Venezia 74. Recensione: SUBURBICON, un film di George Clooney. Che rovinosa caduta, caro George

Suburbicon di George Clooney. Con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Oscar Isaac.
SUBURBICONClooney rispolvera (da regista) una sceneggiatura rimasta per molto tempo chiusa nei cassetti dei fratelli Coen, ci costruisce sopra su un film lussuoso chiamando due star come Matt Damon e Julianne Moore a interpretarlo. Peccato non abbia il tocco giusto per la black comedy e il grottesco (mica tutti sono John Waters). Soprattutto sbaglia aggiungendo all’asse narrativo portante un sottotrama di black rigettati e segregati del tutto superflua. Disastro. Voto 4
SUBURBICONNon basta prendere una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, rispolverarla con i loro aiuto, e chiamare un paio di star per cavarne fuoti un buon film. Questo Suburbicon dimostra l’ovvio, vale a dire che solo i Coen possono fare i Coen, chiunque si cimenti in tentativi di imitazione e clonazione è destinato al fallimento. Anche se si chiama George Clooney, che i due fratelli li conosce bene avendoli frequentati per lavoro e fors’anche per amicizia. Un disastro, questo Suburbicon, uno dei punti più bassi del concorso (ma ancora non era arrivato il tremendissimo Una famiglia di Sebastiano Riso). Con la solita rivisitazione demolitrice dell’America dei suburbia anni Cinquanta, simbolo e riflesso di un paese al massimo della sua potenza e insieme delle sue contraddizioni e lacerazioni e oscurità, in primis la questione razziale. Quante volte l’abbiamo visto questo scoperchiamento dell’ipocrisia delle belle famiglie butirrose e sorridenti con la Cadillac in garage e le signore e signorine con gli abiti a vita stretta e a palloncino? Facile satireggiare e perculare quell’America bionda che si rispecchiava in Doris Day e che peraltro al cinema e non solo al cinema sapeva farsi autocritica spietatissima già allora (dico solo Scandalo al sole e I peccatori di Peyton Place). Ma per riuscirci oggi senza annoiare bisogna essere almeno i suddetti Coen o John Waters, e Clooney visibilmente non lo è.
Suburbicon è la città residenziale perfetta. Fino a quando si insedia lì, nell’isola della felicità e del benessere wasp, una famiglia black, i Meyers. E comincia il rigetto, ora razzisticamente ed esplicitamente dichiarato, ora occultato sotto un’untuosa condiscendenza. Non sembrano invece così ostili ai nuovi vicini i Lodge, padre, madre su sedia a rotelle dopo un incidente, figlioletto sveglio alquanto, e la zia bella e zitella, la sorella di mamma uguale uguale a lei, però in versione mora (e difatti è Julianne Moore a interpretare l’una e l’altra). Sarà proprio la zia a invitare il nipotino a fare amicizia con il figlio coetaneo dei Meyers e a superare la barriera razziale. Invito accolto, con gran soddisfazione reciproca. E quando due orrendi ceffi arrivano una notte a casa Lodge per una rapina io ho pensato, come tutti credo in platea, che fosse una punizione per quel gesto d’amicizia verso gli indesiderati new neighbors. Macché, non c’entra niente. L’attacco ai Meyers da parte degli abitanti bianchi e razzisti di Suburbicon si prende una bella fetta di film arrivando al vero e proprio pogrom, ma è assolutamente cosa superflua ai fini del racconto, messa lì giusto per conferire al film una patina di engagement di cui francamente non si sentiva il bisogno (George, lo sappiamo che sei un liberal, un uomo intelligente impegnato meritevolmente su molti fornti umanitari, non era necessario che ce lo ricordassi anche in questa occasione). Suburbicon prende dal momento della rapina in avanti un andamento da classica black comedy (ma intanto è passata almeno una buona mezz’ora senza che si si sia potuto afferrare il senso dell’operazione), con parecchio sangue e veleni in puro stile Coen primissima maniera (Bood Simple, per dire). E quando capisci che di quello si tratta hai già capito anche come la faccenda di svilupperà e andrà a finire. Oltre alla prevedibilità, e all’utilizzo improprio della questione razziale, il guaio di Suburbicon sta nell’assoluta estraneità del regista George Clooney al registo macabro-grottesco. Che è cosa notoriamente da maneggiare con cura e per la quale bisogna essere portati, se no son guai. Clooney ha il talento e la grazia dell’ironia, che però è altra cosa dal grottesco. Matt Damon e Julianne Moore fuori parte come non li abbiamo mai visti. Certo che Clooney regista resta un enigma, capace com’è di alternare cose decorose come Good Night, and Good Luck e Le Idi di marzo a altre tremende. Come The Monuments Men e questo Suburbicon.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.