Venezia 2017, il mio bilancio. Buon festival, ma per favore non parliamo di sorpasso su Cannes

VR

VR (foto ASAC)

Il Palazzo (foto ASAC)

Il Palazzo (foto ASAC)

Domina il trionfalismo a mezzo stampa e web: una grande mostra! un grande leone! abbiamo spezzato le reni ai francesi! (intesi come Cannes). Ecco qualche considerazione assai personale sull’appena concluso Venezia 74: parlando dei buoni (un paio di capolavori) e cattivi film, di un palmarès viziato dal political-correttismo, di un pubblico assai partecipe. Ma parlando anche di sale e molto altro (food compreso).

Il Leone Del Toro (foto ASAC)

Il Leone Del Toro (foto ASAC)

Un grande mostra, la migliore degli ultimi anni. Grandi film. Sorpasso su Cannes, in crisi dopo la smorta edizione 2017.
Questo abbiamo letto. Ma sarà vero? Stampa cartacea e digitale, compresa gente che si è sempre distinta per autonomia di giudizio e non s’è mai confusa con i ragazzi del coro, inneggiano e sbracano nell’entusiasmo da tifosi: è stato un trionfo, abbiamo spezzato le reni ai francesi. Con qualche ragione dalla propria parte e qualche dato oggettivo a supporto, ma con una tracotanza che rasenta la hybris. Piano, signore e signori, Cannes resta lontano anzi iraggiungibile anche se la sua edizione 2017 non è stata memorabile (e però neanche così disastrosa come da narrativa chissà perché consolidatasi da maggio in poi), anche se comincia a soffrire di una formula ossificata, di massima rigidità, refrattaria all’innovazione. Al 60-70% – parlo della Compétition – son sempre autori già transitati al festival, già consacrati, già variamente premiati, dalla Palma d’oro in giù, più qualche nuovo arrivo, nomi lanciati precedentemente dalle selezioni diciamo minori o parallele (Un certain regard, Quainzaine des Réalisateurs e Semaine de la Critique) e poi promossi nella massima serie, ammessi al Tempio. Più uno o due nomi giovani su cui si scommette, e messi in concorso quale prova anzi alibi di apertura, e mi riferisco ad esempio al Laszlo Nemes di Il figlio di Saul a Cannes 2016. Il festival come club dei soliti noti, come cerchia di iniziati. E poi, altro punto critico, le sale: Cannes non ce la fa più a accogliere e smaltire l’enorme massa di accreditati, stampa e industry, nelle poche sale sempre uguali, sempre le stesse, tutte costrette nel Palais. Ecco, le debolezze della più importante rassegna di cinema al mondo cominciano a farsi sentire, urge un riesame dell’usurato format.
Ma questo mica vuol dire che la pur discreta edizione appena conclusa del Venezia FF autorizzi il sogno, anzi il delirio, del sorpasso. Cannes resta l’evento maximo del cinema insieme agli Oscar, con una quantità di giornalisti e addetti ai lavori, soprattutto stranieri, di molto superiore a Venezia. E il suo imprimatur resta fondamentale per collocare un autore tra i grandi (o tra i reietti), nel dettare il canone del cinema contemporaneo e stabilirne le gerarchie interne, per l’inclusione o esclusione di un titolo dalla galleria dei prossimamente classici. Nessun altro festival ha un potere simile, e non ce l’ha Venezia.
Al di là dell’impossibile confronto con Cannes, vanno riconosciute a Venezia 74 una vitalità sorprendente e una buona capacità di affrontare problemi annosi. Le strutture, per esempio. Pur in una location che resta complicata come il Lido – l’impressione ogni volta che ci si va è quella di una terra di nessuno, di un luogo popolato da illustri spettri del passato ma del tutto sconnesso dalla contemporaneità, e di luogo più della memoria che del fare e del vivere – la coppia reggente Alberto Barbera-Paolo Baratta ha fatto parecchio. Se penso alla mia prima edizione con accredito stampa, quella del 2011 con il famigerato cratere nell’area antistante il Casinò, il grande buco su cui sarebbe dovuto sorgere il nuovo palazzo del cinema poi bloccato dall’amianto, ecco, se penso a quell’inquietante terrain vague ricoperto da un enorme telo di plastica, il salto in avanti è notevole. Dal (vecchio e per ora unico) Palazzo del cinema al Casinò al giardino adiacente, è stato sistemato un provvisorio ma dignitosissimo impiantito di legno imbiancato, creando una vasta zona di passeggio, passaggio e anche sacrosanto cazzeggio. Soprattutto son state inventate dal niente, riciclando spazi e angoli del palazzo dell’ex Casinò, sale e salette che saranno anche precarie e arrangiate e pure un filo sgangherate, ma che funzionano. Che sono sale in più. Il che consente di aumentare la quantità di film proiettati, le loro repliche, e i posti a sedere. Che è precisamente quanto Cannes, blindato nel suo Palais, non riesce a fare. Certo, Sala Volpi, Sala Casinò e Sala Perla 2 son quelle che sono. Però almeno stavolta nella Volpi non si sentiva la puzza degli anni scorsi, mentre è persistito il fastidio dei rumori di fuori, sicché mentre ti stavi concentrando su un qualche austero film ecco arrivare clangori e urla dal vicinissimo Palazzo del cinema con il suo red carpet e la folla ammassata e vociante in attesa delle star. Quanto alla Perla 2, è un intelligente riciclo serale della press conference room. E poi, il vistoso ma non brutto, anzi già iconico cubo rosso battezzato Sala Giardino tirato su l’anno scorso, e ricordo alle prime proiezioni – per esempio a quella di Kim Ki-duk – come le file di poltrone si sollevassero a ogni movimento neanche così brusco di chi ci stava seduto. Problema quest’anno risolto (e però persistente in Perla 2).
Tutto continua ad avere un che di provvisorio, di gesso e cartone, come se la Mostra del cinema fose in attesa perenne di una sistemazione definitiva, solida, che non arriva mai, del sempre favoleggiato e mai realizzato nuovo Palazzo del cinema. Ma l’importante è che le sale ci siano e facciano il loro dovere. Sempre meglio il provvisorio del niente di nuovo di Cannes. Resta, se parliamo di accoglienza e ristoro, l’insufficienza dell’area food: non si vive solo di film iraniani e islandesi. Il pezzo di Lido dove si situa il festival è, di suo, di sconfortante nullità in fatto di caffé, bar, ristoranti. Si è ovviato tirando su in tempo di mostra, nell’area giardino attigua al Casinò, dei baracchini che provvedono a panini, pizza, caffè e qualcos’altro, funzionanti e sempre affollati, e però di non eccelsa qualità. Con qualche problema collaterale. Per dire: la sera del nubifragio (tutti in sala, almeno quelli che erano riusciti a raggiungerne una, fradici e con le scarpe in acqua) a fine film l’amara sorpresa dei baracchini chiusi per la pioggia e il vento. E dunque gran fatica a trovare di che rifocillarsi, con qualcuno – posso produrre testimoni – che dopo aver girato per i ristoranti della zona (non proprio vicinissimi) e non aver trovato un tavolo libero, se n’è dovuto andare a letto digiuno. Cose che non succedono a Cannes e Berlino, che son città vere e non fondali di cartapesta, dove, uscendo da una proiezione la sera tardi, non ri ritrovi nel deserto. Tornando alla non eccelsa qualità dell’offerta food: perché non fare della Mostra anche una vetrina del buono e dell’eccellente in fatto di cibo italiano? Possibile che al Lido non si possa offrire di meglio dei panini di qualità turistica o di certi primi tirati via? Non credo che questo sia di pertinenza di Barbera-Baratta, però ci mettessero pure loro una buona parola con chi di dovere, dessero una mano a risolvere anche questa faccenda come han dimostrato di saperne risolvere altre, e più spinose. Dalle sale al make-up, quest’anno, del Palazzo del cinema. Niente di speciale, però una bella rinfrescata di un bianco abbagliante e il ripristino all’esterno dei lampioni originali, in un azzeccato ritorno filologico alle origini, agli splendori architettonici anni Trenta. Risistemato e allargato anche il red carpet, con immediata risposta positiva del pubblico. Per la prima volta da quando frequento il festival sono comparsi i bivacchi di fotografi e fans fin dal mattino per procurarsi la postazione migliore in vista dei serali strusci dei divi, e son cose che avevo visto solo a Cannes. Segno che quest’anno il festival ha suscitato interesse, voglie e passioni precedentemente latitanti. Per la quantità di star, ma anche per i film selezionati che hanno scatenato confronti, scontri, dibattiti e surriscaldato l’ambiente. Tutti convinti, i presenti, di essere a una grande edizione, “la migliore da molto tempo in qua”, con la soddisfazione e l’orgoglio di esserci. Convinzione fondata su un qualche dato di realtà, ma anche parecchio frutto della narrazione trionfalistica che, alimentata da media spesso compiacenti, si è subito imposta. I solerti amici del festival han cominciato a battere la grancassa e a intrecciare lo stortytelling dell’è-meglio-di-Cannes già il mese prima – dal giorno della presentazione ufficiale del programma-, sicché si è tutti finiti col credere alla favola bella ancora prima di entrare in sala. Caso esemplare di una narrativa che si autoavvera e plasma la realtà.
I numeri confortano. Dal comunicato emesso a Mostra conclusa risulta un incremento del 14 per cento di biglietti venduti, e risultano in crescita accrediti vari e abbonamenti.
A proposito di accrediti: mi piacerebbe saperne di più dell’incredibile balzo di rossi, quelli con priority, rispetto a cinque-sei anni fa; allora il rosso stampa daily era limitato, un segno di distinzione, adesso lo sfoggiano in tanti, in troppi?, per non parlare del rosso industry. Possibile tanta gente in primissima fascia? e in nome di che cosa, di grazia? Ho visto ragazzini neanche ventenni con il colore red dei privilegi, e gente che non scrive da nessuna parte, e gente che con l’industry non ha niente a che vedere, e gente che non ha niente a che vedere con niente, eppure con il loro badge rosso rossissimo, dunque con ingresso immediato e precedenza assoluta sui blu periodical. Se qualcuno mi spiegasse sarei contento. Un grazie anticipato.
La qualità dei film, si diceva, le belle cose proiettate di qua e di là, dal concorsone fino alle parallele e indipendenti Giornate degli Autori e Settimana della Critica, passando per Fuori concorso, Orizzonti, Venezia Classics ecc. E però non tiriamocela, sant’Iddio. Che di film brutti se ne son visti, e neanche così pochi (la targa di peggiore se la sono conquistata ex aequo gli italiani Una famiglia di Sebastiano Riso – messo in concorso: ma si può? – e Brutti e cattivi di Cosimo Gomez dato a Orizzonti). Ridando un’occhiata alla mia classifica e relativi voti dei 21 film in corsa per il Leone, mi rendo conto di aver assegnato ben 9 insufficienze, di cui tre a film italiani (erano quattro in tutto, troppi: ho salvato solo, e con una certa generosità, Hannah di Andrea Pallaoro, peraltro girato in francese). Vedo però di aver dato un voto uguale o superiore al 7, che nella mia scala di valutazione è tanto, a ben dieci film. Quindi una lista spaccata quasi equamente tra (film) buoni e (film) cattivi. E i cattivi raggiungono abissi da Cannes neanche sfiorati. Per tornare al confronto con il gran festivàl francese: lì ho dato 5 insufficienze su un totale di 19 film (ecco la mia classifica), e dieci voti superiori al 7. Venezia ha avuto due capolavori o quasi, First Reformed di Paul Schrader e Mektoub My Love: Canto Uno di Abdellatif Kéchiche, mentre di Cannes 2017 non potrei dire altrettanto. E però Venezia rispetto agli storici rivali ha mostrato un’altra debolezza (si parla sempre del concorso), la scarsa rappresentatività etno-socio-geografica dei film, in gran parte concentrati su tre paesi di provenienza: Italia, Stati Uniti e Francia. Poco dal resto del mondo, con mancanze anche pesanti, come quella del cinema rumeno. In ogni caso, a conti fatti, non questa gran differenza di qualità tra Lido e Croisette, non almeno, secondo il mio punto di vista, da giustificare il parlare e lo straparlare di “grande mostra superiore a Cannes”. Ma dove, di grazia? Ma perché? In nome di che cosa che non sia il solito revanscismo un po’ provinciale delle nostre istituzioni recensorie e laudatorie? Difatti gli stranieri vanno più cauti su Venezia 74. Per dire: Marcos Uzal di Libération, una delle testate guida in fatto di film critica, scrive di “concorso abbastanza piatto e monotono”.
Però l’atmosfera è stata di sicuro meno abbattuta, depressa, delusa rispetto a quella che si respirava sulla Croisette lo scorso maggio, dove tutti, anche coloro in possesso del badge più nobile (il bianco), han dovuto soffrire come non mai per le attese interminabili, spesso sotto un sole che non perdonava, e per le lotte al coltello per conquistarsi un posto decente in sala. Una fatica, una spossatezza che può aver influito sulla qualità percepita dei film. A Venezia è anche riuscito, rispetto al diretto concorrente, di creare dei casi, il che mediaticamente è sempre cosa che paga. Con due film che hanno spaccato, creato fazioni contrapposte. Parlo di mother! di Darren Aronofsky, che ha scatenato una gazzarra a fine proiezione stampa in sala Darsena come non si ricordava da tempo. E malamato, anzi odiato, dalla stragrande maggioranza dei recensori italiani sempre molto conservatori – nello sguardo, nell’analisi – anche quando de sinistra e invece assai meno maltrattato dagli anglofoni (media 74 su Metacritic). Ne ho già scritto e quindi non mi ripeto, mentre qualche parola in più val la pena spenderla per Mektoub My Love: Canto Uno, film di Kéchgiche dalle parti del capolavoro per l’audacia antinarrativa e l’abilità di tradurre in cinema la vita e viceversa: stavolta a maltrattarlo iniquamente son stati parecchi americani – schiavi di un correttismo politico ormai degradatosi in pruderie – per il suo presunto maschilismo. Si son lette cose allucinanti, come l’accusa a Kéciche di aver esercitato un “male gaze” sul corpo delle donne, riducendole a oggetto. Vero che Mektoub è passato alle cronache e cronacacce festivaliere come “il film dei culi”, per via dei fondoschiena inseguiti e feticizzati dalla macchina da presa dell’autore francese di origine tunisina. E se anche fosse? Che male ci sarebbe sant’Iddio? E perché mai le signore e signorine del film, che decidono loro chi portarsi a letto e chi lasciare e non si fanno scrupoli ad avere anche più amanti in contemporanea, sarebbero da considerare oggetto e non soggetto desiderante come invece ampiamente sono e come ampiamente mostrano di essere?
Kéchiche è stato pure attaccato in conferenza stampa, e non ci sono parole, davvero. Bisogna difenderlo da questa crociata neoperbenista, codina e stucchevolmente virtuosa, anche perhé quelle di certi americani sono accuse pesanti che di questi tempi possono infamare e rovinare un film, e la carriera di un regista. #iostoconkéchiche, altroché (e pure #iostoconaronofsky).
Niente del genere, come risonanza sui media, era successo a Cannes. E ai casi mother! e Mektoub bisogna aggiungere le controversie post-festival che hanno coinvolto in patria sia il regista israeliano Samul Maoz per il suo Foxtrot che il libanese (ma da anni residente a Parigi) Ziad Doueiri per L’insulto (o anche: L’affronto). Il primo accusato dal ministro della cultura Miri Regev appartenente al Likud, il partito di destra del premier Netanyahu, di aver messo in cattiva luce Tsahal, l’esercito: “È oltraggioso che artisti israeliani contribuiscano all’istigazione delle giovani generazioni contro l’esercito più morale nel mondo”. Il secondo, che in L’insulto ha mostrato con inaudito coraggio le spaccature all’interno del suo paese attraverso un emblematicissimo processo dove si contrappongono un cristiano maronita e un palestinese, ha ricevuto critiche simmetriche, ma con esiti assai più gravi e allarmanti rispetto a Maoz. Al suo rientro a Beirut dopo il premio a The Insult (Coppa Volpi come migliore attore a Kamel El Basha), è stato arrestato – gli hanno pure sequestrato un costoso orologio assegnatogli in uno dei premi collaterali a Venezia: così ha detto uno dei selezionatori della Mostra, Bruno Fornara, alla conferenza stampa di presentazione a Milano di Le vie del cinema – per aver girato parte del suo film precedente, The Attack, in Israele. Colpevole di “collaborazionismo con il nemico”, essendo il Libano in conflitto mai pacificato con il vicino da sessant’anni. E considerandosi reato da quelle parti infelici che un proprio cittadino (anche se con doppio passaporto com’è il caso del libanese e francese Doueiri) abbia rapporti, pure solo verbali, con Israele e israeliani. Tant’è che alla conferenza stampa a Venezia dopo il press screening di The Insult alla domanda di un giornalista del quotidiano israeliano Haaretz ha risposto al posto suo la produttrice Julie Gayet (ricordate l’affaire Hollande? proprio lei) onde evitargli guai. Guai che comunque gli sono piovuti addosso lo stesso: Doueiri è stato tenuto in stato di arresto per qualche ora e poi, sull’onda delle proteste internazionali, rilasciato. Digressione: mi sono reso conto solo dopo questa notizia di aver visto il suo precedente, incriminato The Attack, anche se non ricordo in quale occasione (forse a una rassegna di cinema israeliano qui a Milano allo Spazio Oberdan. Forse). Varrebbe la pena ritirarlo fuori e farlo girare in qualche sala, per come anche in quel film il regista di The Insult vada a rovistare in angoli oscuri della questione mediorientale, raccontando di un chirurgo palestinese residente in Israele che scopre attonito come la moglie si sia trasformata in una terrorista kamikaze nazionalista-jihadista. Due casi simili quelli che hanno coinvolto Samuel Maoz e Ziad Doueiri, ma con conseguenze molto, molto più pesanti, e imparagonabili, per il regista libanese. A riprova del nettamente superiore tasso di democraticità di Israele rispetto ai suoi vicini arabi.
I casi Foxtrot e The Insult sottolineano quanto già era emerso in corso di festival, ovvero di come i film di provenienza nordafricana e mediorientale siano stati molti, belli e soprattutto importanti per il loro scavare nelle infinite pieghe e zone d’ombra di una delle aree geo- e e socio-politiche più instabili e infiammabili. Se poi aggiungiamo alla lista qualche film iraniano (di una società sì musulmana, ma non araba), il quadro si espande e arricchisce. Dall’Algeria è arrivato forse il miglior film di Orizzonti, la sezione seconda – anche se gli è stato dato solo il premio per la migliore interpretazione femminile -, Les Bienheureux (I beati o I benedetti) di Sofia Djama, ambientato nella capitale Algeri del 2008 appena uscita dalla lunga guerra civile alimentata da jihadisti-fondamentalisti, guerra che è costata, vale la pena ricordarlo, 140mila morti. L’eredità pesante di quel conflitto è valutata e resa attraverso la vita di una famiglia, i suoi rapporti inerni ed esterni, una famiglia divisa tra la voglia di andarsene e la paura di recidere le radici, con i genitori fieri paladini di una visione e di una pratica laica e il figlio succube come altri suoi coetanei di un rinnovato e forse ancora più pericoloso fondamentalismo islamista. Da vedere e rivedere (sperando che qualcuno lo distribuisca: intanto a Milano lo danno a Le vie del cinema). Alle Giornate degli Autori, rassegna indipendente e collaterale rispetto a Venezia 74,  è stato proiettato invece il marocchino Volubilis, duro atto di accusa contro le corrotte oligarchie che dominano il paese. Di The Insult si è detto. I complicatissimi rapporti di Israele con i propri cittadini palestinesi, con i palestinesi interni, non emergono solo in Foxtrot di Samuel Maoz ma anche, e più chiaramente, in un altro film israeliano, stavolta di Orizzonti, The Cousin. Il cinema iraniano, con due film sempre di Orizzonti – il davvero notevole No Date, No Signature, doppiamente premiato, e Disappearance – va a rovistare tra vicende private per mettere in luce contraddizioni e faglie di una comunità nazionale non così compatta come vorrebbero le voci ufficiali (le differenze di classe, così spesso raccontate dal regista di Una separazione Ashgar Farhadi, riemergono qui nettissime).
Ma sarebbe fuorviante parlare di un Venezia 74 sbilanciato sul terreno dell’impegno o del realismo. Pur con gli ineludibili film su migranti, condizione della donna, lacerazioni familiari, ormai nerbo, che piaccia o meno, di ogni festival, l’offerta è stata variegata, pure troppo, per qualità, contenuti, stili, visioni di cinema, pratiche filmiche. Perfino stordente. Mentre Cannes continua, discutibilmente ma certo coerentemente, con la sua riconoscibile politique des auteurs allineando nomi consacrati e in via di consacrazione, Venezia è sempre più anarchica e caotica, inseguendo e testimoniando ogni tipo di autorialità, da quella di massima purezza a quella che si contamina e compromette voluttuosamente con il mainstream, e ogni possibile forma cinema. In una libertà e apertura seducenti, ma anche disorientanti. Di fronte al programma del concorso e ancora di più a quello di Orizzonti si resta perplessi per la mancanza di una qualsivoglia linea culturale, di un progetto, di una coerenza, di un disegno. Cannes è chiuso e rigido, Venezia sempre più all’estremo opposto, e non è detto che questo sia positivo. Certo le permette di rendere conto di ogni possibile faccia del prisma cinema, ma al prezzo di un’incontestabile perdita di identità. Cos’è mai oggi Venezia oltre la sua multiforme e forse casuale proposta? Ripensiamo solo ai 21 film del concorso, dove si spazia dal cinema ad alto spettacolo di Guillermo del Toro e Alexander Payne a quello ascetico e impalpabile, scheletrico fino all’anoressia espressiva, dell’Andrea Pallaoro di Hannah. Passando per il cinema del reale (Ex Libris di Frederick Wiseman), per il perfetto film autoriale da festival con relativi manierismi (Foxtrot), per il film audacemente personale (First Reformed di Schrader). Se poi andiamo a vedere la sezione seconda, Orizzonti, dove oltretutto, e chissà perché, ci sono anche i corti, c’è da perdere la testa per l’eclettismo. Tra il documentario Caniba su un antropofago giapponese e un prodotto narrativamente iperstrutturato come l’israeliano The Testament o il medio-mediocre francese Marvin di Anne Fontaine, c’è di mezzo una distanza incommensurabile. E allora, ancora: cos’è mai Venezia? Il suo progetto sembra solo quello di occupare ogni possibile area e nicchia, di rincorrere ogni possibile mutazione nell’ecosistema cinema. Lo dimostra lo spazio, mai concesso finora da nessun festival, almeno di fascia alta, alla VR, la realtà virtuale. Certo, Cannes ha presentato in VR per i pochi che son riusciti a vederlo Carne y Arena di Alejandro Iñarritu sui migranti dal Messico agli Usa (adesso alla Fondazione Prada di Milano, fino a gennaio). Ma Venezia è andata più in là, creando una sezione dedicata e un concorso, dislocandola nell’Isola del Lazzaretto – a una manciata di secondi di vaporetto dal Lido -, con tanto di giuria presieduta da John Landis. Stravincendo da subito su ogni possibile concorrente, presente e futuro, con la sua location. Chi mai potrà esibire una sede migliore di un’isola nella laguna di Venezia? Io non ce l’ho fatta a vedermi molti dei lavori VR in concorso e mi sono concentrato, per mancanza di tempo, su quello più tradizionalmente autoriale, Home in the Blue Temple di Tsai Ming Liang, quasi un’ora di VR nella sua casa meravigliosamente scrostata, degradata e delabrée (ah, il ruin porn) nella foresta di Taiwan, casa già vista a Venezia 2015 nel suo precedente Afternoon. In Home in the Blue Temple il consueto vuoto narrativo e contemplativo zen di Tsai Ming Liang si avvolge intorno al suo attore feticcio, e coabitante della casa, Lee Kang-shen, silenzioso e impenetrabile come un idolo, di volta in volta impegnato in cose di nessun conto eppure sottilmente allarmanti. È stata la mia prima esperienza di VR, e ne sono uscito abbastanza impressionato. Catapultato al centro di una scena in 3D in cui hai la percezione – e sottolineo percezione – di non essere più solo una spettatore. Esperienza immersiva, se mai questa abusata locuzione abbia un senso e sia ancora spendibile, e vien da chiedersi cosa mai potrebbe succedere, con l’abbattimento consentito dalla VR di ogni barriera tra chi guarda e l’oggetto osservato, con un horror o un action-catastrofico. Poi, vero, ti rendi conto che la tua immersione-partecipazione è pura apparenza e simulazione, che non puoi intervenire sul corso dell’azione, sulla catena degli eventi, sui personaggi, come invece la tecnologia ti induce a credere. E dunque, sei ancora e più che mai spettatore passivo, soltanto coinvolto in un gioco illusionistico più sofisticato e complesso e manipolativo. Molti a Venezia a chiedersi se questo fosse ancora cinema. No, non lo è, ma è così importante stabilire statuto e appartenenza? Piuttosto, c’è da chiedersi se la Mostra abbia visto giusto nell’investire come nessuno finora su questa frontiera dell’entertainment e della ricerca artistica. Naturalmente la direzione del festival ne ha molto enfatizzato l’importanza e la crucialità strategica, ma è ancor presto per capire se la VR-spettacolo avrà un futuro o resterà chiusa nel solito padiglione (baraccone?) delle meraviglie e delle curosità. Di sicuro è il sintomo della voglia, o forse ansia, da parte del Venezia FF di cavalcare ogni possibile onda, di occupare gli spazi e le caselle della grande partita dell’entertainment che si va annunciando, e di cui già si intravedono le prime mosse. Mentre Cannnes, eterno e ineliminabile metro di paragone, resta per ora fermo su se stesso, sulla propria classicità, dalle parti del Lido si tenta e si esplora anche avventurosamente. E si spera non avventatamente. Perché il rischio, nel voler stare a ogni costo al passo, è di perdere il proprio essere profondo. Venezia cavalca anche in libertà i modi di consumare il cinema oltre la sala, attraverso le varie piattaforme digitali. Mentre a Cannes sono esplose, dopo la protesta interessata dei distributori francesi, le polemiche sui due film Netflix della compétition, qui di produzioni Netflix se ne son viste quattro – in testa Our Souls at Night con Jane Fonda e Robert Redford, fuori concorso (e alquanto mediocre) -, e nessuno si è stracciato le vesti. Si è rafforzata pure l’offerta di film festivalieri sulla Sala Web, disponibili a prezzi più che abbordabili attraverso MyMovies e FestivalScope, e anche questa è un’altra delle frontiere esplorate senza troppa paura. Dunque: a un Cannes cristallizzato e pietrificato come una società di corte pre-rivoluzione nei suoi rituali immutabili, Venezia contrappone un movimento in plurime direzioni, anche magmatico e disordinato. Quasi mimando nella sua (dis)organizzazione il caos libero di uno dei suoi film più belli di quest’anno, e a questo punto anche altamente simbolico: Mektoub My Love: Canto Uno di Abdellatif Kéchiche. E torniamo così ai film, a cosa e come son stati in questo festival. Del concorso non aggiungo altro, rimandando alle mie recensioni dei 21 titoli in corsa per il Leone. Vorrei se mai segnalare quelli che sono stati i titoli-vertice, pescando non solo dalla competizione ma anche da Orizzonti, Biennale Cinema, dal Fuori concorso e dalle rassegne collaterali e indipendenti Venice Days/Giornate degli autori e Settimana della critica. E allora via con una lista veloce e provvisoria, che spero di perfezionare in un post successivo (precisazione: ho visto in tutto una cinquantina di film, senza comunque riuscire a coprire tutto quello che avrei voluto), e dico e ridico: First Reformed di Paul Schrader (Concorso), Mektoub My Love: Canto Uno di Abdellatif Kéchiche (Concorso), Lean on Pete di Andrew Haig (Concorso), La Villa di Robert Guédiguian (Concorso) e, ebbene sì, il Leone The Shape of Water di Guillermo Del Toro. E ancora: il già citato Les Bienheureux di Sofia Djama (Orizzonti), Caniba di Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor (Orizzonti), l’iraniano No Date, No Signature di Vahid Jalilvand (Orizzonti), La nuit où j’ai nagé di Damien Manivel e Igarashi Kohei (Orizzonti), il libanese Martyr di Mazen Khaled (Biennale College). Aggiungo la VR secondo Tsai Ming Liang e la sorpresa massima di tutto Venezia, il francese Le garçons sauvages di Bertrand Mandico visto alla Settimana della critica. Una fantasia, anzi delirio, in bianco e nero con inserti a colori, ambientato in un irreale fine Ottocento di avventure marine tra Melville e Jules Verne. Con approdo in un’isola misteriosa dalla natura erotica (frutti e fiori fallici eiaculanti nettari spermatici) che trasforma il manipolo dei delinquenziali ragazzi protagonisti in femmine. Quanto al cinema italiano, bilancio non esaltante. Ho visto solo una parte dei molti nostri film disseminati nelle varie sezioni, una quantità esorbitante. Ma dei quattro messi in concorso solo uno si è salvato, Hannah del trentino-americano Andrea Pallaoro. E, ripeto, purtroppo sono cose nostre, partorite dalle nostra industria dell’audiovisivo, i due film peggiori di tutto il festival, Una famiglia di Sebastiano Riso (Concorso) e il laido Brutti e cattivi di Cosimo Gomez (Orizzonti), maldestro tentativo di importare nella suburra romana alla Jeeg Robot il cinema del grottesco e dei freaks di Alex de la Iglesia (e Todd Browning). Con esito terribile, anzi terribbile. Tra quello che ho visto, il migliore prodotto italiano al Lido è stato il cartone Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, esperimento assai riuscito di trasportare tramite animazione il seicentesco Basile del Cunto de li Cunti nelle atmosfere mefitiche della Napoli gomorroide, e chissà perché confinato a Orizzonti. Che se fosse stato messo in concorso si sarebbe fatta migliore figura come Italia e qualche critico straniero in più l’avrebbe segnalato e fatto conoscere al mondo. Noto come a Venezia sia stato debordante e egemone il genere Gomorra, con epicentro in Campania e diramazioni fino a Roma dove si trasmuta in Suburra e Mafia capitale, secondo l’ormai premiata ricetta in cui si mescolano, pur in dosaggi e modi di volta in vota diversi, neobarbarie, criminalità, familismo amorale, trucidume, sangue a fiotti, parlate vernacolari, l’eterno Sud dei boss e dei picciotti. L’anteprima della serie tv Suburra, Ammore e malavita dei Manetti Bros., i già citati Brutti e cattivi e Gatta Cenerentola, Veleno (che non ho visto), Nato a Casal di Principe (che non ho visto), e di sicuro ne dimentico altri. Ormai è questo il genere trionfante, anche perché molto esportabile, che ha preso il posto delle antiche piovre e dei mafia-movie, occupando produttivamente quella che era ai tempi belli di Cinecittà la centralità del peplum e del western. Con tutti i rischi, allora come oggi, della monocoltura e dello sfruttamento intensivo.
Alla domanda, che puntualmente rispunta a ogni festival, “ma dove sta andando il cinema?”, non mi sogno neanche di rispondere. Rifuggo per carattere e propensione dalle teorizzazioni trombone, dalle generalizzazioni improprie, allo sproloquio preferisco l’ancoraggio alla concretezza delle cose, e lascio le profezie sul cinema che verrà ad altri più versati di me. Cosa mai volete che possa dire Venezia 74 sul cinema e i suoi destini? S’è visto di tutto e il suo contrario. Con alcuni temi prevedibibilmente dominanti, come la questione dei migranti, le asimmetrie familiari tra genitori e figli e tra uomini e donne. Sempre alla conferenza stampa a Milano di Le vie del cinema il selezionatore Bruno Fornara ha confessato di aver visionato centinaia di film sulla questione migratoria e la condizione femminile e di esserne uscito stremato. Il politicamente corretto, questo lo aggiungo io, è un virus che ha conquistato una gran massa di produzioni, ed è un peccato che la giuria del concorso presieduta da Annette Bening non sia riuscita a sottrarsi all’onda, anzi l’abbia cavalcata. Come ho già scritto, il palmarès tradisce una propensione al virtuoso e all’engagé, alle cause socialmente buone e giuste, alle ragioni di ogni minoranza. Il leone d’oro è andato a un film certo buono e subito popolare, The Shape of Water (sarà un successo, e forse anche Oscar, Dunkirk e It permettendo), che però urla da ogni fotogramma la sua correttezza, e quindi un conformismo strutturale che è il suo vero limite. Pensate, ad allearsi contro l’America bigotta della guerra fredda e ossessionata dal comunismo sono: una creatura metà uomo e metà pesce simbolo di ogni diversità, una donna disabile (affetta da mutismo), un maturo gay disprezzato e respinto, una donna delle pulizie nera. Come hanno detto i francesi: un’ode alla differenza. Da stritolare ogni resistenza in giuria, e difatti. Il premio alla regia è andato inopinatamente al francese Xavier Legrand per il suo Jusqu’à la garde, marito violento e moglie maltrattata e stalkizzata, il Gran premio della giuria all’israeliano Samuel Moaz per Foxtrot, dove si pone la questione palestinese. E un attore palestinese ha preso la Coppa Volpi per il peraltro molto importante, e assai bilanciato nel distribuire ragioni e torti, film libanese The Insult (e la domanda per la giuria è: perché non avete dato il premio ex aequo anche all’altro attore che nel film ha un ruolo di pari importanza? Forse perché interpreta un cristiano maronita, vale a dire un appartenente a una minoranza che non ha mai goduto di buona stampa tra i gauchistes d’Europa e America, e anzi liquidata a lungo come fascista? E oggi invece a serio rischio sopravvivenza in Libano?). E che il premio della giuria sia andato al dignitoso ma niente di più australiano Sweet Country può essere solo spiegato come omaggio a un film che ripropone la questione della cultura aborigena stritolata dalla presenza bianco-occidentale. La dimostrazione a contrario della correttezza politica del palmarès viene da come sia stato colpevolmente ignorato il miglior film del concorso insieme a First Reformed, vale a dire Mektoub di Kéchiche. Accusato dalla stampa americana di ‘sguardo maschilista’. E il dubbio che la giuria l’abbia piallato via anche, soprattutto per quello, è forte. In sintesi, buon concorso e mediocre giuria. Chi ha salutato il Leone a Del Toro come una vittoria finalmente del cinema-cinema dopo tanto soffrire, come il dovuto risarcimento allo spettatore dopo i (supposti) penitenziali Leoni scorsi a Lav Diaz (The Woman Who Left), Alexander Sokurov (Faust), Lorenzo Vigas (Desde Allà), Roy Andersson (Un piccione seduto su un ramo rifette sull’esistenza), come un capovolgimento radicale degli orientamenti veneziani, dimentica la qualità di quei film. E dimentica che tutto, al solito, dipende dalla giuria in carica. Semplicemente, quest’anno ce ne siamo ritrovata una che ha osato poco anzi niente, andando sul prodotto collaudato, su film e temi consensuali.
Meditazione del giorno dopo e dei giorni ancora seguenti: ma in che direzione stanno mai andando i festival di cinema? Venezia ha dimostrato di essere in salute, per la discreta anche se non travolgente qualità media delle proposte e per la palpabile soddisfazione del pubblico e degli addetti ai lavori presenti. Ma il suo ansimante rincorrere ogni possibile mutamento è il sintomo di un’identità sempre più precaria. Anche stavolta mi sono chiesto, come a Cannes, Berlino, Locarno, in che modo si spieghi una visibile contraddizione, un clamoroso paradosso. Quello dei molti ragazzi e giovani uomini e giovani donne presenti tra il pubblico e tra gli accreditati stampa e di altro tipo, venti-trentenni ebbri di cinema, entusiasti, fortemente motivati e appassionati, capaci di affrontare le code più faticose per vedersi film anche assai ardui e complessi. Mentre, fuori dai festival, quella stessa generazione (non dico loro, dico la loro generazione) poi non la trovi mai in sala a vedersi i film cosiddetti d’autore, tutt’al più si mette in fila per i blockbuster a spettacolo garantito. Forse perché, al di fuori degli eventi come i festival o certe rassegne miscelate ad altro (arte, musica, letteratura), andare al cinema è considerato, nella scala dei consumi generazionali, cosa assai poco cool, e se mai si scarica e pirateggia aggratis, o tutt’al più si versa qualche euro a una qualche piattaforna digitale.
Altra meditazione: sono un’enormità ai vari festival i ragazzi e le ragazze ormai diventati addetti ai lavori (con tanto di badge a certificarlo) in quanto critici o variamente scriventi di film, o film-maker, operatori culturali (qualsiasi cosa voglia dire), studiosi di cinema. In un’Italia in cui, come in altri paesi, le scuole di cinema proliferano e immettono sul mercato maree di ragazzi variamente titolati, i festival si saturano di sempre nuovi e giovanissimi ‘specialisti’. Sicché sta succedendo ai film quello che è successo alla letteratura: sono più coloro che pubblicano libri di coloro che li comperano e li leggono. Analogamente, si moltiplicano critici e film-maker, mentre si assottiglia sempre più la schiera di chi è disposto a spendere qualche euro per andare al cinema. Intanto i festival si sono trasformati in un universo parallelo, una bolla che si autoriproduce. Con un suo proprio pubblico, sempre più composto da addetti ai lavori antichi e recenti che si rispecchiano e si riconoscono autoreferenzialmente nell’evento. Non più piattaforma di lancio per i film, i festival, ma essi stessi un circuito, un approdo. I festival come vetrina e destinazione dei film da festival. Se, come credo, sopravviveranno, è paradossalmente perché si sono autonomizzati dal resto del sistema-cinema, assumendo lo statuto dell’evento e l’aura dell’unicità. Se è così, il successo dei festival è, paradossalmente, solo l’altra faccia della strutturale debolezza del cinema delle sale, e non un segno di riscossa.

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Una risposta a Venezia 2017, il mio bilancio. Buon festival, ma per favore non parliamo di sorpasso su Cannes

  1. zioluc scrive:

    Articolo debordante (ammetto di aver saltato qualche pezzo) e interessante, e ben venga una ritrovata vitalità di Venezia, ma il punto cruciale è alla fine: perché il cinema viva davvero occorre che la gente vada in sala. Sarebbe un balsamo un abbassamento dei prezzi, ma molto più rilevante è la mentalità di chi si accontenta di fruire un film su piccolo o piccolissimo schermo. E lì c’è poco da fare.

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