Venezia 74. Recensione: THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI (Tre manifesti fuori Ebbing, Missouri). Uno dei più amati da stampa e pubblico. Vincerà qualcosa?

Three Billboards Day 04_118.dngThree Billboards Outside Ebbing, Missouri (Tre manifesti fuori Ebbing, Missouri) di Martin McDonagh. Con Frances McDorman, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, John Hawkes, Peter Dinklage. Concorso Venezia 74.
37592-Three_Billboards_outside_Ebbing__Missouri_2____2017_Twentieth_Century_Fox_Film_Corporation_All_Rights_ReservedGrandissmi applausi per questo terzo film del regista-sceneggiatore di In Bruges. Una madre esasperata per il mancato arresto dell’assassino della figlia, urla tutta la sua rabbia attraverso tre enormi cartelloni pubblicitari a bordo strada nei quali accusa la polizia e l’omertosa comunità. Il caso torna in primo piano, ma si scatenerà in città anche una reazione a catena assai pericolosa. Dialoghi smaglianti, come sempre in McDonagh (è la sua arma migliore). Voto 7

Martin McDonagh

Martin McDonagh

Sono un convinto estimatore del regista (e sceneggiatore) londinese, ma di ascendenze irlandesi, Martin McDonagh, nato professionalmente a teatro e solo dopo approdato al cinema (famiglia di bravi: scrive e dirige film anche il fratello John Michael, autore del bellissimo Calvary). Lo seguo, e lo apprezzo, da tempi di In Bruges, noir colto con protagonisti due balordi intrappolati nella città più oleografica del Belgio, storia di sangue e efferatezze, e di esplosivi dialoghi, chissà perché a suo tempo avvicinata a Tarantino, da cui invece si discosta parecchio (diciamo che siamo più tra Beckett, Pinter e gli elisabettiani rispolverati). E dopo quello, il gioco acrobatico e cerebrale di 7 psicopatici, tutto un dentro e fuori tra reale e immaginario che ricorda Charlie Kaufman, e anche lì scintillio di dialoghi e scoppi di violenza brutale. Un talentuoso, Martin McDonagh, che qui alla sue regia numero tre fa il botto, realizzando se non il suo lavoro migliore e più audace certo il più bilanciato, il più risolto e fruibile. Anche quello con le maggiori chance di incassare un po’ di dollari e euro in giro per il mondo. E l’accoglienza assai positiva qui a Venezia è un buon segnale.
Io, lo dico subito, non ne sono uscito entusiasta (preferisco i suoi due film precedenti), avendoci scorto qualche paraculaggine di troppo, qualche ammiccamento allo spettatore, qualche vellicamento di certe pulsioni non così encomiabili del pubblico. E qualche smagliatura in fase di costruzione drammaturgica. Poi la qualità migliore di McDonagh, quella di essere un dialoghista sublime, si conferma anche qui, ed è un piacere ascoltare battute così ben scritte, taglienti e brillanti, autentiche rasoiate (subito dopo però siamo stati puniti per tanto godimento con la proiezione stampa del secondo italiano in concorso, Una famiglia, di Sebastiano Riso, con dialoghi semplicemente inudibili).
Ebbing, profondo Missouri, profondissima America. Con tutte le intolleranze, i pregiudizi, i razzismi neanche tanto occultati della enorme provincia americana a prevalenza bianca (sì, certo, quella che ha fatto vincere The Donald). Mildred ha atrocemente perso la figlia pochi mesi prima, stuprata e bruciata senza che sia mai stato identitificato né tantomeno arrestato il colpevole. Tornata forzatamente single (il marito l’ha mollata per una diciannovenne), con soltanto il figlio grande accanto, è arrivata a un livello di disperazione non più controllabile. E decide di passare all’azione affittando tre enormi spazi pubblicitari all’ingresso di Ebbing, sfitti da tempo immemorabile visto lo scarso passaggio. Ci farà montare tre manifesti, in cubitali caratteri neri su fondo rosso. Il più scioccante: Stuprata mentre stava morendo. Negli altri due accusa chi avrebbe dovuto agire e non lo ha fatto. Figuriamoci, la faccenda deflagra nella piccola città di Ebbing e sui media locali. Il caso della ragazza uccisa torna a occupare i notiziari. La popolazione si spacca, anche se la maggioranza si schiera contro Mildred e solo un manipolo di coraggiosi con lei. Faranno di tutto per dissuaderla, per farle fare marcia indietro, minacceranno lei, le persone che lavorano con lei. Il poliziotto cattivo anzi psicopatico di Ebbing comincerà a perseguitarla (il poliziotto buono è lo sceriffo, che cerca inutilmente di spiegare a Mildred come ogni sforzo possibile sia stato fatto, come non sia così semplice identificare uno stupratore in mancanza di prove e testimoni, e lei: fate il test del dna a tutti i maschi della zona!, e la prendono per pazza. Forse in America non sanno che in Italia una ricerca del genere è stata fatta davvero per identificare chi ha ucciso Yara Gambirasio). La guerra personale della combattente Mildred costringe tutti a schierarsi, scoperchiando collusioni, ignavie, ipocrisie, paure. Tutto il repertorio del marcio di provincia – con il sovrappiù della violenza americana – che è facile immaginare. Mildred resisterà e ripartirà all’attacco anche dopo che l’avranno messa in ginocchio. Il film si lascia seguire come un western, come un uno-contro-tutti, nella più pura tradizione dell’individuocentrismo americano. E onore a Frances MckDormand che si produce in un’interpretazione travolgente (sarà Coppa Volpi? O la daranno a Helen Mirren o magari a Charlotte Rampling?) conferendo alla sua Mildred rabbia, passione e una determinazione incrollabile da eroina della frontiera. Gli attori sono tutti indistintamente (anche il meraviglioso Woody Harrelson) alla corte e al servizio della star, dell’ape regina. Film tiratissimo, senza un momento di tregua e di noia, che strappa più volte l’applauso. Con McDonagh abilissimo nel giostrare tra drammatico (e tragico) e grottesco, impresa ad alto quoziente di difficoltà che non riesce a tutti (vero George Clooney? e mi riferisco a Suburbicon). Eppure qualcosa non funziona in questa apparentemente perfetta macchina narrativa per la quale molti qui a Lido pronosticano un premio certo, e magari il Leone d’oro. Si prova un certo malessere di fronte a questa cittadina certo assai provata dalla vita che però ostinatamente vuole, esige, pretende giustizia anche in mancanza di prove, fino a volersi fare giustizia da sola. Si dirà che Mildred con i suoi clamorosi tre manifesti vuole solo spingere le forze di polizia a uscire dall’inerzia. Solo che questa sacrosanta motivazione la scaglia oltre il limite. Del resto, su questa zona oscura della psiche si sono costruiti film e interi generi cinematografici. I poliziotteschi italiani della serie Il cittadino chiede giustizia, la legge assolve o i giustizieri tipo i Clint Eastwood e gli Charles Bronson degli anni Settanta. Mildred viene da lì, da quegli archetipi, e prima di applaudirla con tanto entusiasmo si dovrebbe pensarci su un attimo. Credo che Martin McDonagh, da sempre interessato a esplorare le reazioni di gente posta in condizioni estreme, abbia voluto metterci anche stavolta di fronte a un caso clinico, a un’esondazione psichica. La cittadina che vuole giustizia anche andando oltre la legge, in fondo non è così lontana dagli psicopatici del film precedente di McDonagh. Mi pare che il suo cinema sia completamente amorale, avalutativo, cinema se mai fenomenologico, di osservazione dove, come capita in certi esperimenti di laboratorio, McDonagh mette i suoi personaggi-cavia in situazioni al limite per spiarne la risposta. Scambiare Tre manifesti per un film politicamente virtuoso, schierato dalla parte delle donne e dell’America migliore, è un errore di prospettiva, una distorsione ottica, un abbaglio e un’illusione. Diciamo che McDonagh con le giuste cause un po’ ci marcia, perché è anche così che si conquistano platee, buone recensioni e premi. Dietro alla fantasmagoria, ai fuochi d’artificio dei suoi dialoghi si intravedono però certi cedimenti e smagliature di sceneggiatura. Com’è possibile che un suicida scriva tutte quelle lettere prima di morire? e lettere complicate e iper argomentate. E com’è possibile quella confessione dello stupratore a un amico mentre c’è lì, a pochi centimetri, un poliziotto che lo ascolta? Ma sono mancanze quasi invisibili in un film dalla confezione smagliante, che di sicurò farà molta strada. Basta non parlarne come di un capolavoro.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Venezia 74. Recensione: THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI (Tre manifesti fuori Ebbing, Missouri). Uno dei più amati da stampa e pubblico. Vincerà qualcosa?

  1. Pingback: Venezia 74. LA MIA CLASSIFICA (parziale) del concorso: 15 film su 21 | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Venezia 74. LA MIA CLASSIFICA (parziale) del concorso: 19 film su 21. Aggiornata a giovedì 7 settembre | Nuovo Cinema Locatelli

  3. Pingback: Venezia 74. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei 21 film del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  4. Pingback: Venezia 74. E il Leone d’oro va a Guillermo del Toro (The Shape of Water). Gli altri premi, e un commento instant | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi