Venezia 2017. Recensione: LOOKING FOR OUM KULTHUM, un film di Shirin Neshat. Raccontando il mito della più grande cantante araba di sempre

004082017152149_media1004082017152105_media1Looking for Oum Kulthum, un fim di Shirin Neshat. Con Neda Rahmanian, Yamin Raeis, Najia Skalli, Nour Kama, Mehdu Moinzadeh, Kais Nashif. Presentato a Venezia alle Giornate degli Autori/Venice Days. Proiettato in questi giorni a Milano a Le vie del cinema: i film di Venezia e Locarno.
004082017152138_media1Prometteva molto, questo incontro tra la regista-artista iraniana (della diaspora) Shirin Neshat e il mito Oum Khultum, la più grande cantante di sempre dell’Egitto, e dell’intero mondo arabo. Ma anziché limitarsi a un biopic di Oum, la Neshat inciampa nel suo Otto e mezzo, nel solito film nel film dove racconta i tormenti di una regista iraniana sul set (che si rispecchia nella storia di Oum). Tutto – questa parte intendo – assai déjà vu e poco interessante. Mentre si sarebbe voluto vedere e sapere di più di Oum Khultum. Voto 5
004082017152039_media1Che Shirin Neshat, visual artist iraniana della diaspora, fotografa, cineasta (vincitrice di un Leone d’argento per la migliore regia, non così meritato, a Venezia 2009 per Donne senza uomini), fortemente interessata alla (ossessionata dalla?) condizione e ancora di più immagine femminile nelle società islamiche, avesse deciso di girare un film su Oum Khultum era una notizia succulenta. Almeno per chi avesse una qualche conoscenza delle correnti cultural-popolari e delle icone in quella parte complicata di mondo, e ne fosse attratto. Figuriamoci, la assai celebre in ogni salotto dabbene e informato d’Occidente Mrs. Neshat incontra la più grande e celebre cantante araba di tutti i tempi, e non è un’esagerazione, non sono mica io a dirlo, ma tutte le possibili enciclopedie e biografie, ovvero Oum Khultum (anche translitterata dall’arabo in Umm Khultum, Oum Khaltoum, Oum Khalsoum). Mai sentita? Nel senso di mai conosciuto il suo nome e mai vista-sentita neanche su Youtube? Rimando alla esaustiva voce che la riguarda su Wikipedia e agli infiniti documenti sul web. Mentre la ascoltate adesso su YouTube nella sua più celebre e iconica interpretazione, quella di Enta Omri (o, più correttamente, Anta Umri: tu sei la mia vita), mentre ne osservate la postura inconfondibile e l’immagine sedimentatasi in decenni e decenni di carriera (occhiali neri, capelli corvini raccolti e fissati in un’acconciatura-monumento non così dissimile da quella di Moira Orfei, mano a stringere nervosamente un foulard, abito lungo variamente sberluccicante), dico solo che nacque in Egitto in un villaggio del delta del Nilo nel 1904 (ma biografie ufficiose retrodatano al 1898) per morire da mito popolare e universale nel 1974, con funerali al Cairo di una grandiosità mai vista. E milioni di persone in strada a piangere e a rimpiangerla. In mezzo una vita e una storia straordinarie, costruite su una sapienza interpretativa assoluta, su una voce grave perfetta per scolpire ogni nota e vibrazione e sottolineare ogni minimo fremito e sfumatura di lunghi pezzi ipnotici, melopee nilotiche accompagnate dall’oud. Subito adottata come diva, fin dagli anni Venti, in tutti i paesi arabi, dal Marocco fino all’Iraq. Ancora oggi non ci sono egiziani o tunisini o libanesi, anche i più giovani, che non conoscano le sue canzoni e il suo inconfondibile timbro. Un fenomeno di lunga durata che in Europa e America non ha eguali, incarnando Oum Khultum non solo il proprio mito di cantante grandissima, ma anche quello di simbolo identitario dell’intera nazione araba. Lei che, nata povera, arrivò alla corte di re Faruk prima e poi a essere la cantante maxima incoronata quale eroina egiziana dal nazionalista Nasser.
Shirin Neshat non gira, purtroppo, un biopic, come si sarebbe sperato, pur con tutte le libertà che si concederebbero volentieri a una visual artist conclamata come lei. No, si butta nel metafilm girando, anche lei!, il suo Effetto notte, il suo narcistico  e autoriferito Otto e mezzo su una regista iraniana dalla silhouette e dal volto affilati – dietro la quale si intravedono molti tratti della stessa Shirin Neshat, anche se parlare di alter ego sarebbe esagerato – alle prese con un biopic su Oum Khultum. Intanto la regista-protagonista precipita progressivamente in una crisi professional-esistenziale, interrogandosi ahinoi sul senso della sua vita, sulle sue relazioni familiari, e – doppio ahinoi – sui pregiudizi che pesano in ambienti musulmani sulle donne, e dunque pure su di lei. Con dubbi e strazi interiori già visti mille volte, tipo: come conciliare vita e carriera? Come impedire che la seconda divori la prima? Ed ecco che la regista Mitra, nel mentre che mette in scena spezzoni della vita di Oum Khultum, si riflette in lei, si interroga sulle scelte che portarono la cantante-diva a sacrificare la vita privata per diventare la stella polare del publico arabo, dall’Atlantico all’Eufrate. Funzionano piuttosto bene in Looking for Oum Khultum le parti più propriamente biopic, come la ricerca di un’attrice che sia credibile fisicamente e, cosa ben più ardua, vocalmente nel ruolo principale, come la ricostruzione degli snodi più importanti nella traiettoria di Oum: il trasferimento dalla provincia al Cairo, la presentazione a corte e il suo diventare voce ufficiale e star attraverso le universalmente seguite dirette radiofoniche, il suo essere insieme icona popolare e strumento di consenso per re Faruk, la successiva ammirazione di Nasser che le varrà dopo il golpe nazionalista dei generali l’assunzione a simbolo della patria indipendente. Si parte con il casting in Egitto per identificare la nuova Oum Khaltoum, scoprendo una ragazza che tutti incanta e convince con la sua voce (si chiama Nour Kama). Ma sono le sole parti girate nella patria di Oum, perché il resto – per motivi immagino di sicurezza – è stato tutto realizzato in Marocco, ormai location di ogni produzione internazionale di ambiente arabo e musulmano; peccato che il Marocco sia visivamente assai lontano e diverso dall’Egitto della vera Oum Khultum, come ogni pur blando conoscitore di mondi nordafricani e mediorientali facilmente può constatare. Sono interessanti le parti su Oum giovane, appena approdata al Cairo, contesa tra militanti socialisteggianti che la scongiurano di non compromettersi con il potere e le istituzioni che l’hanno già adocchiata e adottata per i propri disegni di controllo delle masse e formazione del consenso. Per fortuna Shirin Neshat è stavolta un po’ meno visual artist e più narratrice. Le estenuate levigatezze formali della Neshat fotografa si traducono qui in un scintillio visuale indubbio però grazie a Dio mai estetizzante e manieristico, come se la regista-artista iraniana avesse imparato da un altro signore diventato grande nella pura visualità, nel suo caso la moda, e poi passato al cinema come Tom Ford, quanto siano importanti in un film lo storytelling, l’uso degli attori, e non solo la confezione.
Quello che non riesce è la parte Shirin Neshat allo specchio. Che si guarda nella regista assai tormentata che sul set fa e disfa e rifà esasperando i i suoi collaboratori. La quale a sua volta si guarda nelle vicende di Oum Khultum. Alla regista (intesa come personaggio di Loking for Oum Khultum) e ai suoi tormenti – i dissidi col produttore, la rivalità con il suo assistente, le insoddisfazioni rispetto a carriera e vita privata, la crisi dopo il fattaccio che coinvolge il figlio – purtroppo non riusciamo ad appassionarci, respinti come siamo dal suo narcisismo, dalla sua autoreferenzialità. Quando poi Mitra arriva a riscrivere la stessa storia di Oum Khultum per piegarla ai propri sogni e alle proprie ossessioni, perché diventi (ahinoi) segno di un’emancipazione anzi di una ribellione femminile esemplare, cascano le braccia. Se solo Shirin Neshat si fosse limitata a ricostruire vita e opere della stella d’Egitto avremmo avuto un film probabilmente migliore, di sicuro più interessante. Invece ci tocca assistere ai soliti tardofellinismi alla Otto e mezzo senza Fellini. Attenzione: in Loking for Oum Khultum tutto è ricostruito, non ci sono documenti, né visivi né vocali, della vera Oum Khultum, forse per una banale questione di diritti. Potete rimediare su YouTube.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi