Formula Uno, è poi caduto in una crisi irreversibile. Lui, giù virtuoso del volante, ora deve guidare un macchinone nero con dentro la bara del povero Taras. (In Yehoshua è la salma di una colf non ricordo se rumena o ucraina morta in Israele che va riportata in una parte desolatissima di Est Europa). Ovvio che il viaggio del catatonico Isidoro sarà un rito di passaggio, di iniziazione al mondo adulto che lui ha sempre rimandato ritirandosi nel suo guscio. Di mezzo ne succederanno di ogni, in un racconto tra il picaresco e il surreale (nota immancabile quando ci siano di mezzo balcanità o climi centro e est europei). Tra paesaggi – che sono più che uno sfondo, sono elementi narrativi – ora di precaria e recente e squallida modernizzazione, ora maestosamente selvaggi e naturali, ora dell’incombente, minacciosa tetraggine che solo in quella parte di continente puoi trovare – si snoda il viaggio del giovane uomo perplesso con la bara. Imprevisti. Deviazioni. Il caso e gli umani si accaniranno contro i due, intesi come il vivo e il morto (e non si può non pensare, pur nell’abissale differenza di genere e di toni al Django di Sergio Corbucci tanto amato da Tarantino che si trascina dietro nel fango una bara). Easy perderà tutto, bara compresa, ma tutto riconquisterà. Se molti lo ostacoleranno, molti gli daranno una mano, come vogliono i topoi dell’avventura picaresca. Inizialmente sperduto, il catatonico giovane uomo ce la farà a cavar fuori risorse insospettate, sopravviverà, ce la farà. Il meglio del film sta nella scoperta di Easy, e di noi con lui, di microcosmi con dentro ancora le memorie e gli squallori dell’era comunista, quella mensa enorme riciclata in ristorantaccio in un non luogo dove non passa mai nessuno. Quella fabbrica vuota e spettrale. Quei villaggi di eterna, polverosa povertà che invece sembrano risalire all’era presovietica e sopravvissuti tali e quali a ogni scossono della storia, a ogni evoluzione o involuzione. Andrea Magnani attenua il tono grottesco, rinuncia a ogni effetto da commedia piaciona, mantiene uno sguardo insieme partecipe e distanziato verso il suo personaggi, e a quanto gli si muove intorno. Con ampio ricorso a panoramiche e inquadrature a camera fissa che è scelta di stile, di un’estetica in cui a risplendere sono i paesaggi. I punti di fragilità stanno se mai nella parte finale, con una caduta in un folklorismo fin troppo facile (quelle danze che sembrano uscire da Petrushka! Come se tutto fosse rimasto immobile nei secoli dei secoli). Anche l’inizio, l’innesco narrativo, non è così ben motivato. Si stenta a credere che di un cadavere in un cantiere ci si possa liberare così facilmente, si stenta a credere che il fratello furbo affidi al fratello depresso una missione tanto complicata. Il quadro familiare, madre compresa (che è, occhio, Barbara Bouchet), sembra scombinato. Sono limiti che pesano. Ma quando Easy imbocca le strade verso Est si tira su parecchio e convince. (Si prega i giurati dei prossimi premi italiani di tener conto del film, e di non dimenticare Nicola Nocella quale migliore attore. Grazie).

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