Film stasera in tv: LA PAZZA GIOIA di Paolo Virzì (ven. 15 sett.2017)

La pazza gioia, un film di Paolo Virzì, Rai 3, ore 21,15. Venerdì 15 settembre 2017.
Ripubblico la recensione scritta dopo la proiezione del film alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2016.
La_Pazza_Gioia_01_cPAOLO-CIRIELLILa pazza gioia, un film di Paolo Virzì. Con Valeria Bruni Tedeschi, Miacela Ramazzotti, Marco Messeri, Marisa Borini, Valentina Carnelutti, Anna Galiena, Tommaso Ragno. foto-la-pazza-gioia-20-low
La contessa e la proletaria, tutte  due ospiti (coatte) in una comunità per disagi mentali, si alleano e scappano. In un on the road tra Toscana e bassa padana che è un viaggio nel passato e nei suoi fantasmi. Funziona bene la coppia Valeria Bruni Tedeschi-Micaela Ramazzotti. Ottima la prima parte, poi nell’ultima mezz’ora il film si perde nel patetismo. Voto 6
foto-la-pazza-gioia-27-lowSecondo film italiano alla Quinzaine dopo Fai bei sogni di Bellocchio e prima di Fiore di Claudio Giovannesi martedì 17 maggio. Seconda ottima performance di Valeria Bruni Tedeschi a questo Cannes dopo Ma Loute di Bruno Dumont. Qui in La pazza gioia – di cui s’è pigramente scritto mesi e mesi prima che uscisse come di un Thelma & Louise all’italiana, anzi alla toscana, che invece non c’entra niente – si racconta dell’imprevedibile legame, che sia amicizia, solidarietà, sorellanza o altro poco importa, tra due donne opposte. E però entrambe ospiti (per carità non si dica internate o ricoverate e nemmeno pazienti) in uno di quei posti assai complicati da definire forse perché ambigui nella loro sostanza, che si dicono strutture sul territorio per il disagio mentale, e non chiedetemi quale sia l’esatta etichettatura e l’eventuale acronimo – l’Italia adora gli acronomi, che usura rapidamente per sostituirli con altri nuovi di pacca. Io sono rimasto ai vetusti centri di igiene mentale. Diciamo che sono i manicomi dell’era in cui i manicomi non esistono più e non si possono nemmeno nominare. Allora, le due protagoniste sono ospiti un una villa dalle parti di Pistoia assai bella, nonostante i pessimi graffiti che dovrebbero rallegrarla e invece la deturpano e incupiscono, frutto probabilmente dell’arte-terapia. Beatrice Morandini Valdirana si spaccia per contessa e in effetti lo è, una mitomane si sarebbe detto in altri tempi, una millantatrice, che con allegria ha turlupinato e truffato macchiandosi di parecchi reati. Virzì e la cosceneggiatrice Francesca Archibugi l’hanno modellata su certe sciure della Milano da bere invecchiate, con tutte le fisime e le paturnie e le cattive frequentazionu della milanesità arrogante, una figura che discende dalla Franca Valeri del Vedovo e dalla Melato di Travolti da un insolito destino, però più simpatica e meno stronza. Con parecchie e irresistibili battute in canna e sparate al momento giusto. Sciura comunque, e per sempre, anche lì in quel posto di gente devastata, ed è irresistibile quando nelle ore di ergoterapia – si colitivano fiori e piante da rivendere – comanda il plotone dei lavoranti come si comanda la servitù, e lei seduta sotto il parasole a non fare un cazzo. Arriva Donatella Morelli – nome molto anni Sessanta, la decade di culto di Virzì e non solo di lui -, di magrezza anoressica, distrutta, tatuata, probabilmente tossica. Perché l’abbiano chiusa lì non si sa, e lei è assai reticente. Con Beatrice la contessa al principio è un disastro, le due non si usmano, è baruffa. Poi scatta il sodalizio. Scapperanno insieme saltando al volo su un autobus, Beatrice con la sua abilità di truffatrice farà assaggiare a Donatella un po’ di bella vita, bei negozi, bei ristoranti. E la aiuterà anche a ritrovare il figlio dato in adozione dopo che. Dopo che, punto. Perché sta in quel dopo la svolta del film, il suo segreto, il suo nucleo narrativo. La pazza gioia dura troppo, e gli ultimi quaranta minuti, di un patetismo facile facile, non si reggono proprio e rischiano di rovinare quello che di buono s’è visto fino a quel momento. Il meglio sta nella prima parte, nel personaggio di Beatrice, perfettamente scritto e interpretato. Ed è parecchio interessante lo sguardo dal di dentro sulla comunità terapeutica. Fa capire parecchio di cosa sia oggi la follia, di come sia socialmente vista e trattata. Sparite le gabbie e le camicie di forza dei manicomi, i pazienti sono tenuti sotto controllo e regolati attraverso la somministrazione di psicofarmaci. La lodevole intenzione di togliere ogni stigma alla malattia mentale finisce col risolversi spesso in condiscendenza, in un correttismo politico che abolisce la cosa e si vergogna perfino a nominarla, ma che non può eluderla. I confini della villa-ricovero sembrano elastici, espandersi o restringersi a seconda del tasso di tolleranza o di controllo esercitato al momento dai responsabili. E se qualche volte quei confini sembrano sparire trattasi di illusione ottica, i confini non spariscono davvero mai. Chissà cosa scriverebbe oggi della malattia mentale e del suo trattamento in Occidente il Michel Foucault di Sorvegliare e punire. Di culto, come sempre, il cameo di Marisa Borini, vera mamma di Valeria Bruni Tedeschi (e di Carla Bruni) già vista in film diretti dalla figlia come Un castello in Italia, e che qui fa benissimo la contessa-madre di Beatrice Morandini Valdirana. Paolo Virzì si conferma il vero erede, forse l’unico, della commedia all’italiana dei Monicelli, Risi, Scola. Solo con meno perfidia e più sentimentalismo.

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