Film stasera in tv: MAGIC MIKE (ven. 15 sett. 2017, tv in chiaro)

Magic Mike di Steven Soderbergh, Canale 5, ore 23,31. Venerdì 15 settembre 2016.

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, regia di Steven Soderbergh. Con Channing Tatum, Matthew McConaughey, Joe Manganiello, Alex Pettyfer, Olivia Munn. Usa 2012.
Questa recensione è stata scritta il 4 agosto 2012, dopo l’anteprima europea del film al Festival di Locarno.
Il film sullo strip maschile che in America ha incassato 120 milioni di dollari, dove Soderbergh ritrova temi e intensità del suo lontano esordio Sesso, bugie e videotape. Magik Mike è spettacolo sgargiante di muscoli, viaggio nell’ossessione tutta contemporanea del corpo, della sua perfezione e bellezza, un’immersione nel narcisimo e nei suoi gorghi. Un racconto morale senza moralismi. Voto 7 e mezzo

No, non è solo un film su spogliarelli e spogliarellisti maschi, non è solo l’esibizione dei più bei corpi dalle parti di Hollywood, la consacrazione trionfale e la glorificazione in cinema dell’uomo oggettificato, carne-merce che si guadagna la sua paga su quei nuovi campi di battaglia che sono le pedane degli strip club. Questo è un film magnifico che riporta finalmente il suo regista Steven Soderbergh al livello (e all’intensità) del suo film d’origine, Sesso, bugie e videotape. A 25 anni di distanza Soderbergh indaga con la macchina da presa un’altra bolgia del sesso, ne scruta con sguardo neutro i corpi che si ammassano, si confondono, si sovrappongono, si ridistanziano, e lo fa senza moralismo alcuno ma anche senza alcuna condiscendenza. Osserva, e quel che ne esce è qualcosa di sottilmente inquietante al di là della fantasmagoria dei colori, delle luci della ribalta, dei muscoli scolpiti, lucidati, di abbagliante ma innaturale pefezione. Magic Mike si sta rivelando anche il suo maggiore successo commerciale dai tempi dei vari Ocean, quasi 120 milioni di dollari finora incamerati sul solo mercato nordamericano a fronte di un budget di appena 9 milioni (Soderbergh ha messo su da tempo una fabbrica che produce film a ripetizione, spesso B-movie d’autore che giocano con i generi, spesso con gli stessi attori di fiducia, complici e partecipi anche economicamente dell’operazione). Certo, lo spettacolo è assicurato, l’appeal irresistibile, soprattutto per il pubblico femminile e gay, ma non solo per loro, perché senza una buona parte di spettatori etero-maschi Magic Mike non avrebbe raggiunto quelle cifre. Dunque, siamo a Tampa, Florida, mare e voglie di fuga e sesso come si conviene in quella parte troppo calda, rilasciata e un filo debosciata d’America. Al club Xquisite il proprietario e imbonitore Dallas arringa la folla femminile in attesa dell’esibizione della celebrata squadra di stripper del locale, e la prima scena di lui che spiega le tre regole (il culo non lo potete toccare, qui neanche, ma qui davanti potete toccare, ed esplode l’urlo del pubblico) è memorabile. Con un Matthew McConaughey mai visto così bravo (neppure nel bellissimo Killer Joe), entertainer lascivo e irresistibile come le migliori-peggiori rockstar, con qualcosa pure del presentatore di Cabaret (do you remember?). Partono i numeri dei ragazzi, collettivi e assolo. Ragazzi che entrano in scena stravestiti e poi man mano lasciano emergere quello che sta sotto, e si lasciano toccare, si concedono alle loro fan, fanno il giro dei tavoli, si portano le ragazze sulla pedana, simulano sesso fino al limite del simulabile e anche un po’ oltre. Purché naturalmente arrivino i dollari. Dollari che piovono sulla pedana, e infilati negli slip sberluscenti o nei tanga. Il reuccio è Mike, il Magic Mike del titolo, sbalorditivo nei suoi numeri che sono strip, danza e acrobazia, un Channing Tatum in stato di grazia che mostra di essere un corpo maestoso, ma di saper usare quel corpo come strumento espressivo. Pare sia stato lui a dare l’idea Soderbergh di girare il film, avendo fatto davvero lo stripper a 19 anni, prima di darsi al modelling (ha lavorato anche per Armani), e si vede. La struttura del film resta quella classica del musical, o del dance-movie, con i numeri a fare da pezzi narrativi forti e poi, a collegarli, trame e sottotrame che isolano uno o più personaggi, indagandoli nel backstage e fuori. Mike, ad esempio, che ha l’anima divisa tra il continuare con lo strip e mollare e intraprendere finalmente l’attività di produttore di mobili su misura come sogna da anni. Conosce Adam, un ragazzo che ha lasciato l’università, che sopravvive a malapena, e, dopo averne intuito le potenzialità, se lo porta all’Xquisite e lo fa debuttare. Il Kid, come viene subito battezzato dal capo Dallas, fin dalla prima volta mostra di saperci fare. Diventerà una delle attrazioni. Ma il character che durante il film finirà con l’imporsi come il più interessante è Joanna, la sorella di Adam/Kid, ragazza bella e severa, di mestiere infermiera, la cui solidità e il cui disincanto servono a Soderbergh come mezzo di contrasto rispetto al mondo de-regolato del club e dei suoi ragazzi. Non approva che Adam faccia lo stripper ma non fa scenate, lo segue da lontano, ma sempre attenta e partecipe, e quando lui si inabissa nel magma di istinti e passioni non più tenute sotto controllo (le droghe, il narcisismo) cerca di salvarlo. Lo sguardo di Joanna è anche quello di Soderbergh, forse anche quello di noi spettatori. Impassibili assistiamo al gran circo della carne esibita, ce ne lasciamo anche sedurre ma mai ipnotizzare, intuiamo al di là delle luci dello spettacolo le ombre e le penombre. Non c’è moralismo in Joanna, non c’è in Soderbergh, ma disincanto sì. I corpi maschili non celebrano il trionfo dell’eros, né tantomeno di una sessualità, maschile o femminile che sia, liberata e restituita ai suoi diritti. Non c’è neppure condanna. Se a momenti quel rutilare di membra sulla scena ricorda le brulicanti tele bruegheliane e certe danses macabres, non è per intenzione del regista, credo. Magic Mike è piuttosto un gorgo che attira e convoglia verso di sè e dentro di sè gli stripper, le spettatrici urlanti del club, noi spettatori del film. Oltre il gorgo, non c’è perdizione, ma neppure estasi. Magic Mike resta neutro, ma attraverso Joanna ci avverte che non è il caso di starci troppo in quel gorgo, che prima o poi è il caso di uscirne. Lo fa, alla fine, Mike, staccando con quella vita che per sei anni gli aveva dato soldi, donne e un senso di onnipotenza. Non puoi vivere eternamente tra riflessi narcistici, non puoi vivere nel corpo-spettacolo, nel sesso-spettacolo, alla fine perdi te stesso. Questo, mi pare, resta di Magic Mike, ed è molto. Soderbergh ha costruito un racconto morale anche se accuratamente celato sotto luci e lustrini, ci avverte dei rischi della prevalenza dell’Es sull’Io, non diversamente da quanto aveva fatto a suo tempo Paul Schrader in American Gigolo. Ci consegna un film morale senza darlo a vedere, ed è un grandissimo risultato.

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