Venezia 74. Recensione: FOXTROT di Samuel Maoz è (a oggi) il favorito al Leone d’oro. Ma non il film migliore

37578-Foxtrot_1____Giora_BejachFoxtrot di Samuel Maoz. Con Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shirai. Concorso Venezia 74.
37588-Foxtrot_2____Giora_BejachIl film in testa ai favori della stampa, e il meglio piazzato per il rush finale dei premi. Un’affluente coppia di Tel Aviv riceve una terribile notizia. Ma niente è ciò sembra. Confezione di alta autorialità, uso e abuso di simboli e metafore come in certo cinema anni ’60 (con un cammello parente delle giraffe e dei fenicotteri di Sorrentino). Insomma, una perfetta macchina da festival. Voto tra il 6 e il 7
37580-Foxtrot_6____Giora_BejachSono molti, moltissimi qui al Lido gli entusiasti di questo film israeliano cui già si pronostica il Leone d’oro (l’ostacolo maggiore è che il regista Samuel Maoz ne ha già vinto uno, peraltro meritato, nel 2009 con Lebanon). Dissento. Ho visto di meglio nel concorso, a partire da First Reformed di Paul Schrader e proseguendo con i film di Andrew Haig e Robert Guédiguian. Ma Schrader nella sua irriducibile alterità non ha la minima chance di vincere, mentre Foxtrot è una perfetta, implacabile macchina da festival, di quelle che seducono con la loro alta e esibita impronta autoriale e lo scialo di metafore le giurie, i critici del salotto buono e le signore frequentatrici del cinema intelligente. Intendiamoci, un buon film, a tratti eccellente, ma gravato da una confezione arty e da una pososità da capolavoro annunciato (e pervicacemente perseguito). L’equivalente veneziano di quello che è stato lo scorso maggio a Cannes The Square, che difatti si è preso la Palma d’oro (e non era il caso che la giuria fosse tanto generosa). Di Foxtrot mi è piaciuta l’architettura narrativa, la sapienza drammaturgica, il ferreo e geometrico rigore nel dipanare gli eventi, la ripartizione in tre atti più un epilogo in cui tutto si riconnette e trova una spiegazione. Meno la messinscena. Nel pressbook Samuel Maoz tira in ballo, non impropriamente, la tragedia greca e i giochi del Fato. A me Foxrot è sembrato un apologo, anzi un teorema sulla necessità-ineluttabilità dell’espiazione dopo la colpa, volontaria o involontaria che sia. Sulla misteriosa giustizia oltrenaturale che pareggia sempre i conti degli umani. Non si sfugge alle proprie responsabilità o irresponsabilità, i torti vanno riparati, i debiti onorati. Stranamente, Foxtrot ricorda in versione alto-autoriale la saga di Final Destination (e chi vuol capire capisca). Ma – è una mia impressione – forse Samuel Maoz ha pescato nell’ampio bacino dei racconti e delle leggende yiddish più fosche trasferendole nella Israele ipermoderna e translucida di oggi per mostrarne le zone d’ombra e le segrete tensioni. Massimamente i rapporti con i palestinesi d’Israele.
Un’affluente coppia di Tel Aviv – lui è un architetto importante – riceve una notizia ferale: il loro figlio soldato è morto mentre prestava servizio. Cade svenuta la madre, il padre piomba nella disperazione e nella rabbia. E comincia a sospettare che le cose non siano andate come gli hanno raccontato. Perché non gli dicono dove e come sia morto Jonathan? E perché vogliono inumarlo senza fargli vedere il corpo? Siamo solo all’inizio di un film che passa da un colpo di scena all’altro, da un rovesciamento di fronte all’altro. La realtà non è quella che sembra. Nemmeno la morte di Jonathan. Fine del primo atto. Il secondo si sposta nel deserto, in un checkpoint su una strada nel nulla dove non passa nessuno. O quasi. Fino a un evento che frantumerà tutti gli equilibri e che si riverberà sui genitori di Jonathan. Samuel Maoz per tenere alta la tensione spezza la linearità narrativa, dosa le rivelazioni, mescola i piani temporali. Ma lascia anche affiorare parecchi indizi perché possiamo intuire quella verità che sarà pienamente rivelata solo nell’ultima inquadatura.
Foxtrot è oggetto filmico anomalo e assai scostato rispetto al cinema d’autore oggi dominante. Con se mai parentele e rimandi a certo cinema anni Sessanta fortemente intriso di simboli e metafore, con sospensioni metafisiche e derive surreali. Echi di Fellini, ma anche di certi autori centroeuropei come il Polanski della stagione polacca. E del Processo di Kafka secondo Orson Welles. Film strutturato, chiuso, di inquadrature costruite fino all’artificio. L’appartamento di Tel Aviv usato come una scenografia teatrale. Qell’avamposto nel deserto dai tratti quasi grafici. E usi e abusi di metafora: il container-abitacolo che progressivamente si inclina e affonda, il cammello che compare incongruamente più volte (un messaggero del Destino?), parente stretto delle giraffe e dei fenicotteri di Sorrentino. E il foxtrot, ballato dal soldatino nel deserto e dalle vecchie coppie in Alzheimer della casa di riposo (ma quante coppie di settanta-ottantenni ci sono in questo Venezia 74? In questo film, in quello con Redford & Fonda, in The Leisure Seeker di Virzì, in La Villa di Guédiguian). Un passo avanti, uno a sinistra uno a destra, uno indietro. Non so cosa voglia dire, ma di sicuro anche questa è una profondissima metafora. Samuel Maoz esagera con questo sovraccarico di segni, simboli, premonizioni, allusioni, messaggi cifrati. E purtroppo con una pesantezza e una rocciosità che non ha niente della grazia di certo surrealismo (si pensi a Buñuel) e gli impedisce di volare davvero e arrivare al risultato grosso. Noto come nell’ultimo anno si siano visti ben tre film israeliani che trattano della morte di un figlio. Nel 2016 a Cannes alla Semaine de la critique Una settimana e un giorno, a questo Venezia 2017 non solo Foxtrot, ma anche Longing, proiettato tre giorni fa alle Giornate degli autori. E qualcosa vorrà pur dire.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.