Venezia 74. Recensione: THE INSULT. Dal Libano un film indispensabile che sconvolge certezze e cliché sul Medio Oriente

37486-The_Insult__1_The Insult (L’insulto) di Ziad Doueiri. Con Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salame, Diamand Abou Abboud. Conroso Venezia 74.
37488-The_Insult__2_Beirut, oggi. Toni è un cristiano maronita, Yasser un rifugiato palestinese. Litigano per una banale faccenda di ballatoio, una cosa che da noi finirebbe tutt’al più a Forum. Ma che lì man mano si ingrossa diventando un caso nazionale, facendo riaffiorare i fantasmi della guerra civile e le tensioni tra le varie componenti etno-religiose. Cristiani contro musulmani, e palestinesi contro tutti. Il film, usando la forma del courtroom movie, si fa specchio di un paese dagli odi incrociati e mai domati. Qui a Venezia è strapiaciuto (ma non alla critica più oltranzista, che ha storto il naso di fronte alla convenzionalità di modi e stile). Film importante, ineludibile. Voto 7 e mezzo
37482-The_Insult__3_Un film libanese importante, ma davvero. Una coproduzione internazionale con nei credits anche il nome di Julie Gayet (ricordate l’affaire Hollande?). Film che bisogna assolutamente vedere – sempre che qualcuno lo distribuisca in Italia – per capire finalmente qualcosa di quello che sono il Libano e la questione libanese senza cadere nei soliti vieti cliché. O nell’ignoranza crassa da social network di chi sentenzia e discetta di geopolitiche mediorientali dopo tutt’al più un paio di titoli intravisti nei tiggì. The Insult è il classico caso in cui la forma cinema non è particolarmente ricercata e sofisticata, qui di innovazioni linguistiche e narrative non si vede traccia, ed è il motivo per cui non è piaciuto alla critica più oltranzista e cinefila ammaliata dalla forma e dalle visioni, e di formalismo malata. Ma stavolta, signori, sono i contenuti a importare, a dominare schiacciando tutto il resto, e cosa mai volete che sia se confezione e modello narrativo sono dei più convenzionali e tradizionali (e però nient’affatto disprezzabili, pure con gloriosi precedenti: The Insult è difatti un perfetto courtrooom movie, genere illustrissimo, tant’è che il regista Ziad Doueri ha dichiarato in conferenza stampa la sua ammirazione per Il verdetto di Sidney Lumet).
Stavolta mi schiero dalla parte dei biechi contenutisti. La materia trattata è talmente esplosiva che tutto il resto passa in secondo piano. E fa niente se c’è qualche furbata di troppo che a un festival suona maleducata, un attentato al bon ton autoriale (come il colpo di scena che ci fa scoprire in corso d’opera che l’avvocatessa della difesa è la figlia dell’avvocato della parte lesa). Il film ha struttura robustissima, un andamento serrato e avvincente. Dosa benissimo le sue rivelazioni alternando pause e climax. Ed e probabile che diventi un successo arthouse internazionale se solo trova il vento giusto (un premio a Venezia aiuterebbe). Tutto parte con una lite da ballatoio di quelle che in Italia finiscono in tv a Forum dalla signora Palombelli, ma che poi – non bloccata e dinnisescata per tempo – si ingrossa fino a trasformarsi in questione nazionale, a lacerare l’intero paese facendo riaffiorare gli spettri della guerra civile, e non solo di quella. Rimettendo in campo le divisioni etno-religiose mai sanate. Un crescendo impressionante dal micro al macro in forma di film, dal battito d’ali della farfalla alla catastrofe.
In un quartiere cristiano-maronita di Beirut, oggi. Dal balcone di Toni cade acqua (lui sta banalmente innaffiando) addosso al capomastro Yasser, impegnato in lavori giù in strada con la sua squadra. È che lo scarico non è collegato alla grondaia, come succede nelle aree più sgarruppate di certe città mediterranee. Toni ha torto marcio, non ce n’è. Solo che a Yasser (che scopriremo poi essere palestinese) scappa uno ‘stronzo’, ed è la lite. Toni chiede le scuse, Yasser si rifiuta di abassarsi a tanto (la guerra tra opposti machismi, tra orgogli da maschi alfa è uno dei sottotemi del film). Il capo di Yasser fa da mediatore, programma un incontro tra i due nel garage di Toni. La speranza è che Yasser si scusi finalmente e tutto finisca. Macché. Al cristiano Toni sfuggono parole letali: “Hanno ragione gli isrealiani a dire che voi palestinesi non perdete mai l’occasione di perdere le occasioni. Sharon avrebbe fatto meglio ad ammazzarvi tutti” (immagino che il riferimento sia alla guerra israelo-libanese del 1982, quando Ariel Sharon arrivò alle porte di Beirut. Seguirono parecchie cose terribili, tra cui l’irruzione con massacro di migliaia di civili nei campi palestinesi di Sabra e Chatila da parte delle milizie maronite, e l’esercito israeliano schierato fuori senza far niente per impedire la strage: fatti ricostruiti anche dal punto di vista israeliano nel meraviglioso film di una decina di anni fa Valzer con Bashir). Yasser reagisce, è scazzottata, due costole fratturate a Toni. E il caso esplode. Toni porta in tribunale il suo feritore, ad assisterlo il più abile avvocato cristiano-maronita in città (anzi, si dice sia il legale del partito nazionale). Non sto a dire di più, ci mancherebbe. Ma lo scontro furibondo davanti ai giudici (in primo e in secondo grado) diventa lo specchio in cui la nazione si vede riflessa nel suo peggio. Gli spettri riaffiorano. L’irriducibile complessità etnico-religiosa del Libano, un paese inventato dalle potenze europee dopo la prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’Impero ottomano, torna al centro della politica e dei media. Le alchimie costituzionali e istituzionali messe a punto per mantenere il paese in equilibrio dopo la ventennale, sanguinosissima guerra civile cominciata negli anni Settanta sembrano vacillare sotto l’onda d’urto della piazza e delle rabbie contrapposte innescate dal caso di Toni e Yasser. I palestinesi ricordano come, dopo la fuga da Israele nel 1948, il Libano li abbia sistemati e dimenticati nei campi, negando loro la cittadinanza e i più elementari diritti. I maroniti, di cui Toni è un esemplare tipo umano, accusano a loro volta i rifugiati palestinesi di essere sempre stati un problema dovunque siano andati (Giordania, per esempio), di non essersi mai integrati, di aver attaccato lo stato libanese, di aver fatto della propria condizione di esiliati un’arma di ricatto sull’opinione pubblica internazionale ottenendo consensi e aiuti economici. Tant’è che il simbolo immarcescibile ancora oggi dei cristiani maroniti, la loro icona, la loro bandiera, il loro santo laico, il loro martire, resta quel Bashir Gemayel presidente ragazzino del Libano ucciso nel 1982 in un attentato proprio dai palestinesi. A sconvolgerci e inchiodarci alle poltrone non è il film, non è la lite tra Toni e Yasser, ma l’incredibile, vertiginosa storia del Libano, paese mosaico dagli odi incrociati e indomabili. Ai molti sostenitori della causa palestinese l’avvocato cristiano ricorda come nessuno sia mai del tutto innocente, nessuno immune dalla colpa, rievocando il massacro perpetrato negli anni Settanta in una piccola città a nord di Beirut (e ve ne furono altre teatro di eventi simili) di centinaia di cristiani, donne e bambini compresi, a opera anche di milizie palestinesi. “Nessuno ha l’esclusiva della sofferenza”, si dice in corso di film, e sono parole che dovrebbero stamparsi nella testa di tutti, mica solo in Libano. Quando il confronto in tribunale arriva al suo acme Toni viene attaccato come “sionista e servo degli israeliani” da una banda di ragazzi palestinesi. Ecco, non vorrei che anche questo film fondamentale, che merita tutto, possa essere intralciato nella sua carriera internazionale dall’accusa strumentale di sionismo. Solo perché ha il coraggio inaudito di andare oltre, e contro, la retorica filopalestinese che è stata ed è dato strutturante dell’identità culturale della sinistra europea. Ed è anche il caso di ricordare come oggi a essere massimamente in pericolo in tutto lo scacchiere medio-orientale, o comunque lo si voglia chiamare, siano le minoranze cristiane. Vale anche, in Libano, per i cristiano-maroniti (e altre confessioni, come i melchiti e i siriaci). Maroniti un tempo forza egemone nel paese, anche con parecchie macchie nel proprio passato (la costituzione di una propria falange su modelli fascistoidi, il massacro di Sabra e Chatila), ma oggi minoritari a fronte della crescente presenza musulmana, sunnita e soprattutto sciita, leggi Hezbollah. Giusto non dimenticare la causa palestinese, ma non dimentichiamoci nemmeno dei cristiani che rischiano l’estinzione da quelle parti. E qui chiudo (però, come può portarti lontano un film, quando non è solo un film).
Interpreti perfetti. Diamand Abou Abboud, l’avvocatessa di Yasser, la si è vista anche in Insyriated, il film che alla scorsa Berlinale ha vinto la sezione Panorama, e che dovrebbe uscire tra non molto nei cinema italiani. Meno importante di questo, ma da vedere.

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