Venezia 74. Recensione: UNA FAMIGLIA di Sebastiano Riso. Il peggior film del concorso è (purtroppo) italiano

37630-Una_famiglia__1_Una famiglia di Sebastiano Riso. Con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel. Concorso Venezia 74.
37638-Una_famiglia__3_Vincent e Maria producono bambini per venderli alle coppie sterili disposte a pagare adeguatamente. Ma lei è depressa, non ci sta più. Seguiranno trucide complicazioni. Il catanese Sebastiano Riso va dritto a una delle ossessioni della contemporaneità, il desiderio di un figlio a ogni costo, ma lo fa adottando modi sensazionalistici, in una sorta di pasolinismo male assimilato e degradato. Voto 3
37640-Una_famiglia__2_Sembra il cattivo replay di Venezia 2016. Giusto un anno fa era italiano il peggior film del concorso (Piuma di Roan Johnson, quest’anno la maledizione si ripete. Come definire Una famiglia, opera seconda del catanese Sebastiano Riso? Diciamo imbarazzante (e siamo educati). Che uno si chiede come come si sia potuto metterlo in concorso in quota Italia. D’accordo, non è che il nostro cinema pulluli di capolavori, ma qualcosa di meglio si poteva inserire al suo posto, ad esempio il bellissimo Gatta cenerentola di Alessandro Rak, confinato chissà perché a Orizzonti. Riso comunque gode di alta considerazione, e per me è inspiegabile, non solo in Italia ma pure fuori, tant’è che tre anni fa il suo lungo d’esordio, Più buio di mezzanotte, venne scelto per aprire nientemeno che la Semaine de la Critique a Cannes. Film che già conteneva tutto il senso per il turpe e i fangosi margini sociali del suo autore, film trucido e laido, con dentro un pasolinismo di riporto malcompreso e anche peggio assimilato. Ma temo che più che di Pasolini per il cinema di Riso si dovrebbe parlare, se proprio si vuol cercare un antecedente, dell’Aurelio Grimaldi di Le bottane o Nerolio. Nel genettiano Più buio di mezzanotte si seguiva un transgender ragazzino, tra repressione di famiglia e losche avventure nei bassifondi di Catania e nel cinemacci porno. Qui niente omosessualità, e invece un tema di quelli sensibilissimi e torridi della nostra ipermodernità. Intendo, la maternità e paternità rincorse con ogni possibile mezzo, anche con altri mezzi che non siano quelli adottati da qualche decina di migliaia di anni da Homo Sapiens. Però, e qui sta la vena neo-neorealista e neo-neoborgatara di Riso, in Una famiglia non si entra nei laboratori della fecondazione assistita, nelle alchimie delle terapie ormonali e dei trapianti in utero degli embrioni, degli acquisti di sperma e ovociti nelle apposite banche. No, qui, come in un melodramma anni Cinquanta, si commissiona a una coppia la gravidanza e poi se ne compra il pupo. Per almeno mezz’ora non capiamo niente del film, non riusciamo ad afferrarne il senso, vedendo solo una coppia malmostosa farsi del male. Lui, Vincent detto Vincenzo, è un francese approdato chissà perché in Italia (si lascia intuire un torbido passato), lei Maria è una povera donna succube e innamorata di quel compagno-padrone. Fanno parecchio l’amore, ma sono anche molto, molto infelici. Specialmente lei, insoddisfatta e depressa, versione bassa del monicavittismo antonioniano. Lui, tenebrosissimo e ambiguo, le si concede e si sottrae, la lusinga e la maltratta, portando all’esasperazione l’alienata de periferia (abitano in un orrendo palazzone con vista sul raccordo anulare). Dialoghi inascoltabili che neanche nelle peggio novelas turche. Il regista fa aleggiare il mistero intorno ai due sciagurati, ma anziché suscitare tensione e suspense provoca solo lo sbadiglio. Va anche peggio quando scopriamo che lei è una fattrice di bambini in quella fabbrichetta familiare di pargoli messa su dal torvo Vincent. Lui che pianifica fabbricazione e vendita del prodotto, lui che attraverso un’orrida intermediaria si procura i clienti, lui che fa seguire Maria da un ginecologo complice. Ma anziché concentrarsi su questi sporchi ma pur sempre interessanti maneggi il film si dilunga purtroppo anche sui tormenti di coppia, con Maria neoBovary che insopportabilmente si chiede se lui la ami ancora, e se lei ancora lo ami. Tant’è che decide di nascosto di ricorrere a un anticoncezionale per non restare più incinta. Basta, si chiude la fabbrica. Figuriamoci lui quando se ne rende conto e si vede sfumare il guadagno (e la scena in cui le toglie a forza la spirale è puro trash), e poi sotto di nuovo con le scopate, finché lei resta di nuovo incinta. Riso va a pescare una faccenda terribilmente seria come il desiderio di paternità e maternità a ogni costo, e oltre ogni ragionevolezza, peccato che il suo gusto per il sordido trascini tutto nella spazzatura. Non approfondisce nemmeno certe tracce narrative che pure qua e là trapelano, come la storia malata tra lui e lei, i giochi manipolatori messi in atto dall’orrido Vincent per tenersi accanto la poveretta-fattrice. E che ansie autorialistiche, di promozione nella serie A del cinema. Come dimostra quel piano sequenza con mdp che esce dal palazzo, fa un ampio giro e poi ci rientra, a citare quello leggendario del finale di Professione: reporter di Antonioni. Indizio che rivela quali siano le ambizioni del regista e la sua autostima (nell’area press dedicata al film sul sito Biennale Cinema ci sono ben 11 foto scaricabili, dico 11, di Riso: record assoluto del festival). Scene di inarrivabile ma purtroppo non ghiotto trash, come quella del cassonetto, ormai leggendaria qui al Lido. Il problema di Una famiglia non è il rovistare nella melma, ma come lo fa, e lo sguardo adottato. La compulsione a épater sprevale sempre sulla pietas, ed è questo a rendere il film così sgradevole. Micaela Ramazzotti abbandonata a se stessa in una parte impossibile con battute allucinanti. Almeno Una famiglia si astiene dai soliti correttismi politici, arrivando a mostrarci una stronzissima coppia gay che non si fa il minimo scrupolo a commissionare a Vincent e Maria un bambino. E poi a rispedirlo indietro ai mittenti quando si rendd conto che è nato malato. Ma Riso mette le mani avanti, facendo dire a uno dei due: “abbiamo tentato per anni di adottarne uno, ma non c’è stato niente da fare. Questo paese non cambierà mai”. E no, signori, troppo facile accusare l’Ialia di arretratezza e insensibilità verso i diritti gay, troppo facile cercare giustificazioni. Commissionare e comprare bambini è cosa infame e senza attenuanti. Punto.

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4 risposte a Venezia 74. Recensione: UNA FAMIGLIA di Sebastiano Riso. Il peggior film del concorso è (purtroppo) italiano

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  4. Gentile Locatelli, ho avuto l’occasione di parlare col regista in una situazione informale, ed alla mia domanda sul perché i dialoghi del film fossero così banali, mi ha risposto che l’idea era quella di ricreare il modo in cui due persone semplici parlano nella vita di tutti i giorni. Ho trovato interessante questa risposta perché sintetizza una tendenza di quel cinema che lei a volte definisce neo-neorealista. Ci sono effettivamente molti film con dialoghi elementari che risultano avvincenti (mi viene in mente, per esempio, Dheepan: il fatto che i dialoghi siano estremamente basici non toglie nulla alla grandezza del film). Mi piacerebbe, se possibile, ricevere un suo parere sul motivo per cui, mentre in alcuni film che usano un linguaggio povero per descrivere la vita di persone ai margini della società, la bellezza intrinseca dei dialoghi non viene considerata, in Una Famiglia, pur avendo le stesse mire, la semplicità dei dialoghi crea fastidio nello spettatore, al punto da definirli “inascoltabili”. Grazie per l’attenzione!

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