Recensione: L’INGANNO, un film di Sofia Coppola. Troppo edulcorato, e inutilmente chic, rispetto all’originale di Don Siegel

1481557de2ca92650d96d96c413e9ff8The BeguiledL’inganno (The Beguiled), un film di Sofia Coppola. Con Nicole Kidman, Colin Farrell, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Oona Laurence.
02578e702ec070ec9552ae62a12399b6Remakizzando un film del 1971 di Don Siegele con Clint Eastwood, Sofia Coppola racconta di un soldato nordista soccorso dalla direttrice e dalle ospiti di un educandato femminile (sudista). Tutto sembra inizialmente perfetto, nell’atmosfera della villa incantata. Fino a che il soldato incorrerà in un fatale passo falso. L’eterna guerra dei sessi, stavolta vinta dalle donne. Se in Siegel l’orrore era apertamente mostrato, qui S. Coppola smussa, addolcisce, elegantizza. Girando una fiaba crudele, ambigua e perfida. Però era meglio l’originale. Grande cast. Gran successo a Cannes, dove Sofia Coppola s’è portata via il premio per la migliore regia. Un buon prodotto, ma non un film così grande. Voto 6 e mezzo
The BeguiledUn merito di sicuro bisogna riconoscerlo a Sofia Coppola: non ha strafatto in durata, attenendosi in questo The Beguiled – tale il titolo originale -, e diversamente da troppi suoi colleghi, alla legge aurea dei 90 minuti (per l’esattezza, il film ne dura 93). Un sollievo in questi tempi di interminabili prove d’autore, di prolissità sussiegose, di registi che scambiano la lunga durata per autocertificazione di artisticità e genialità. Non ci sono invece tempi morti e superfluità narcisistico-autoriali in L’inganno-The Beguiled, remake di un film dei primissimi anni Settanta che in Italia venne splendidamente chiamato La notte brava del soldato Jonathan, uno di quei rari casi in cui il ri-battesimo migliora il titolo originale. E che aveva come protagonista un giovane ma già roccioso e totemicamente inespressivo Clint Eastwood e alla regia il signore del western e dell’action-noir Don Siegel. Una maschia alleanza, intendo Siegel-Eastwood, che lascia il posto, in questo rifacimento (discreto, ma non all’altezza dell’originale, lo dico subito) all’egemonia femminile di Sofia Coppola, signora e padrona in quanto sia regista che sceneggiatrice. Ed è un passaggio che incide parecchio. Nelle mani della regista di Lost in Transation e Somewhere quel racconto horror, più sulla guerra furibonda dei sessi che sulla guerra civile americana ai margini della quale era ed è ambientato, si trasforma adesso in una fiaba gotica, crudele sì, ma più implicita, e ammorbidita, elegantizzata, tra buone per quanto ipocrite maniere da signore e signorine del Sud (americano) in abiti sempre impeccabili e candidissimi. Il giardino delle vergini omicide. Puro S. Coppola, fanciulle in fiore che si aprono alla vita assaporandone il buono e il peggio (vedi anche il precedente The Bling Ring).
Siamo, esattamente come nell’originale di Siegel-Eastwood (peraltro citato in chiave ultracamp anche da Bruce LaBruce nel suo The Misandrists visto alla Berlinale lo scorso febbraio), da una qualche parte della Virginia confederata in guerra con il Nord, e nella fase crepuscolare del Sud ormai in ginocchio. Succede che una ragazzina di un educandato femminile – ormai ridotto per via del conflitto in corso alle sole presenze della direttrice, dell’insegnante di francese (e altro) e di un pugno di educande – trovi vicino alla bianca villa coloniale, che del collegio è la sede, un ferito. Un soldato nordista malconcio e con una gamba piagata. Abbandonarlo? Soccorrerlo? Dilemma serio, visto che trattasi di un nemico. La ragazzina informa la direttrice (Nicole Kidman, of course), la quale prende l’umanitaria decisione di prestargli aiuto: lo ospiteranno, lo cureranno finché si sarà rimesso, poi si vedrà. Un maschio (Colin Farrell) in un microcosmo di sole donne, e potete immaginare. Lo sciagurato, che suscita desideri nelle due adulte e nella più grande delle ragazze (Elle Fanning) e la curiosità delle più piccole, pensa di averle tutte in pugno. Di poterle manipolare pour son plaisir e per trarre qualche vantaggio. È piacente e narciso, la necessaria cura del suo corpe da parte delle ragazze e meno ragazze favorisce i contatti in zone erogene. E si innesca intorno a lui, e da lui astutamente alimentata, la giostra dei desideri e delle passioni per il maschio selvatico caduto per caso in quella serra di signore e signorine in fiore. Finché lo sciagurato non inorrerà in un passo falso.
L’horror robusto di Siegel si stempera, lasciando il posto alle atmosfere ambigue e ai sottili veleni. Sofia Coppola tesse la sua ragnatela, che è anche la ragnatela in cui resterà impigliato l’insetto maschio, con indubbia sapienza drammaturgica. I dialoghi sono eleganti, ambigui e allusivi al punto giusto. La regista azzecca il tono del film e le atmosfere sospese, con quella villa oasi di bellezza nello sfacelo della guerra (mai mostrata, solo evocata da qualche visita in divisa che fa tremare l’educandato: cosa mai vorrà la soldataglia da noi?), e il bosco incantato lì fuori, tutto un chiarore tra le frasche e ombre e penombre. C’è la perfidia celata dietro le buone maniere, e anche la ferocia. La guerra contro il nemico nordista la si combatte anche con un piatto di champignon adeguatamente cucinato. Un po’ fate e molto streghe, le donne di The Beguiled stravincono sul maschio, troppo fatuo e sicuro di sé per prevalere nella dura lotta dei sessi che si è innescata là nella villa incantata. E speriamo però che nessuno spacci questo morbido e inquietante The Beguiled (certo, S. Coppola non allarma granché, mica è Lanthimos o Haneke) per un manifesto di genere (femminile: precisiamolo, giacché i generi crescono di giorno in giorno e si fa fatica a star dietro alla conta). Nicole Kidman quale capessa soccorrevole e imperiosa è brava proprio, e già a Cannes – dove il film è stato presentato in concorso lo scorso maggio con oremio finale a S. Coppola oer la migliore regia – le si preconizzava un’Oscar nomination. Ma anche Kirsten Dunst, la professoressa dilaniata dal desiderio frustrato, potrebbe togliersi qualche soddisfazione nella awards’ season. Elle Fanning (lanciata dalla Coppola in Somewhere) non la si vede granché, ma è fondamentale nell’economia del racconto, e il personaggio della dolce fanciulla preraffaellita però torbida dentro le viene bene. Colin Farrell fa l’oggetto del desiderio. Buon film, non un grande film. Rispetto all’originale SC dolcifica troppo. Se Siegel mostrava tutto il raccapriccio della cruciale operazione chirurgica, una cerimonia del massacro officiata da una divina Geraldine Page (non diciamo di più), stavolta tutto viene annunciato e niente mostrato. Portatemi il cloroformio! Subito!, intima la capessa Kidman, et c’est tout.

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2 risposte a Recensione: L’INGANNO, un film di Sofia Coppola. Troppo edulcorato, e inutilmente chic, rispetto all’originale di Don Siegel

  1. zioluc scrive:

    Il film di Siegel è una meraviglia, dall’incedere apparentemente rozzo eppure pieno di sfumature.

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