Agenda cinéphile: ERASERHEAD di David Lynch torna al cinema il 4 settembre

Eraserhead – la mente che cancella di David Lynch (1977). In sala dal 4 settembre la versione restaurata in 4K da Criterion Collection con la supervisione di David Lynch. Distribuito da Il cinema ritrovato di Bologna.

Gli ossessionati e i posseduti da Twin Peaks 3, che son legioni, non se lo perdano. Ma anche gli altri si annotino questo ritorno al cinema dopo 40 anni esatti, e di sicuro l’effetto TP3 ha la sua parte, del primo e sconvolgente lungometraggio di David Lynch. Segnò la nascita di un autore, questo qualcosa che veniva da un altro mondo, da un altro cinema e che al nostro cinema sferrò un colpo di maglio potentissimo. David Lynch arrivava dalla scena artistica quando lo girò nel 1976 – con un gruppo di amici supporter, complici e anche un po’ vittime consenzienti – come naturale estensione della sua ricerca. Eraserhead, letteralmente la testa che cancella (come si vede in una scena particolarmente disturbante), ma anche tutto il cinema di Lynch successivo, è, in fondo, il proseguimento della sua visual art con altri mezzi e in altre forme. Confermando come il regista di Velluto bu e Mullholland Drive sia sempre stato e continui a essere un avventizio del cinema, uno prestato alla mdp, anche un dilettante nel senso più puro e alto, uno arrivatoci per altre vie e probabilmente per altri scopi, e deriva forse da questo suo non esserci mai davvero il senso di sospensione, di fluttuazione emanato dai suoi film. Visto oggi Eraserhead sbalordisce per come già contiene tutto il Lynch successivo. Un film incunabolo, una matrice, già un manifesto definitivo. Completamente libero, completamente abbandonato alle correnti e alle bufere dell’inconscio, dunque al di là di ogni narrazione lineare, di ogni verosimiglianza, incredibilmente anticipatore di tutti gli estremismi che ritroveremo in Twin Peaks 3. Le affinità e le ‘precognzioni’ son prodigiose. Le luci intermittenti, il feticismo per gli ascensori, le posture del protagonista assai simili a quelle del robotico Douggy, l’amore per il vaudeville e per le quinte di velluto, il cosmo come contenitore di meraviglie e orrori, gli alberelli e arbusti scheletrici. Perfino il pavimento a ‘zigzag zebra’ della Lodge lo trovate già qui, uguale. Eraserhead è onirico, più incubo che sogno comunque, è surreale e subreale, visionario senza alcuna ansia di raccontare e piacere al pubblico medio, cui del resto non era inizialmente neppure indirizzato: entrerà in circolo nelle sale americane dopo che il pubblico delle proiezioni horror di mezzanotte lo avrà adottato. Ma horror propriamente non è. Se la libertà di Lynch ricorda il primissimo e più sovversivo Luis Buñuel di L’âge d’or e soprattutto di Un chien andalou, il suo surrealismo-oltrerealismo si situa in territori e stili assai diversi rispetto allo spagnolo. Siamo più dalle parti del gotico americano e di un Egar Allan Poe, e stranamente di certa lugubre tradizione centroeuropea che va dall’incubo del Golem fino al Kafka più disturbante, quello delle Metamorfosi, fino ai polacchi Gombrowicz e Wiktiewicz. Uno stralunato surrealismo incupito e rincagnito che poco ha da spartire con lo spirito beffardo e anarchico e allegramente demolitore di Buñuel.


In Eraserhead vediamo le disavventure di un piccolissomo uomo qualunque in un’America di fabbriche dismesse e post-industriale, ma ancora torva, sporca, fuligginosa. Il nostro everyman si marita con una ragazza che ha partorito un mostriciattolo tra ET e Alien, mentre una bella vicina impicciona cerca di distogliere il travet dall’orrore quotidiano. Escursioni oniriche, termosifoni magici e via scatenandosi in un delirio assai esteticamente e stilisticamente ragionati e consapevoli. Tutto Lynch sta lì, in quegli 89 minuti già da maestro. Obbligatorio. Scapicollatevi se necessario, ma non perdetevelo. In bianco e nero, naturalmente, con toni e ombreggiature grigiastre e contrasti espressionistici.
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