Recensione: SAFARI, un film di Ulrich Seidl. Così si uccidono zebre e giraffe. Da non perdere

Safari è in sala dal 1° settembre 2017 distribuito da Lab80. Ripubblico la recensione scritta dopo la proiezione l’anno scorso al festival di Venezia.27698-safari_2Safari, un documentario di Ulrich Seidl. Idea e soggetto: Ulrich Seidl e Veronika Franz. Austria 2016. Presentato a Venezia 2016 fuori concorso.
27700-safari_3Il regista austriaco della trilogia Paradiso: Amore, Fede, Speranza stavolta va in Africa a documentare la caccia grossa agli animali. Caccia permessa, praticata da irreprensibili turisti middle-class. L’occasione per Seidl di allestire un altro dei suoi teatri della crudeltà, di scatenarsi nella messinscena grottesca dell’umano e del disumano. Inquadrature a camera fissa. Umani, cose e animali immobilizzati come in un diorama. E la morte di una giraffa che sfiora l’effetto snuff movie. Qual è il confine tra denuncia e voyeurismo? Seidl gioca sull’ambiguità per massimizzare la carica perturbante del suo cinema. Astenersi animalisti e vegani. Voto 8
27692-safari_427694-safari_1Un documentario su quella che molti decenni fa veniva detta caccia grossa, e chissà perché non lo si dice più. Mica agli uccellini, no, quella che si pratica laggiù nelle savane d’Africa e ha per bersaglio gli animali selvaggi, dai leoni alle zebre passando per giraffe e gnu e quant’altro, oggi universalmente chiamata safari. Solo all’austriaco Ulrich Seidl poteva venire in mente di andare a filmare cacciatori (europei) e prede, e più i primi delle seconde, lui che attraverso i suoi film di finzione, come la trilogia Paradiso ispirata alle tre virtù teologali amore (carità), fede e speranza, e i suoi documentari come Im Keller, In The Basement, ha sempre esplorato il lato laido delle rispettabili esistenze borghesi. Presentato un tre anni fa a Venezia, Im Keller era un viaggio nelle cantine più folli del suo paese che si faceva viaggio nell’inconscio collettivo, tra sadisti-masochisti, nazisti non pentiti, feticisti e quant’altro. Una galleria di orrori e stramberie in cui compariva anche un’anziana coppia di cacciatori grossi ripresi tra i loro trofei e il loro armamentario.
Safari viene da lì, ne è uno spin-off. Son stati quegli anziani coniugi d’Austria a ispirargli questo documentario che definire reportage sarebbe improprio, visto come Seidl riesce a cavare dalla materia sanguinolenta uno dei suoi molto personali spettacoli di orrore grottesco e miserando, di allucinato squallore. Naturalmente ci sono anche loro, il marito e la moglie di Im Keller, in casco e tenute coloniali color kaki come in una carnevalata con troppa birra o in uno Z-movie di jungle e kilimangiari degli anni quaranta o cinquanta, ripresi come gli altri compagni di safari in una tenuta in Namibia (ex colonia tedesca, val la pena ricordarlo) dedicata a chi vuol colpire a morte gli animali grossi della savana. Tutto lecito, tutto permesso, lì gli animalisti ancora non sono arrivati, e se sono arrivati non hanno ancora fermato il circo. C’è un tariffario, ogni animale abbattuto ha il suo prezzo, e son migliaia di euro a botta mica niente, migliaia di euro per provare il gusto di cosa voglia dire sparare con un fucile ad alta precisione a una bestia, per vederla accasciarsi colpita a morte e poterne poi portare via la pelle o la pelliccia, o imbalsamarne la testa. Con, ovviamente, la foto di rito, sorridendo accanto alla bestia abbattuta dopo che è stata ripulita di ogni traccia di sangue, e perfino lucidata e imbellettata dal boy africano perché la resa sia migliore. Sorridendo ma non troppo, per non rovinare la posa fiera e marziale con l’arma del delitto orgogliosamente esibita. Un altro mondo, il rovescio o meglio il rimosso, l’occultato dal nostro in superficie civilissimo Occidente. Come il turismo sessuale, il safari consente alle pulsioni impedite in patria di esprimersi dal pensiero e dalla sensibilità comunemente diffusi, di prorompere senza più freni. E se nel turismo sessuale è l’eros a esplodere, qui è thanatos (anche se, come ben si sa, son due opposti che tendono a toccarsi). Ulrich Seidl, che in Paradies: Liebe (Paradiso: Amore) ci aveva mostrato una turista sessuale austriaca di mezza età e medio benessere e classe media portarsi a letto in serie giovani maschi kenioti, non fa molta fatica a passare stavolta alla zona di caccia agli animali. L’affinità è evidente, e Seidl può liberare anche qui quella sua propensione a raffigurare il grottesco, il laido, l’intimamente perverso, il lurido, tutto quello che la buona o cattiva coscienza nasconde sotto il tappeto e che lui va a rivoltare con una ferocia non priva di compiacimento. Lo sguardo impassibile di Seidl sul peggio dell’umano lo conosciamo bene, e ogni volta ci si chiede se ci è o ci fa, se sia un fustigatore delle perversioni o ne sia attratto. Certo nessuno come lui – e come Haneke, mica per niente austriaco come Seidl – riesce oggi a farci vedere in cinema l’essenza crudele, barbarica, della nostra vita apparentemente così pacificata. Sempre con uno stile alto e personale, messo a punto nel corso di una carriera di autore intransigente. Dunque personaggi in interni che paion invenzioni scenografiche e invece son terribilmente veri, ripresi a camera fissa frontalmente, e mentre guardano in macchina, in inquadrature di ossessiva simmetria, sicché l’effetto è quello di un diorama in cui umani, cose e eventuali animali son come congelati, cristallizzati a uso e consumo dello spettatore. Un modello base di messinscena e ripresa che qui Seidl applica infinite volte, specie quando si tratta di far parlare gli sciaguratissimi cacciatori della loro insana passione, e di quali animali sognano di abbattere, e delle armi che preferiscono, e di cosa provano quando fanno centro (e non ce n’è uno o una che riesca a convincerci con le sue balordissimme argomentazioni, cose tipo noi facciam del bene mica del male all’ambiente giacché eliminiamo l’eccesso di animali rispetto alle limitate risorse disponibili, ecc. ecc. e mai nessuno che ammetta: sparo e ammazzo perché ci godo, il trionfo della falsa coscienza insomma). Meno stilisticamente rigoroso è Seidl quando deve seguire nella savana gli sciagurati mentre cercano, ispezionano, esplorano, intravedono il bersaglio, puntano, sparano, ammazzano, si fanno fotografare con la preda, e allora l’urgenza di documentare produce un cinema meno architettonico, meno costruito e per forza più sporco, impuro e lacerato. E se non si può fissare una realtà così mobile nell’amato diorama, si abbonda in dettagli, soprattutto degli animali abbattuti. Si vedono gnu morire, e zebre, e vari altri abitanti della savana, e ogni volta è uno choc, non ce n’è. Con la cruentissima scena – l’apice dell’orrore di questo film – della morte della giraffa, i cui spasmi finali Seidl registra per cinque minuti e passa sfiorando l’effetto snuff movie, ed è qui che ci si fanno parecchie e anche moleste domande sul cinema dell’austriaco. Denuncia o voyeurismo? L’ambiguità non si scioglie, non può sciogliersi, perché è su quella che Seidl agisce per turbarci. Ci si chiede, come già vedendo Im Keller, da quale pianeta venga mai questa gente aliena, anche giovani, anche irreprensibili signore che se ne vanno in Namibia a catturare (e a spegnere) brandelli di finta vita selvaggia. Perché tutto è simulazione. Si finge di essere cacciatori intrepidi come in un racconto esotico ottocentesco, invece ci si muove in un parco protetto dove la caccia è facilitata e gli animali bersagli designati. Come trote di allevamento, solo su scala più grande. Seidl non ci risparmia niente, la messa a fuoco dell’obiettivo, il fucile puntato, l’attesa dello sparo, fino al colpo fatale. Svelando il selvaggio che sta nel sedicente civilizzato predatore. Ma anche facendoci intuire il fascino occulto della caccia, il suo essere una messa a morte fortemente ritualizzata, una sacra cerimonia in forma apparentemente laica di un sacrificio (e i cacciatori sembrano sacerdoti del rito, non sono mai scomposti, mai sguaiati). Agli africani tocca la parte degli scout, son loro a guidare gli europei nella savana, loro ad avvistare la preda. E sono sempre loro, dop0 l’abbattimento, a scuoiare e fare a pezzi l’animale nel mattatoio, in un luccicare di machete e tra zampilli di sangue e viscere fumiganti e gorgoglianti che sono l’apice del teatro (o cinema) della crudeltà di Seidl. Quando poi riprende, col solito effetto diorama, africani collocati come totem immobili o come trofei tra i trofei imbalsamati di animali, insinua un discorso politico. Noi e loro. Noi l’Occidente e loro l’Africa. Siamo sempre i soliti, gli stessi predatori di quando eravamo i colonizzatori, sembra dirci. Continuamo a distruggere, a sopraffare, a ridurre l’africano a cosa, a qualcosa di subumano, anche se lo facciamo attraverso una forma di soft power come il turismo. Sarà anche vero, ma il Seidl latore di messaggi indignati è quello che convince meno. Lui che all’Africa applica uno sguardo, un occhio selvaggio che ricorda quello del più estremo Gualtiero Jacopetti (il quale però si guardava bene dal lanciare messaggi anti-Occidente, anzi).

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Una risposta a Recensione: SAFARI, un film di Ulrich Seidl. Così si uccidono zebre e giraffe. Da non perdere

  1. zioluc scrive:

    questa è una bella notizia! Lo cercavo da mesi senza successo.

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