Recensione. DUNKIRK di Christopher Nolan: un combat film claustrofobico di spazi immensi e immense ambizioni (realizzate)

2859492388Dunkirk di Christopher Nolan. Con Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Harry Stiles, Barry Keoghan, James D’Arcy, Kenneth Branagh, Tom Hardy, Mark Rylance, Cillian Murphy. Al cinema dal 31 agosto.
c7a9229ace18dde66d4813acc712475dbfa2706a877Nell’estate dello scontento cinematografico (incassi a picco negli Usa, con flop di parecchi blockbuster annunciati) va in controtendenza il successo di Dunkirk. Che da noi esce il prossimo giovedì 31 agosto, ma che ha già incamerato worldwide 400 milioni di dollari. Film nello stesso tempo colossale e autoriale, come riusciva solo a Kubrick. Christopher Nolan ricostruisce l’epica operazione che portò (era il maggio 1940) al salvataggio di quasi 350mila soldati intrappolati sulla costa francese di Dunkerque dai tedeschi. Combat film che è insieme fedele al genere e profondamente sovversivo. Dove gli umani diventano molecole e comparse in un immenso tutto che minacciosamente li sovrasta. Cinema della claustrofobia e della tensione senza fine, dove le sbarre che imprigionano sono il mare e il cielo. Cercate di vederlo su un grande schermo che renda giustizia al formato 70 mm voluto da Nolan. Voto 8 e mezzo
491763È l’estate del nostro scontento. Di noi che al cinema continuiamo a voler bene, e ad andarci nonostante l’invasione delle piattaforme digitali. Negli Stati Uniti si scrive esplicitamente di crisi, di flop, di débâcle. Dati tra lo sconfortante e l’allarmante. Meno 27 per cento degli incassi nella catena di sale ACM rispetto allo stesso periodo 2016. Meno 10,8 per cento dei biglietti venduti sul mercato nordamericano. Tra i disastri (o le delusioni) non annunciati al box office The Mummy, Baywatch, gli ultimi Transformers e Pirati dei Caraibi, The Dark Tower. Al di sotto dei numeri sperati anche un buonissimo prodotto come il terzo capitolo del Pianeta della scimmie, forse troppo complesso e stratificato, troppo denso di richiami per quel pubblico popcorn globale che – è un mio mantra – non tiene pensieri e neanche vuole averne. Che sia crisi di un paradigma produttivo che punta su pochissimi generi (il fantasy-fantascientifico, l’action, l’animazione per un pubblico transgenerazionale) e rischia di affondare l’industria di Hollywood, o che si tratti invece di un cambiamento profondo, di una trasmigrazione del gusto popolare verso prodotti meno seriali e standardizzati (come lascerebbe supporre il successo inatteso di Get Out), resta dibattito apertissimo e più che mai in corso. Se poi andiamo a vedere la situazione italiana c’è da avere paura, altroché, visto che siamo sotto negli euro incassati in sala del 37 per cento rispetto all’estate scorsa (per saperne di più, seguire gli informatissimi e puntuali pezzi di Robert Bernocchi su SW Cineguru).
E però in un panorama tanto desolato ecco in decisa controtendenza il caso Dunkirk, successo stentoreo da 170 milioni di dollari finora negli Stati Uniti e 400 in tutto il mondo. Per un film dal budget sì colossale di 100 milioni tondi, ma che si discosta dalla configurazione del solito blockbuster per la sua identità (stavo per dire anima, poi ho rinunciato) autoriale. Un film-spettacolo come pochi ultimamente, e come pochi avvincente, che tuttavia – e pure in questo sta la sua audacia e differenza – si inscrive in un genere desueto come il combat film, o war movie. Andando oltretutto a mettere in scena un pezzo di quella seconda guerra mondiale che le masse al di sotto dei 35 anni e anche dei 40 non sanno neanche cosa sia né tantomeno sanno collocare, confondendola con le guerre napoleoniche se non le guerre puniche. Eppure un film così ha funzionato, sta funzionando. Lasciamo che a chiedersi il perché, e a tracciare qualche risposta, siano gli esperti, coloro che scrutano ogni minima o massima oscillazione di mercato e i diagrammi e gli istogrammi del box office come un tempo gli aruspici le viscere delle loro vittime. O che Dunkirk diventi un case history in qualche dotto e lucroso (per chi li tiene) corso accademico. Accontentiamoci, intanto, di rilevare come dollari euro yen e renminbi incassati siano almeno per una volta direttamente proporzionali ai meriti. Niente da dire. Dunkirk è bello e importante, non correre a vederlo è, semplicemente, un reato.
Mi allineo all’approvazione espressa quasi all’unanimità dalla stampa anglofona (93% su Rotten Tomatoes, 94 su Metacritic) e da quella che finora in Italia lo ha recensito. Piuttosto, resta da stabilire – e solo con il tempo lo si potrà fare – la sua reale grandezza e il suo tasso di innovazione rispetto al genere di appartenenza. Facile parlarne come della definitiva sepoltura del film bellico di propaganda, almeno in Occidente (perché in Oriente, vedi il sud coreano Operation Chromite uscito da noi lo scorso 20 luglio e purtroppo subito sparito dalle sale, quel tipo di film è ancora rigoglioso: loro mica si vergognano delle proprie imprese eroiche, mica si sentono in colpa), ancora più facile inserirlo tra quei war movie che accusano la guerra in sé, come massacro inutile e ignobile, come insensatezza sanguinaria, come celebrazione dell’istinto-violenza, come gioco dei potenti sulla testa e la pelle del popolo carne da cannone. Visione pacifista e irenista di cui ci sono molti illustri precedenti, da All’Ovest niente di nuovo a Salvate il soldato Ryan passando per il kubrickiano Orizzonti di gloria. Ma Dunkirk non è esattamente questo. Anche se rifugge da ogni smaccato propagandismo resta un film intimamente pro-Britannia e patriottico, e un’esaltazione benché sommessa e understated dei valori nazionali british. Lo ha rilevato acutamente Christian Lorentzen in una delle pochissime recensioni negative, quella di New Republic, magazine totem del liberalism americano da un secolo in qua. Corre nel film sotterraneamente l’orgoglio dell’impresa, l’aver salvato in una missione impossibile, non per niente battezzata Il miracolo di Dunkirk, centinaia di migliaia di soldati – per l’esattezza 338.000 – intrappolati dai tedeschi sulla Manica sponda francese a Dunkerque (anglicizzato in Dunkirk). Orgoglio che si rivela alla fine del film nella riproposta dello storico discorso di Winston Churchill “We Shall Fight on the Beaches”. Non ci invaderanno, non prevarranno, li fermeremo sulla costa. Lorentzen ricorda come il mito di Dunkirk sia diventato al tempo del referendum antiEuropa una bandiera sventolata dai Brexiter, dunque (anche) un mito regressivo e nazionalista. Bene, quanto scrive è parecchio interessante per come va a enucleare un senso profondo e ben mimetizzato, quello del British Pride, che nessun altro mi pare abbia colto nel film di Nolan. Solo che quello che è ormai considerato una colpa, il patriottismo, in my humble opinion (e sottolineo humble) non lo è. Dunkirk riesce a essere un potente affresco della selvaggeria e crudeltà della guerra e nello stesso tempo a evitare l’invettiva contro la guerra come male assoluto, a restituircela come un male necessario a fronte di un nemico ancora peggiore. E sfido chiunque a dire che il nazismo non lo fosse. Dunkirk, perlopiù letto come testo antibellico, non lo è per niente, guidato com’è dalla consapevolezza della ferrigna ineludibilità del conflitto. Altro che film di sole forme e visioni, questo war movie di Christopher Nolan è cosa eminentemente politica, come pochi ultimamente (e ancora onore a Lorentzen, che l’ha capito).
Difficile scrivere di un manufatto cinematografico tanto mastodontico, per ambizioni, realizzazione, risorse messe in campo, che si fatica a maneggiarlo e tenerlo sotto controllo critico. Tutto vi è sovradimensionato, a partire dalla visione e dalla volontà (di potenza?) del suo autore fino al ricorso al formato gigante del 70 millimetri (fate di tutto per vedervelo negli scarsi cinema italiani che hanno uno schermo adeguato, come l’Arcadia di Melzo vicino a Milano), fino al coraggio di tornare alla desueta pellicola. Che non è un vezzo – condiviso peraltro con Tarantino e Paul Thomas Anderson – di impronta rétro-hipster, ma scelta di una tecnologia in grado di restituire al meglio la  consistenza materica della realtà, le sue imperfezioni. Meglio dell’algida benché smagliante tecnologia digitale. In questo suo – ripeto, in questo – superomismo in cui si coniuga il titanismo del progetto alla più ostinata autorialità Christopher Nolan può davvero dirsi l’erede di Stanley Kubrick. Da cui lo divide però la scarsa attenzione, o lo scarso interesse, per i tragitti personali e intimi dei suoi personaggi, per i loro travagli e tormenti, uomini (le donne qui semplicemente non esistono, se non come ausiliarie) sempre visti da lontano anche quando inquadrati in primissimo piano, molecole di un cosmo, di una totalità e immensità che è il vero focus dell’attenzione nolaniana. Qualcuno, e scusate se non ricordo chi, ha scritto che Dunkirk è un film di facce. Sì, ma di facce anonime: di nessuno dei personaggi (personaggi?) ricordiamo il nome, e nemmeno ci interessa saperlo. A Nolan preme solo, cinematograficamente, narrativamente, di schiacciarli, i suoi soldati, nell’immane trappola tra cielo e mare e sabbia come formiche che si sbattono per sopravvivere alla distruzione. Siamo solo fuscelli, esseri microscopici, siamo niente. A contare in Dunkirk è la moltitudine non la singolarità, la grandiosità dello scenario che accentua la prevalenza del Tutto sull’individuo. Come Inception, come Il ritorno del cavaliere oscuro, più che un affresco questo è un film-formicaio, o un film-alveare, con la mdp a inseguire la massa ora impazzita ora devastata dalla paura (fotografia sovrumana di Hoyte Van Hoytema: Oscar subito, please), con l’umano ridotto a pura macchina biologica in lotta per sopravvivere come individuo e come specie. L’anonimato, la qualunquità, l’indifferenziazione, la dispersione in una nube pulviscolare è la condizione d’essere dei personaggi (personaggi?), tant’è che quelle poche volte che si fa eccezione e si cerca di conferire a qualcuno un’identità articolata si scade nel banale. È il caso del buon padre di famiglia (lo interpreta un peraltro sublime Mark Rylance) che con il figlio e il suo compagno di classe attraversa la Manica sulla sua barca da diporto per andare in soccorso degli spiaggiati. Lui, il figlio, il ragazzo ospite, il soldato da loro salvato da affondamento certo che dà fuori di testa quando capisce che la barca si dirige verso la costa francese da cui è scappato, sono gli unici su cui Nolan costruisce una qualche, benché sommaria, drammaturgia, tirandone fuori motivazioni, eroismi nascosti, senso dell’onore, angosce, terrori e quant’altro. Andando oltre la pura fattualità, la pura osservazione dell’agire come invece nel resto del film. Peccato che il risultato sia di minimo se non nullo interesse. Che è conferma per contrasto di come Dunkirk sia eminentemente affresco, ritratto di insieme e non di singoli. L’azzeramento di ogni principio di inviduazione ha la sua apoteosi nel come viene raffigurato l’eroe aviatore britannico, interpretato dalla sola star del film, l’adorato Tom Hardy, il quale appare per gran parte del tempo con maschera e occhiali che lo rendono irriconoscibile (ed è la terza volta a faccia coperta per il forse autopunitivo Hardy dopo Mad Max: Fury Road e Il ritorno del cavaliere oscuro: record assoluto).
In breve la storia, e la Storia. Maggio 1940 (la guerra è scoppiata il settembre prima, e ancora gli Stati Uniti non sono intervenuti: lo faranno di lì a un anno). I tedeschi invadono in poche ore il Belgio, spazzano via i francesi schierati a protezione del confine, chiudono gli Alleati (britannici più francesi, ma soprattutto i primi) nella sacca di Dunkerque sul canale della Manica, Francia settentrionale estrema. 340.000 spinti verso il mare, chiusi, in trappola. Gli alti comandi mandano navi della marina, qualche aereo ad arginare la Luftwaffe, Churchill invita i privati che avessero un naviglio a raggiungere Dunkerqe e contribuire all’operazione imbarco e salvataggio. Il film è la cronaca fictionalizzata di quei giorni tra maggio e giugno, di un’operazione disperata che invece incredibilmete riesce (non ditemi che faccio spoiler, per favore). Nolan organizza il suo racconto su tre livelli spaziotemporali, con tanto di didascalie a esplicitarlo. The Mole (Il molo) – una settimana; The Sky – un giorno; The Air – un’ora. L’enormità dei soldati spinti alle spalle dai tedeschi si ammassa sulla spiaggia di volta in volta ridisegnata dalle maree, cercando di infilarsi su un molo oltre il quale stazionano le navi preposte al recupero. Uomini che diventano bersagli immobili e fin troppo facili per gli aerei della Luftwaffe che li sorvolano. E a ogni incursione è un massacro. Intanto migliaia di barche private lasciano le coste inglesi per raggiungere Dunkirk. Tre segmenti narrativi che corrispondono anche agli elementi primari e simbolici di terra-aria-acqua (e che lasciano trasparire in Nolan un’intenzione mitologizzante); quanto al quarto, il fuoco, provvede il nemico tedesco, sempre senza faccia, mai inquadrato, sparando e lanciando bombe dall’alto e da terra. Si sa, Nolan ama fratturare l’unitarietà dello spazio-tempo rimescolandone i pezzi, aprendo faglie e creando cortocircuiti e passaggi e repentine giustapposizioni tra tempi e luoghi differenti. Vedi, clamorosamente, Inception con i suoi vari livelli di sonno e sogno che sono altrettanti luoghi e momenti, o l’ancora più esplicito Interstellar. Operazione sempre a forte rischio gratuità e cerebralità. Stavolta l’intento di Nolan pare essere quello di dilatare e comprimere di volta in volta il tempo, di rendere gli eventi di una settimana, di un giorno, di un’ora contemporanei, di sincronizzarli in un altrove, in una dimensione parallela che è, in fondo, il cinema. Se così era, il progetto riesce abbastanza, manipolando la percezione dello spettatore, creando una perfetta illusione. Una scommessa vinta che svela la demoniaca abilità di Nolan di costruire insieme una realtà parallela, altra, e di immergersi e immergerci nella solidità, nella materialità ineludibile e pesante della Storia, di quanto è realmente accaduto. Ma se dovessi dire che cosa sia, o cosa mi sia sembrato essere, Dunkirk direi: un survival movie. O, meglio, un huis clos, un claustrofobico a-porte-chiuse, solo con il mare, il cielo, la sabbia della spiaggia a fare da pareti e muri. Spazi aperti, enormi, che Nolan ridisegna come sbarre di una gabbia, di una prigione infinita dove si affannano le vittime designate per il massacro. Il che è programmaticamente enunciato nella magnifica e teoricissima sequenza di apertura, con il soldatino che corre nelle strade vuote di una Dunkerque spettrale e de-umanizzata cercando di sottrarsi ai colpi dei cecchini appostati chissà dove. Il resto del film non farà che ampliare e riproporre in infinite varianti questo memorabile, perfetto incipit (che ricorda stranamente certi film degli anni Duemila sulle guerre asimmetriche, con i cecchini cinicamente al lavoro in teatri di guerra mediorientali, africani, europei, e penso a The Hurt Locker, Black Hawk Down, The Sniper e all’inglese 71 sulla Belfast della guerra civile). Ma siamo anche dalle parti di un survival movie marino alla Lifeboat di Hitchcock, o all’Avventura del Poseidon o alla Titanic. Cinema no exit. Dunkerque non ha via d’uscita. La parete da abbattere è il mare. Le navi di soccorso affondano sotto i bombardamenti degli aerei tedeschi, c’è un continuo senso di inabissamento, di soffocamento acquatico. Tutto sprofonda in un mare scuro e punitivo come nella notte in cui nacque il mondo, uomini e cose. Procurando nello spettatore una tensione continua, e un’identificazione senza più filtri e distanze con quanto succede sullo schermo. Aggungeteci l’immensità del 70 millimetri e vi renderete conto di come certe tremende e impronunciabili parole e locuzioni quali sensorialità e esperienza immersiva acquistino qui un senso decente e una loro dignità. Si esce, come da certi Hitchcock, con gli incubi, con le immagini di intrappolamento fissate nella mente. Dopo Dunkirk il blu è il colore dell’incubo e dell’angoscia. Il film è blu perché il mare e il cielo sono i protagonisti, i mostri naturali e insensibili che tutto divorano. A dire come questo sia un war movie in grado di andare oltre il suo stesso genere, e nello stesso tempo di confermarlo pienamente. Ovvio che già si parli di nomination all’Oscar, e al momento è difficile individuare un possibile avversario nella corsa agli AA.
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10 risposte a Recensione. DUNKIRK di Christopher Nolan: un combat film claustrofobico di spazi immensi e immense ambizioni (realizzate)

  1. Antonio Messina scrive:

    Recensione forse interessante. Dico forse perché lo spropositato numero di errori ortografici non ne rende facile e univoca la comprensione. Ma rileggere, magari a costo di caricare il pezzo una mezz’ora dopo, proprio no, eh?

    • Luigi Locatelli scrive:

      preferisco postare e poi correggere (ho riletto adesso, e non ho poi trovato tutti ‘sti refusi, forse hai letto una versione precedente. Che poi sia di lettura non facile nulla c’entra coi refusi)

  2. Pingback: Recensione: NEVE NERA, un film di Martin Hodara. Family drama e nevi di Patagonia | Nuovo Cinema Locatelli

  3. db scrive:

    Recensione che condivido in toto, un grande film che vale tutto il suo budget (e orchestrato da un Nolan che sa dosare tutto senza scivolare in facilonerie o epica gratuita per far presa sullo spettatore). Assai potenti diverse sequenze corali, con la minaccia nemica pronta a sbucare dalle nuvole e un travolgente lavoro di sound design e musiche incalzanti a far salire vertiginosamente la tensione. Concordo anche sulla necessità di vederlo in 70mm: alcuni frame impressi su pellicola sono semplicemente abbacinanti (quel tramonto plumbeo con la luce del sole che filtra appena sembrava davvero un’immagine da filmino d’epoca). Per fortuna l’ho visto in tempo allo Zoo Palast di Berlino.
    La correggo solo sul nome errato di Thomas Anderson, che è Paul e non Philip. So che da amante del grandissimo PTA come ha più volte avuto modo di farci leggere, certamente si è solo trattato di una svista. Un saluto e buona Venezia

    • Luigi Locatelli scrive:

      ahimè, svista, certo: Paul, non Philip (è uno dei registi che amo di più, ma come ho fatto a sbagliare il nome?). Se sta a Berlino, me la saluti, e anche un po’ di invidia per quel bellissimo cinema che è lo Zoo Palast

  4. Gonzo Kent scrive:

    Quello con Belmondo è “Spiaggia infuocata”. C’è una meravigliosa Catherine Spaak. Lo vidi una decina di anni fa a Fuori Orario, mi addormentai indegnamente a metà del primo tempo e il registratore di MYSKY era già pieno :(
    Quello con Greer Garson è la Signora Miniver di Wyliam Wyler, instant movie che dovrebbe essere obbligatorio nei corsi di laurea sul secondo conflitto mondiale. E che vinse cinque o sei oscar se non ricordo male.

  5. Ugo Malasoma scrive:

    Il film inglese di Yann Demange è ’71 non ’74.
    Comunque bellissima recensione, ricca di spunti. Quello che preferisco è film-gabbia, quella dei poveri soldatini senza scampo tra bombardamenti dal cielo, affondamenti e acqua alla gola e sabbia infinita che nasconde il “nemico” invisibile.
    Affresco, anche se segue qualche personaggio in particolare. Forse un po’ troppa enfasi alla fine, ma quella è colpa anche di Churchill……….
    Ho seguito Venezia attraverso le sue recensioni. Belle!!!
    Come al solito qua e là va controcorrente, vedi Mother………..lo vedrò per polemizzare.
    Eh,eh,eh
    Ugo

  6. Paolo Spinelli scrive:

    Caro Luigi Locatelli, La stimo molto e seguo sempre con interesse ( e condivisione al 70-80% ) le sue recensioni . Su ” Dunkirk ” avrei però parecchie riserve. Si tratta di un buon ” war movie ” ( categoria, se si escludono cinque-sei capolavori che anche Lei cita e , a mio avviso, i film di Sam Fuller , da “visitare ” con molta cautela : non tutti coloro che hanno, al cinema, il coraggio di mostrare uccisioni ed eccidi, cioè la violenza bellica, si chiamano Kubrick o Coppola ). Ma non molto di più. Trovargli significati ” morali ” o metafisici, come ha voluto fare buona parte della critica, mi pare un tantino esagerato ( se il film difetta di qualcosa è proprio di un buon ” punto di vista ” onesto e chiaro ( nazionalista , pacifista, ” survivalista ” o quello che sia ) e-soprattutto- di una presa di posizione estetica decifrabile con sicurezza : ” blockbuster” o film con maggiori ambizioni ? ( povera in questo caso la sceneggiatura ).
    Avrà visto la critica di Goffredo Fofi ( che non mi piace per il partito preso antioccidentale ed ” antimperialista ” stile anni 50 ma che coglie impietosamente tutte le debolezze del film ). Penso che tutto sommato la verità stia nel mezzo : buon film , come dicevo, ma di cui ci saremo perfettamente dimenticati tra qualche mese ( Oscar permettendo , ma quella – si sa – basta vedere il vincitore di quest’anno , è tutta un’altra storia . Cordialità
    Paolo Guido Spinelli

    Cinemacinemadipaolo.blogspot.com

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