Recensione: A CIAMBRA di Jonas Carpignano. Dopo un premio a Cannes (Quinzaine), arriva in sala uno dei migliori film italiani dell’anno

A_Ciambra_3:bisA_Ciambra_2:bisA Ciambra, un film di Jonas Carpignano. Con Pio Amato, Koudous Seihon, Iolanda Amato, Damiano Amato. Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, premio Label Europa Cinéma come migliore film europeo. Al cinema da giovedì 31 agosto distribuito da Academy Two.
A_Ciambra_8:bis397629Cannes ama Jonas Carpignano, trent’anni e poco più. Tre anni fa la Semaine de la critique ha proiettato il suo primo lungometraggio Mediterranea, quest’anno la Quinzaine il suo nuovo A Ciambra dandogli pure un premio importante. Ecco, Cannes lo ama ma l’Italia no. Mediterranea non è mai stato distribuito, A Ciambra non è neanche entrato nei radar dei nostri critici istituzionali. Adesso esce, e sarà il caso di aprire gli occhi su uno dei migliori film italiani dell’anno. Docufiction su un ragazzino di una comunità Rom calabrese ai margini da tutto e da tutti, A Ciambra è cinema a sé, profondamente originale. Quanto a Carpignano: tra i migliori nostri cineasti giovani (forse il migliore). Voto 8

Jonas Carpignano

Jonas Carpignano

Qui il riassunto della puntata precedente si impone. Dunque: Jonas Carpignano, filmmaker, italiano e anche americano, madre delle Barbados padre di Roma, trent’anni e qualcosa, se ne esce nel 2014 con Mediterranea, film tra il docu e la fictionalizzazione su un migrante sub-sahariano nella Calabria degli agrumi e dello sfruttamento intensivo della forza-lavoro clandestina. Acme del racconto sarà la ricostruzione della rivolta di Rosarno, la prima di africani in Italia, esasperati dalle continue incursioni razziste e pogrom manovrati dalla malavita locale. Notte di fuochi e sangue, e titoli sulle prime pagine nazionali e nei tiggì. Ora, quel film (magnifico) non venne mai, dico mai, distribuito in Italia, benché fosse stato presentato in prima mondiale alla ultracinefila e rigorosa Semaine de la Critique a Cannes, che non è proprio l’ultima tra le rassegne festivaliere e benché parecchi recensori (non italiani) ne avessero scritto favorevolmente. Mediterranea avrebbe poi girato il mondo, sarebbe stato nominato tra i tre finalisti del premio Lux assegnato dal parlamento europeo, sarebbe uscito in buona parte dell’Europa e perfino per qualche giorno nel circuito arthouse statunitense.
Con quel film Carpignano si distinse subito – bastava averci gli occhi per accorgersene -, pur nella ressa dei nuovi e nuovissimi autori, tra i più personali e originali e promettenti del cinema italiani e non solo. Eppure venne ignorato non solo dai distributori, ma da tutte le giurie dei nostri premi maggiori e minori. Patria distratta anzi matrigna e sorda, pigra, refrattaria al minimo refolo di novità che possa scompaginare l’ossificata gerarchia del cinema italiano d’autore (trovo la vicenda Mediterranea sintomatica delle chiusure della nostra critica istituzionale).
Ricordo la proiezione qui a Milano al Beltrade nelle serate dei film Lux organizzate da Claudio Casazza. Applausi sinceri e sorpresa dei presenti di fronte a un lavoro ignorato dal sistema comunicativo nazionale e dalla critica tutta, relegato tra gli invisibili, e un contributo di Jonas Carpignano in videocollegamento dalla sua abitazione nella Calabria del film (non ricordo se da Rosarno o Gioia Tauro: mi pare la seconda), diventata nel frattempo anche la sua Calabria. Perché lui dopo Mediterranea si è trasferito lì, dividendo casa con il protagonista del film. E da lì ha continuato a lavorare e progettare. Credo che questo A Ciambra sia nato da quelle parti, anche perché si muove, come il primo lungometraggio, sempre tra Rosarno e Gioia Tauro, negli stessi luoghi, dilatando in una sorta di spinoff una costola, una traccia laterale presente in Mediterranea, quella della Ciambra, comunità Rom da molto tempo installata a Gioia. Inserita e insieme sconnessa dalla Calabria che gli sta intorno, un’isola etnica a difesa delle proprie peculiarità, integrata eppure perennemente a rischio rigetto da parte degli ‘italiani’. Carpignano riprende parecchio dal suo lavoro precedente, ma spostando con decisione asse e fuoco narrativo. Il quale non è più il burkinabé Ayiva, che pure ricompare in A Ciambra in un ruolo non così ininfluente, ma il ragazzino Pio della comunità Rom della Ciambra. Quel Pio che in Mediterranea a dodici anni sì e no ci aveva stupito come scaltro affarista di piccoli business ai limiti della legalità, e anche oltre (rivendita di accendini e quant’altro fosse richiesto dal mercato). Ricordo che Carpignano nel suo collegamento nella serata Lux aveva rivelato che Pio Amato sarebbe stato promosso a perno del suo nuovo film. E difatti, ecco qua. Solo che il Pio personaggio picaresco e quasi da commedia all’italiana anni Cinquanta-Sessanta stavolta, crescendo di un paio di anni, si incupisce; la sua figura si drammatizza perdendo ogni connotazione di comedy, trasformandosi per il regista e per noi spettatori nella guida in un girone abbastanza infernale della Calabria più profonda, fosca, losca e marginale. Tra rom che campano di traffici in collaborazione con la criminalità locale che tutto controlla e decide, immigrati africani all’ultimo grado della catena alimentare e della scala sociale (guardati come inferiori non solo dai locali ma dagli stessi abitanti della Ciambra), tra prostitute, ladri, ricettatori, ricattatori, lenoni, riciclatori. Universi etnici in apparenza vicini, limitrofi, confinanti e sconfinanti, e invece rigidamente separati (mica vero che tra gli ultimi sboccia spontanea la solidarietà degli oppressi, succede più spesso il contrario: già lo sapevamo, questo film lo certifica una volta di più). Con l’adulto ragazzino Pio scheggia incontrollata se non impazzita che non si attiene a nessuna legge, scritta o non scritta che sia, se non a quella del proprio clan. Pio che si muove liberamente tra un gruppo e l’altro, inventandosi collante e elemento connettivo ma anche rischiando grosso in proprio. Se stai da tutte le parti rischi di non stare da nessuna, e di ritrovarti esposto alle rabbie e rappresaglie di tutti. Lo si segue, Pio, col cuore in gola e un po’ di magone per quella sua adultità precoce, per quel suo non essere mai stato ragazzino irresponsabile ma sempre gravato da una qualche incombenza, per i rischi che si prende. Quando il fratello grande viene messo in galera per una storia di macchine rubate tocca a lui la parte di masculo capofamiglia, già lì a doversi preoccuare di madre e sorelle, scontrandosi durissimamente secondo il teorema edipico con il padre. Finché, nel suo sbattersi darwiniano per la sopravvivenza sua e dei suoi non incorrerà in un passo falso, e allora di colpo il mondo balordo in cui campa gli si ribalterà addosso, e contro. Non dico di più, ovvio. Perché A Ciambra è anche, pur nei suoi modi da spintissimo cinema del reale (la sovrapposizione tra interprete e personaggio è totale, ognuno recita se stesso mantenendo il proprio nome), ha una solidissima narrazione, una storia, uno sviluppo che inchiodano e avvincono, e di cui si vuol conoscere l’esito (anche se il finale è fin troppo aperto e ambiguo, e si gradirebbe qualche chiarimento in più). Che Carpignano nel mentre ci consegna un cinema radicalmente neo-neorealista sia anche un abile costruttore di trame è solo un apparente paradosso, è solo un altro segno della sua statura, e della complessità, stratificazione e elaborazione del suo cinema così apparentemente spontaneo e immediatista. Se Mediterranea segnava la nascita di un autore, A Ciambra ci restituisce un Carpignano ormai consolidatosi come uno dei migliori, anzi, arrischiamo, come il migliore e il più interessante dei nostri giovani registi. Gli stranieri se ne sono accorti da un bel po’. Non solo A Ciambra è stato, insieme a Cuori puri e L’intrusa, uno dei tri film italiani selezionati a Cannes 2017 dalla molto importante Quinzaine des Réalisateurs (risultando il più riuscito dei tre), ma vi ha vinto poi il premio come miglior film europeo. E c’era in lizza, per dire, roba formidabile come Jeannette di Bruno Dumont e Un beau soleil intérieur di Claire Denis. Ecco, adesso tocca a noi accorgerci che abbiamo in casa uno su cui bisogna puntare forte. E meno male che Academy Two ha acquistato A Ciambra e adesso lo manda nei cinema, è già un bel passo avanti rispetto a Mediterranea. Devo dire che alla visione dei due film si resta stupefatti dall’unicità di Carpignano, realizzatore di un cinema con poche parentele e ascendenze. Sì, certo, macchina da presa a mano e a spalla assai mobile, come in tanto cinema giovane e dico io giovinastro, ma in un uso senza vezzi e smargiassate autorialiste, visto che l’intento è quello di stare addosso a uomini e cose e fatti col massimo dell’aderenza e fedeltà. Più che cinema del reale, più che documentario fictionalizzato (quanto fictionalizzato poi? quanto la storia di Pio e degli altri è la loro storia?), quello di JC è un cinema in cui ogni distanza tra osservatore e oservato, tra narratore e oggetto della narrazione, tra chi sta davanti e dietro la mdp sembra abolita. Ogni barriera abbattuta. Carpignano si immerge, si compromette, si contamina con i mondi che ci racconta, come se qualcuno che è parte di quei mondi avesse imbracciato la mdp (e viene in mente il bellissimo docu dell’anno scorso Les sauteurs – I saltatori su un gruppo di africani bloccati in Marocco in attesa di scavalcare i muri che li dividono dall’enclave spagnola in terra nordafricana di Melilla: una cinepresa viene data a uno di loro, un ragazzo maliano, che da qual momento diventerà co-regista a tutti gli effetti del film). Non è nemmeno cinema etnografico, A Ciambra, benché molto ci dica dei Rom di Calabria e di altre entità etnocultuali, semplicemente perché qui non c’è un osservatore esterno, qualcuno venuto da lontano in missione esplorativa e conoscitiva. Carpignano, piaccia o meno, si fa uguale ai suoi personaggi, e non è un vezzo, non è condiscendenza, è, credo, il riconoscersi nell’altro fino a non distinguersi da lui (chi lo ha visto in quel collegamento dalla sua stanza calabrese durante la serata Lux ha potuto rendersene conto). Stavolta non c’è neanche la solita ansia di realizzare un film civile, militante, impegnato, democratico, di denuncia. Carpignano mostra le molte illegalità, minime ma anche non così minime, di Pio, della sua famiglia, degli africani immigrati, dei calabresi semimafiosi, ma non giudica, non denuncia alcun degrado, non si indigna e non vuole farci indignare. Soltanto quella è la vita di Pio, e lui sta dalla parte di Pio e basta. Non so quanto A Ciambra, nella sua totale assenza di ogni sdegno civile e afflato redentore, piacerà alla prof democratica e ai critici bon ton. Ma andarselo a vedere è un obbligo per la sua assoluta alterità e indipendenza rispetto a ogni sistema cinema nazionale (anche stilistico, anche linguistico). E fa niente se qui la compattezza di Mediterranea si sfrangia e qualche volta viene meno nel corso delle quasi due ore (se ben ricordo la proiezione a Cannes dopo la vittoria alla Quinzaine, con Carpignano presente). Qualche taglio avrebbe aiutato. Ma la durata rivela anche le maggiori ambizioni del regista, che abbandona certi toni comedy del film precedente per tracciare il referto di un amarissimo confronto-scontro di civiltà in un pezzo di Calabria. Di cinema così non se ne vede mai, e allora tutti in sala, je vous en prie, a partire dal 31 agosto. Certo vien da chiedersi se Carpignano non rischi anche lui di restare intrappolato nella Ciambra come Pio e gli altri. Se non rischi di essere inghiottito da quel mondo che ha scelto come suo soggetto e oggetto della sua narrazione e forse diventato per lui un’ossessione. E vien da chiedersi se non sia il caso la prossima volta che vada oltre, che esca da quel perimetro per esplorare altre universi e persone e altri sbattimenti. Stiamo a vedere.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi