Venezia 74. Recensione: ROSITA. La mostra pre-apre con un clamoroso Lubitsch restaurato

foto courtesy MoMA

foto courtesy MoMA

foto courtesy MoMA

foto courtesy MoMA

Rosita, un film di Ernst Lubitsch (1923). Con Mary Pickford, Geprge Walsh, Holbrook Blinn, Irene Rich. Prima mondiale della versione restaurata a cura del MoMA di New York con il contributo di The Film Foundation. Accompagnamento musicale dal vivo della Mitteleuropa Orchestra diretta da Gillian Anderson, cui si deve il recupero della partitura originale.
Voto 10 (è Lubitsch, sant’Iddio, il massimo della valutazione è obbligatorio).

foto courtesy MoMA

foto courtesy MoMA

Oggi, martedì 29 agosto. Vigilia della Mostra del Cinema, arrivata all’età di anni 74. Se con rughe o meno, decidete voi. Fervono ancora, a poche ore dall’inaugurazione, i lavori di maquillage del Palazzo del cinema, bianchissimo e bello come non l’ho mai visto, con tanto di ripristino dei lampioni originali riposizionati sopra l’ingresso. Un quasi restauro filologico per riportarlo ai suoi anni Trenta. Anche il Casinò, dove stanno sale e salette di proiezione, press conference room e sala stampa, è stato rinfrescato dentro e fuori. Ma è tutta l’area tra Palazzo e giardino ad avere finalmente un aspetto meno precario e di cartone degli anni scorsi, ad essere stata rilucidata e consolidata, e dunque avanti così (certo, aspettiamo di entrare nella Sala Volpi per vedere, anzi sentire, se persista l’impronta olfattiva all’odor di pesce degli anni scorsi, o di saggiare l’insidioso pavimento della Sala Casinò). Si respira intanto in giro un’euforia che mai ho avvertito da quando sono un frequentatore della Mostra (dal 2011). La stampa, la più compiacente almeno, esagera e parla di grande edizione, di grandi film, di grandi ospiti, in un trionfalismo stentoreo. E molti a dire: stavolta freghiamo Cannes che quest’anno è stato mediocrissimo, gliela faremo vedere finalmente, spezzeremo le reni ai francesi. E via gonfiando il petto. Calma, signori. Prima vediamo i film e poi ne riparliamo. E poi la vogliamo smettere con ‘sta narrazione stolta di un Cannes 2017 di sòle e ciofeche? Ma scherziamo? Tra Campillo, Lanthimos, Safdie Bros., Haneke, Hong Sangsoo e, ebbene sì, Ozon, si son viste cose egregie, e parlate di débacle? Certo c’è stata anche robuccia e robaccia (Fatih Akin, per fare un nome), ma prima di farneticare di sorpasso converrebbe pensarci su due, tre, cento volte.
Vigilia di mostra, si diceva, e in serata pre-apertura nell’assai capiente Sala Darsena – apertura ufficiale invece domani sera al Palazzo del Cinema con Downsizing di Alexander Payne, presente pare Matt Damon – con quello che sulla carta sembrava un evento solo per cineossessionati, filologi e storici del cinema. E che invece si è rivelato, immagino con gran soddisfazione del presidente della Biennale Paolo Baratta e del direttore della Mostra Alberto Barbera, un sorprendente e fastoso successo di pubblico. Intendo: la prima mondiale (opportunamente introdotta con un’enfasi che non guasta – scusate, Cannes si autocelebra in continuazione, perché non dovrebbe farlo Venezia? – da Baratta e Barbera) della copia restaurata – dal MoMA di NY – di un film muto dato a lungo per disperso e poi grazie a Dio ritrovato, Rosita di Ernst Lubitsch. Il primo che il gran berlinese girò a Hollywood, dove era stato chiamato dalla superstar che tutto poteva Mary Pickford, una che aveva co-fondato con gente come Chaplin la United Artists per autoprodursi i film, che dall’alto del suo successo si sceglieva copioni e registi ed era in totale controllo della sua carriera. Altro che povere donne vittime del sistema Hollywood. Dunque, la fidanzata d’America Mary Pickfors, bamboleggiante sullo schermo quanto tosta e assertiva fuori dal set, ha la bella idea – e che il cielo gliene renda merito in eterno – di chiamare dagli studi Ufa di Berlino quel genio di Herr Lubitsch. Vorrebbe fargli girare un drammone di derivazione elisabettiana ma lui disgustato rifiuta. I due si metteranno d’accordo, nonostante lo scarso entuasiasmo di lui che avrebbe preferito un Faust, per questo capriccio e anche pasticcio spagnolo tratto da un mélo teatrale dell’autore delle Due orfanelle, e ho detto tutto. Siamo in una Spagna immaginaria, caliente e stracolma di stereotipi, con un re da burla che corre dietro a tutte le signore e signorine del reame e una moglie-regina troppo intelligente per abbassarsi a scenatacce di gelosia (ma si prenderà la sua vendetta). E mentre il carnevale impazza a Siviglia, e potete immaginare il tripudio di maschere e carri e popolane e lestofanti che neanche la Carmen (le derivazioni da Georges Bizet e Prosper Merimée sono infinite, ma c’è anche un qualcosa di Rossini), ecco che facciamo la conoscenza della zingarella Rosita, canterina da strada, beltà stracciona come la Esmeralda di Victor Hugo cui tutti, zotici e nobiluomini, si inchinano, ed è Pickford, chi se no. Il re gaudente la adocchia, vuole farne la sua amante, la sistema in un palazzotto, solo che Rosita è innamorata pazza di un gentiluomo di procace aspetto (è George Walsh, fratello del futuro regista Raoul) che per lei ha ucciso una fetentissima guardia. E qui comincia il melodramma. Che Lubitsch vira non appena può in commedia, in scene in cui già si avverte il suo leggendario tocco. Perché il bello della visione di questo film girato su commissione e non certo personale, sta nell’individuare, sotto i modi dello spettacolo per le masse di allora e al servizio di una diva, i sintomi del maestro della commedia cinica che verrà. Tanto per cominciare, questa Spagna ha, soprattutto nelle parti a corte e nei palazzi, un che di Ruritania molto mitteleuropea che anticipa più di qualcosa della futura lubitschiana Vedova allegra. E la Spagna selvaggia di Siviglia, tutto un cliché à la Carmen e “di Spagna sono la bella/ regina son dell’amor/tutti mi dicono stella/stella di vivo splendor”, è una perfetta proiezion nord e centroeuropea, una Spagna vista e immaginata dalla Ruritania come luogo di esplosione dei sensi. Con Lubitsch, che pur non essendo Stroheim e non avendo come lui il feticismo ossessivo delle divise e dei rituali di corte e di potere, è bravissimo, da ex suddito degli Hohenzollern, a orchestrare come si deve i cerimoniali di palazzo e quelli militari. Che impeccabilità, e che grandeur, ed era il 1923. Hollywood era già pienamente Hollywood, e si resta ancora adesso incantati da tanto scialo di mezzi e maniacale perfezione. Il film procede spedito (dura 97 minuti, ma non ci si annoia un nanosecondo, garantito) verso il suo finale, solo indeciso per un bel po’ tra commedia e melodramma (si sente che Lubitsch fa di tutto per stirarlo verso la prima), per poi avviarsi verso il finale larmoyant. Facile sorridere di una trama così. Eppure in sala i millequattrocento presenti hanno alla fine applaudito convinti per quasi un quarto d’ora (certo, tutti con invito distribuito gratuitamente attraverso i quotidiani veneziani, e quindi ben disposti, eppure pubblico per niente facile da conquistare, e anche parecchio competente: due signore accanto a me hanno individuato subito i richiami alla Tosca di Puccini sia nel plot che nella partitura musicale). Un successo vero, inequivocabile, sincero, sentito. Nessuno che sia uscito in corso di proiezione, e il miracolo è stato per un film muto del 1923. Lubitsch ha stravinto, gli applaui erano soprattutto per lui. E il signore del MoMA (mi pare Mr. Kirk, ma potrei sbagliarmi) che ha seguito il restauro m’è sembrato colpito fino alla commozione da una simile accoglienza che, francamente, pochi si aspettavano. Difatti, i cinici accreditati stampa prima dello screening tutti a dire: ce lo andiamo a vedere solo perché non c’è altro in programma. E invece il berlinese emigrato a Hollywood ha conquistato anche loro. Considerazioni di fine pezzo: un film muto basato su un corrivo feulleton di un secolo e passa fa può ancora sedurci, può ancora parlarci se dietro alla mdp ci sta un genio. E ancora: Rosita va visto per il disincanto che Lubitsch, non appena ne ha l’occasione, spande in ogni piega del racconto e che prefigura il suo cinema maggiore. Il personaggio della regina, innanzi tutto, così lubitschiana nel suo a-sentimentalismo, nel suo mai abbandonarsi alla gelosia e nell’organizzare una beffa ai danni del consorte traditore. Ma in tutto Rosita corre quella lucida visione del mondo e della vita per cui prima dei sentimenti c’è il perseguimento dei propri interessi. Che è il senso di essere Lubitsch.
Nota: in fase di presentazione si è molto sottolineato il miracoloso ritrovamento di Rosita, del suo restauro, di come questa prima mondiale fosse un evento. Mi risulta però (chiedere al solito informatissimo Max Borg) che qualche anno fa il festival di Locarno abbia proiettato – io non c’ero – una versione in pellicola del film con didascalie in russo. Non per rovinare la festa, giusto per fare un po’ di storia. Certo, questa è altra cosa, è una versione lussuosamente restaurata, con ripristino della partitura originale eseguita sotto la direzione di Gillian Anderson, cui se ne deve il ritrovamento. E segna la vera rinascita di Rosita. Coincidenze: Paolo Baratta ricordava come un film di Lubitsch, Broken Lullaby, fosse presente nella prima edizione della Mostra del Cinema del 1932. Aggiungo io che Broken Lullaby è stato il film-matrice da cui François Ozon ha ricavato il suo Frantz, presentato in concorso proprio qui a Venzia l’anno scorso. Tout se tient. Tutto ritorna.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Venezia 74. Recensione: ROSITA. La mostra pre-apre con un clamoroso Lubitsch restaurato

  1. zioluc scrive:

    Gillian Anderson di X files ha diretto le musiche o si tratta di omonimia?

Rispondi