Recensione: NEVE NERA, un film di Martin Hodara. Family drama e nevi di Patagonia

Neve Nera_009Neve nera, di Martin Hodara. Con Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia, Laia Costa. Uscito il 24 agosto, distribuito da Movies Inspired.
Neve Nera_008Family drama argentino tendente al noir, con fratelli coltelli e segreti sepolti ma pronti a riesplodere tra le nevi della Patagonia. Pretenzioso e prevedibile. Con colpi di scena risibili (quel diario che salta fuori dal nascondiglio!). Peccato che in una simile operazione sia stato coinvolto Riccardo Darín, una leggenda del cinema latinoamericano. Voto 4
Neve Nera_005Arriva targato Argentina, con però credo robuste iniezioni di capitali spagnoli, questo film di parecchie pretese alte e quindi inesorabilmente arty, del genere resa dei conti di famiglia con terribile segreto annidato tra le pieghe del passato. Passato pronto ovviamente a ritornare, deflagrare e tutto distruggere. Un family drama con anime dannate in un interno, benché collocato tra i vasti spazi di neve e vento e tormente (che riflettono e si fan metafora of course dei tormenti interiori) della Patagonia, vasti quanto claustrofobici (qui le montagne e i ghiacci e le nuvole basse e gonfie han la stessa funzione intrappolante, di sbarramento, del mare e del cielo in Dunkirk). E fa niente se poi si è girato per ragioni produttive sui Pirenei – dalle parti di Andorra – che si fingono, brillantemente, l’estremo sud argentino. Il meglio del cinema di Buenos Aires nel cast, in testa il divo Leonardo Sbaraglia, un Ethan Hawke latinoamericano di medesimo incolore belloccismo, e il grande Ricardo Darín, una leggenda, uno così bravo che gli puoi affidare ogni ruolo. Perfino quello, balordissimo, di questo Neve nera, dove fa un ispido signore autoesiliatosi sui monti con barba alla Revenant e rabbia alla Mauro Corona (inteso come il nostro scrittore di picchi e boschi pronto a roncolare o menar di ascia, come ha detto in un ormai celeberrimo intervento televisivo). Fratelli coltelli in scena, al solito: il cittadino e civilizzato Marcos (Sbaraglia) e il selvatico Salvador (Darin). Morto da poco il padre padrone, un dittatore in famiglia, un violento aduso a ogni sopruso sui propri rampolli (cinghiate e ancora cinghiate), ecco che il figlio bon ton e caruccio e socialmente riuscito – Marcos/Sbariglia – torna al villaggio natio in Patagonia dalla Spagna con giovane moglie incinta a sbrigare le inevitabili incombenze dell’asse ereditario. Gli è che certi canadesi offrono uno sproposito tipo Psg per Neymar per le terre montane di famiglia, miglia e miglia di vuoto e niente laggiù lungo la Cordillera, ora passate in eredità ai tre figli: già, perché oltre all’Ethan Hawke delle Ande e all’orso di montagna c’è anche una sorella sofferente psichica e perennemente in cura (con alto esborso di soldi). Marcos il bello e il buono ha un duro doppio compito: seppellire le ceneri del genitore (e però che orrore ‘ sta storia delle urne al posto della classica e molto più dignitosa bara, urne che vengono sballotate qua e là, sicché quando Marcos e moglie incinta Laura metton piede nella casa paterna ecco che le ceneri vengono messe sul tavolo neanche fosse la spesa dal verduraio) accanto alla tomba di Juan, il fratello minore morto molti anni prima in un incidente di caccia alquanto misterioso.
Il secondo compito è quello di convincere l’orsesco fratellone a vendere la (co)proprietà. Sicché ecco Marcos con la bella consorte raggiungere di malavoglia il fratello lassù nella baita solinga. Figuriamoci, i due non si son mai sopportati, ed esplode tutto, rancori, rinfacci. Torna a galla la morte del fratellino Juan, sparato per sbaglio proprio dal fratello maggiore Salvador che da allora non si è mai dato pace. Ma siamo solo all’inizio della resa dei conti e di una catena di rivelazioni ovviamente sconvolgenti. Peccato che l’artificiosià dell’operazione la si senta in ogni inquadratura. Mai un momento di verità. Tutto è prevedibile e telefonatomdopo meno di mezz’ora, i caratteri sono rozzamente tagliati conl’ascia, specie quello del fratello zotico, che nemmeno il meraviglioso Darín riesce a salvare dal ridicolo. Snodi narrativi risibili che in un film dabbene non dovrebbero essere consentiti (vogliamo parlare di quel libriccino che balza fuori di colpo dal pavimento?). E, sempre, una pososità e facce contrite da Grande Dramma Familiare, peccato che non riusciamo a crederci neanche un nanosecondo. Il cinema argentino ha saputo darci parecchio di meglio, anche nel cinema diretto al grande pubblico (penso a Storie pazzesche). Questo è solo un prodotto pretenziosamente arty rivolto al circuito art house internazionale, ma che manca clamorosamente il suo bersaglio. E spiace che ci sia rimasto convolto Ricardo Darín.

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