Recensione: ATOMICA BIONDA. La spy story alla Le Carré incontra l’action thriller. Charlize Theron mattatrice

Coldest City, TheOC968999_P3001_236727Atomica bionda (Atomic Blonde) di David Leitch. Con Charlize Theron, James McAvoy, Sofia Boutella, John Goodman, Toby Jones, Eddie Marsan.
104918Il cinema pop(olare) cerca nuove strade oltre il fantasy-fantascientifico e il cartone tecnologizzato. Con Atomica bionda si tenta un incrocio transgenico tra la spy story alla Le Carré (siamo nelle due Berlino prima e durante la caduta del muro) e l’action thriller più scatenato e anche cafone. Operazione abbastanza riuscita grazie alla regia stilisticamente consapevole di David Leitch, all’estetica anni Ottanta e alla divina creatura Charlize Theron quale agente segreto in spolverini festish e capello alla Debbie Harry. Voto 7+
107575 Bel tentativo di uscire dalle secche del cinema popolare rigidamente, ossessivamente inchiavardato sui due assi dominanti del fantastico-fantascientifico-supereroistico e dell’eterno cartone animato per infanti solo lussuosamente confezionato e tecnologizzato. Almeno in questo Atomica bionda si prova (in testa la co-produttrice Charlize Theron, che giustamente si riserva il ruolo di mattatrice: se no che li si mette a fare i dané?) a battere un’altra strada, prendendo spunto da una graphic novel, che già fa figo di suo, e andando addittura a ripescare – per platee popcorn globali che nulla ne sanno, e ci vuole un bel coraggio – climi plumbei e ambigui da spy story da guerra fredda alla John Le Carré. Situando l’azione nientedimeno che nella mitologica Berlino anni Ottanta tra prima, durante e dopo la caduta del muro. Che, quando l’ho visto in anteprima, mi son chiesto che cosa mai avrebbe afferrato e capito di questa storia il pubblico giovanil-giovanottesco che non tiene pensieri e non vuole averne. In my opninion, less than zero (e va bene, datemi pure dello sporco baby boomer che non solo ruba il futuro alle nuove generazioni ma pure le sfotte). Dite che per una storia così tipo Il ponte delle spie di Spielberg il destinatario naturale in sala è il signore di mezza età accompagnato da consorte riluttante che preferirebbe una rom-com? Mica detto, perché gli audaci realizzatori di Atomic Blonde, i produttori e il regista David Leitch (John Wick 1 e 2, per dare un minimo di segnaletica), recuperano sì il vetusto genere Le Carré con spie e controspie venute dal freddo e mandate al gelo tra doppi e tripli giochi, ma lo coniugano spericolatamente con i modi survoltati, anfetaminici, chiassosi, sgargianti dell’action più cafone, e dunque acrobazie, pestoni, inseguimenti boom-e-sbrang da fumettaccio, ebbrezze ultraveloci, e naturalmente sangue, violenza coreografata e spettacolarizzata nella solita salsa pulp e pop. Con, al centro, non il consueto agente segreto, o agente e basta, tutto muscoli e testosterone spruzzato su ogni dove ma una signora, che naturalmente ci ha i muscoli pure lei e sa pestare e sparare come e meglio di ogni masculo. Nell’estate di Wonder Woman, eccone un’altra chiamata Atomica Bionda, ed è la nostra amatissima Charlize Theron, raro incrocio di supersonica bellezza e sex appeal, e di mostruoso talento recitativo (dite che esagero? allora, please, date un’occhiata a Young Adult e sappiatemi dire). La quale dopo Mad Max: Fury Road, dove ruba la scena perfino a Tom Hardy penalizzato da una mordacchia per quasi tutto il film, evidentemente ha pensato bene di mettere a frutto quanto appreso sul set con George Miller. E quale temibile Atomica Bionda se la cava bene (anche se nei corpo a corpo si intravedono un po’ troppo la tigna preparatoria, l’eccesso di diligenza di chi si è molto allenato alla bisogna, e anche la fatica, mentre manca la levità coreografica e smaterializzata dei migliori esempi del genere, maschili o femminili che siano: e penso soprattutto agli hongkonghesi e ai coreani), con quel fisico svettante e imperioso, e mica è solo questione di tacchi, e quei capelli platino assai Ottanta à la Debbie Harry-Blondie (uguale uguale). Ma è tutto il film a essere un tributo alle icone e al suono degli Eighties, con doverosi innesti del berlinese adottivo David Bowie (Under Pessure con Freddie Mercury, Cat People), e poi New Order, The Cure, Duran Duran, Siouxie and the Banshees, Blondie naturalmente, e cose tedesche o comunque germanofone come il mai dimenticato Der Kommissar di Falco (qui la lista). Con scialo di locali equivoci e sballatoni di Berlino Ovest (ma anche la parte Est dà il suo contributo underground-fracassone con del punkaccio che solo i tedeschi). In platea i figli degli anni Ottanta fremono e godono di tanta sapienza musical-filologica, mentre il regista David Leitch costruisce scene sature di luci e colori, secondo l’estetica fluo e neon, e non proprio fine, di allora. Estetica in cui Charlize, ora seminuda ora impilata in neri trench assai fetish con cocchialoni scuri d’ordinanza, si muove come una divina creatura artificiale, ma che fatica (l’estetica) un attimo a conciliarsi con quella polverosa e stinta, cupa e plumbea della Berlino Est-DDR. Leitch si trova in tutta evidenza più a suo agio quando può scatenarsi nell’estremismo dei modi e dei toni (anche cromatici), mostrando una consapevolezza stilistica non così diffusa in prodotti cinematografici non autoriali e non elitari. Nella parte più Le Carré comunqe se la cava, e nella sequenza della manifestazione di Berlino Est ce la fa a restituirci un qualcosa di quel fatto epocale che fu la caduta del Muro (scene mi pare girate a Budapest, visto che oggi la ex Berlino Est, e in particolare la AlexanderPlatz, non è certo quella di allora). La storia, senza spoiler e in breve: l’agente dell’MI6 al servizio di Sua Maestà (chi ha visto qualche Bond sa bene di cosa si tratti) Lorraine Broughton viene spedita a Berlino – siamo nei tardissimi Ottanta – per recuperare una lista compromettente di nomi su cui tutte le forze, segrete e non, operanti in città, anzi nelle due metà della città, vogliono mettere le mani. Ad aspettarla c’è l’agente sotto copertura David Percival, la sua guida designata nei paradisi e negli inferni berlinesi. Visto il genere spy alla Le Carré, sarà ovviamente solo l’inizio di un lurido gioco di qua e di là del muro, dove si fatica a capire chi stia dalla parte di Lorraine e chi no, chi sia l’alleato e chi il traditore. Una danza delle ombre mentre la DDR implode, e i padroni russosovietici cercano di giocarsi la mano definitiva della partita. Confini tra amici e nemici, tra bene e male, sempre più sfumati, e l’ambiguità stravince. Con il sospetto che dilaga e non rispamia nemmeno Lorraine. La signora agente ha nel film un solo amore ed è femmina (il lesbo più o meno chic si porta parecchio), una ragazza francese implicata nei fatti spionistici (è la rampantissima attrice-performer algerina Sofia Boutella, molto meglio qui che come spaventosa mummia del tremendo film con Tom Cruise, e lanciata quale killer letale su protesi alla Oscar Pistorius in Kingsman). Il risultato dell’operazione è buono, piuttosto originale rispetto alla media del cinema popolare cui oggi siamo abituati. Ottimo stuolo di attori intorno a Charlize: James McAvoy tra l’angelico e il demoniaco, l’adorato John Goodman, Eddie Marsan. Mi chiedevo come il pubblico medio globale avrebbe reagito di fronte a un plot non dei più commestibili, soprattutto per i teenager e i venti-trentenni del tutto digiuni di guerra fredda e relativi spionismi. Ecco, gli incassi finora non sono mirabolanti: 47 milioni di dollari sul mercato americano, 27 nel resto del mondo, a fronte di un budget di 30. Non proprio un flop, ma neanche il franco successo che forse i produttori si aspettavano. Stiamo a vedere se ci sarà un sequel.
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