Recensione: GLORY – Non c’è tempo per gli onesti. Dalla Bulgaria un film su media corrotti e abusi di potere

OC892402_P3001_21444521587048_1825334550825030_5580379272991971470_oGlory – Non c’è tempo per gli onesti (titolo originale: Slava), di Kristina Grozeva e Petar Valchanov. Con Margita Gosheva e Stefan Denolyubov. Bulgaria 2016. Presentato al Locarno Film Festival 2016. Al cinema dal 21 settembre 2017 distribuito da I Wonder Pictures.
OC892399_P3001_214442Dopo il notevolissimo The Lesson, la coppia registica bulgara Grozeva & Valchanov continua anche in questo film raccontare misfatti e abusi di potere del proprio paese. La pr di un ministero prende un pover’uomo e ne fa un eroe nazionale da dare in pasto all’opinione pubblica per stornare l’attenzione da uno scandalo politico. Grozeva & Valchanov sono molto bravi, guardano ai Dardenne e al vicino cinema rumeno, ma con uno stile ormai personale. Peccato solo per lo schematismo ideologico che finisce con l’ingessare il film. Presentato al Locarno Film Festival 2016 e solo adesso nei nostri cinema (ma è già un miracolo che abbia trovato un distributore). Voto 7 meno

OC892398_P3001_214441118574Dalla coppia registica bulgara che ci aveva dato tre anni fa The Lesson, gran film tra Dardenne e Mungiu premiato a San Sebastian e finalista al premio Lux assegnato dal parlamento europeo, ci si aspettava parecchio. Invece, delusione parziale. Intendiamoci, Slava (Glory il titolo internazionale) è opera di rispetto, tutt’altro che da buttare nel cestino delle cose inutili. Ma soffre di un che di troppo di programmatico e dimostrativo: un teorema (su chi ha il potere e chi ne è escluso) svolto in forma di cinema. Telefonatissimo, prevedibile, anche se scritto assai finemente e con una regia da piccoli maestri, con macchina da presa mobile però mai isterica a pedinare i personaggi, e a disegnare come già in The Lesson un micro e macrocosmo bulgaro corrotto e sordido, dove l’ppartenenza europea e la democrazia son roba di facciata a nascondere il marcio, l’eterna corrosione balcanica, l’opacità est-europea. Quanto son bravi, Grozeva e Valchanov. E se solo riuscissero a tenere a freno l’intento didascalico e un certo moralismo, se solo abbassassero il tono predicatorio, sarebbero all’altezza dei loro vicini rumeni Puiu, Mungiu ecc. Uno scandalo, sollevato da un giornalisto d’assalto, investe il ministero dei trasporti pubblici. Jule, la jena in carrierissima responsabile delle pubbliche relazioni del ministero, non ce la fa a stornare l’attenzione della pubblica opinione dala faccenda. Ma il caso le viene in aiuto. Un manutentore di binari, un tipo asociale e mentalmente non così sveglio e a posto, trova una paccata di soldi abbandonati sulla ferrovia e anziché intascarli li porta alla polizia. Subito Jule vede in lui l’occasione di far dimenticare lo scandalo creando un eroe positivo da dare in pasto al pubblico. Un intrigo che i due registi alternano a incursioni nel privato della jena, alle prese con il tentativo di restare incinta tramite fecondazione assistita, e son da antologia della stronzaggine le scene con lei al telefono mentre il medico le spiega la rava e la fava degli ovociti e degli embrioni e dei follicoli. Rispetto a The Lesson Kristina Grozeva e Petar Valchanov accentuano i toni grotteschi e anche comici, facendo del loro uomo qualunque uno scemo più scemo tra Keaton, gli stralunati caratteri di Roy Andersson e la tradizione yiddisch dello schlemiel. Purtroppo Slava stenta parecchio a carburare e manca di ritmo, e la contrapposizione tra corruzione strutturale del potere politico e innocenza del popolo, incarnata dal ferroviere, è davvero troppo manichea. Finale sospeso. Margita Grisheva, la maestra di The Lesson, qui è la pr carogna disposta a tutto. Slava è la marca di un vecchio orologio che nella storia ha un ruolo centrale.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi