Venezia 74. Recensione: MOTHER! Perché il film di Darren Aronofsky ha spaccato il festival

nullmother!, di Darren Aronofsky. Con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris, Michelle Pfeoffer, Domhnall Gleeson, Brian Gleeson. Concorso Venezia 74.
nullCosa resta del linciaggio in proiezione stampa di questo film di Darren Aronofsky? E perché mother! ha scatenato reazioni così violente? Io sto con Aronofsky e il suo film, ennesima ma notevole variazione sul tema della casa invasa e dei fantasmi della maternità (e paternità). Voto 7 e mezzo

Darren Aronofsky

Darren Aronofsky

Questo Venezia Film Festival 2017 verrà ricordato anche come quello del linciaggio in proiezione stampa di mother! (sì, con minuscola e punto esclamativo, e già questo non deve aver bendisposto le pudibonde vestali del cinema corretto, quelli che ancora ‘il punto esclamativo è fascista’, e anche quelli che ‘lo zoom è fascista’). Le cronache hanno già ampiamente detto della gazzarra. Ho poco da aggiungere, se non che i fischi son diventati subito un boato, appena appena temperati da qualche applauso qua e là (tra cui il mio). Il peggio sono state gli schiamazzi vergogna! vergogna!, gente indignata e gonfia di rabbia che sembrava gli stesse per partire l’embolo fatale (per un film! ma andiamo! e le vestali mi perdonino i due punti esclamativi). Qualcuno si è perfino fiondato sotto lo schermo brandendo minacciosamente il pugno. Contro chi? contro cosa? contro quelle ombre evanescenti che chiamiamo cinema? Suvvia. Fosse stato in sala, Darren Aronfosky sarebbe stato circondato, menato, appeso con la corda. Nessuno ha gridato Piazzale Loreto!, ma il clima era quello. Ora, non mi scandalizzo per il dissenso anche vociante e, come in questo caso, berciante. Mi chiedo piuttosto cos’abbia innescato una reazione così violenta, anche perché il film è, incontestabilmente, puro cinema, audace nel leggere le solite complicate relazioni di coppia attraverso la lente del genere, l’horror, il grandguignol. Potrà anche dispiacere Aronofsky, ma non si può non riconoscergli una suprema capacità di girare e raccontare, e bastano i prini dieci minuti, con la macchina da presa che segue Jennifer Lawrence in ogni angolo, corridoio, cunicolo, anfratto, per rendersene conto. In un movimento sincronizzato su suoni e rumori evocativi e sinistri. E allora? Allora è la spudoratezza di Aronofsky a dare fastidio, il suo fregarsene delle buone maniere, il suo mai nascondersi dietro i modi puliti e ipocriti, preferendo la selvaggeria, l’eccesso barocco, il massimalismo, l’estremismo. Che ci siano illustri precedenti nel campo non importa al critico medio e dal pensiero unico, il quale ha prestampato in testa lo schema del film da festival e non appena avverte qualche scostamento rispetto al modello esplode e grida allo scandalo, anzi al fascismo cinematografico. Figuriamoci, una casa maledetta con crepe e buchi e cedimenti strutturali da cui sgorgano liquidi immondi e sangue, sangue, sangue. Sopportabili per il recensore in un B- o Z-movie, ma non in un film proiettato nel santuario della Mostra di Venezia. Blasfemia. Profanazione. Eppure quanto cinema, e quanta originalità di messinscena e di pensiero in mother! rispetto a tanti prodotti scialbi e rassicuranti di questo festival.
Siamo in una grande villa in mezzo a una qualche prateria americama, un enorme nulla. Dove abitano lui (Javier Bardem), scrittore naturalmente in crisi di ispirazione e ansioso di ritrovare il successo, e lei (Jennifer Lawrence), giovane moglie che pazientemente sta ricostruendo e restaurando filologicamente la magione. Ma il vivranno felici e contenti non abita lì. Arriva un torvo, minaccioso sconosciuto (Ed Harris) che, nonostante le perplessità della moglie, il marito accetta di ospitare. Ma è davvero uno soncosicito? o tra lui e ilbmarito c’è una segreta intesa? Sarà l’inizio di una catena distruttrice. Approderanno nella casa la moglie di lui e i due figli (interpretati dai due veri fratelli Gleeson), la magione verrà occupata anzi espopriata dalla demoniaca famiglia, la moglie sempre più messa ai margini, il marito sempre più complice dei nuovi venuti. Resta incinta, la giovane donna, e qui le affinità già evidenti con Rosemary’s Baby si fanno clamorose. È incredibile come quel film continui a germinare, a quasi mezzo secolo di distanza, altri film (ce ne sono almeno un paio a ogni festival). mother! ne è, credo, una voluta riscrittura, e un omaggio di Aronofsky a Polanski. Ancora una volta si racconta un uomo che in cambio del successo mondano non esita a vendere la moglie e il figlio in arrivo (così almeno ho intuito io, mentre Antonella Mattioli su fb mi contesta questa mia impressione).
Si parte come in un kammerspiel, pochi personaggi a farsi del male in un interno claustrofobico, poi il film esplode, si traforma in un girone infernale, in un sabba di corpi e  anime dannate. E la casa viene invasa, profanata, distrutta. Un crescendo che Aronofsky orchestra benissimo, riuscendo a terrorizzarci come poche volte ultimamente . Certo, non si adottano mezze misure, qui si enfatizza e estremizza senza remore. Ma è scelta estetica e linguistica. Aronofosky, l’avevamo già visto nei suoi film precedenti, e anche nel suo maggior successo di sempre Black Swan, non è autore di cinema realista, la sua dimensione elettiva è quella del mito, del sacro, della fiaba cattiva e terrorizzante. E del sogno, dell’incubo, dell’allucinazione. Dell’inconscio, ecco. E in questo, signori, piaccia o meno, è oggi un maestro. A distinguerlo da un facitore di horror seriale c’è parecchio. mother! è anche a modo suo un Scene da un matrimonio, con un maschio-padrone che confina la moglie in un ruolo ornamentale usandone spietatamente la devozione e manipolandola. Ma siamo anche dalle parti, ebbene sì, della metafora sul maschio creatore che vampirizza e succhia le energie vitali di una donna per alimentare la sua arte. E un po’ inquieta pensare come Jennifer Lawrence sia l’attuale compagna di Aronofsky (prendendo il posto che era stato molti anni fa di un’altra attrice, Rachel Weisz). Una Jennifer Lawrence completamente trasformata e irriconoscibile nella parte di una donna vittima, lei che si è fatta largo nel cinema come con ruoli di combattente e vincente.

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