Recensione: L’INCREDIBILE VITA DI NORMAN, un film di Joseph Cedar. Richard Gere è un attore vero, anzi eccellente: questa è la notizia

064817L’incredibile vita di Norman (Norman: The Moderate Rise and the Tragic Fall of a New York Fixer), un film di Joseph Cedar. Con Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Charlotte Gainsbourg, Steve Buscemi, Dan Stevens. Da giovedì 28 settembre al cinema.
005Film di pensiero, di idee, complesso e fascinoso, in decisa controtendenza rispetto ai gusti semplificati di oggi. L’israeliano Joseph Cedar (già vincitore di un premio a Cannes 2011 con Footnote) in questo suo primo film americano ci racconta di  Norman, un piccolo faccendiere ebreo newyorkese che si fa amico di un politico israeliano per ottenerne favori e protezione. Ma è solo il primo atto di una faccenda che si complicherà maledettamente, mettendo in gioco il destino sia di Norman che del suo amico politico. Una riflessione sull’identità ebraica che si fa parabola esemplare, di una densità da episodio biblico. Se non tutto funziona nell’architettura narrativa, funziona invece benissimo Richard Gere in una delle sue migliori performance. Voto 7
002Dedicato a quelli/e che: Richard Gere non è e non è mai stato un attore, solo uno stallone grande schermo, un feticcio sessuale per gay (quand’era giovane e moro, ai tempi di American Gigolo) e per sciure democratiche (maturo e grigiobianco, da Pretty Woman in poi). La notizia è che l’ex stallone sa recitare, probabilmente ne è sempre stato capace, solo che, come le belle che devono fare le sceme anche quando in grado di scrivere un editoriale per il Financial Times sul QE di Mario Draghi, lo ha sempre dovuto nascondere sotto i muscoli e il sorriso piacione. Adesso che è adeguatamente in età, anzi anziano proprio, perciò finalmente liberato dal peso della bellezza, mostra quel che è e sa e può fare. Vederlo in questo L’incredibile vita di Norman per convincersene. Mai stato così bravo, scrivono compiaciuti ma non senza ragione certi media americani, anche parecchio illustri, e qualcuno lo vede come possibile nominato ai prossimi Oscar quale best actor, e già l’ipotesi vale un riconoscimento.
Devo dire che per gran parte del film a me è sembrato miscast in modo clamoroso, stretto in un ruolo che non è naturalmente il suo e lontano dal suo background, quello di un fixer – traducibile come faccendiere, traffichino, uno che si sbatte a sistemare le cose, anche se non si capisce bene che cosa – ebreo newyorkese che allaccia relazioni profittevoli e cerca di portare a casa affari spesso mentendo e millantando conoscenze e vicinanze e competenze che non ha. Una parte in cui si sarebbe visto se mai un Woody Allen in versione seria e non comedy, perfetto quale piccolo uomo specializzato in arte di arrangiarsi (avete in mente Broadway Danny Rose? ecco, però decomicizzato in drama e trasportato dal mondo dello spettacolo a quello della finanza e della politica). Eppure. Eppure Richard Gere, con una tigna e un’immedesimazione nel personaggio che denota uno studio attento e perfino ossessivo dei modelli di riferimento, fors’anche lo stesso Woody Allen di cui sembra riprendere certe intonazioni, certe coloriture e vezzi, ce la fa e porta a casa il film. In un corpo a corpo che è innanzitutto con se stesso e il proprio passato di simbolo del sesso. Fino a essere credibile quale ebreo diasporico avvezzo alle avversità e resistente alle peggio tempeste. Assecondando il progetto audace e inusuale – un film così oggi? con il pubblico di oggi? e anche con i recensori su carta e in rete di oggi? – del regista israeliano Joseph Cedar, approdato a New York per questo suo primo set in lingua inglese. Quel Joseph Cedar che con Beaufort sull’occupazione (e successiva ritirata) israeliana del Sud del Libano aveva ottenuto una nomination all’Oscar e che nel 2011 a Cannes aveva vinto il premio per la migliore sceneggiatura – strameritato – per Footnote. Dove  riusciva a raccontare un ferocissimo scontro edipico padre-figlio entrambi studiosi – siamo in Israele – del Talmud, ma separati da approcci analitici e metodologici diversi. Con il padre che aspetta amareggiato da una vita i riconoscimenti che non ha mai avuto e il figlio in fortissima ascesa accademica e ormai oscurante la fama del genitore. Un film sulla rivalità in famiglia di due talmudisti? Cedar riusciva nell’incredibile impresa, trasformando note interpretative e dotte analisi dei testi in pura, avvincente narrazione. Riuscendo a coinvolgere anche un pubblico che del Talmud mai aveva sentito parlare, tant’è che Footnote ebbe ottima carriera internaziomale arrivando alle soglie dell’Oscar come migliore film in lingua straniera, battuto nel rush finale da Una separazione di Asghar Farhadi, in effetti inarrivabile (pensate: Iran contro Israele all’Academy). Anche stavolta, in questo suo primo film english speaking, mette in scena una storia squisitamente ebraica, sospesa e divisa tra l’ebraismo della diaspora e quello israeliano del ritorno realizzato. Nelle note di presentazione (stavolta davvero illuminanti: niente a che vedere con le banalità smaccatamente promozionali dei soliti pressbook), J. Cedar si dilunga sul concept all’origine del suo film. Che, spiega, riprende collocandola in ambienti contemporanei la classica figura nella storia d’Europa (e anche della letteratura, del teatro) dell’ebreo di corte: il figlio di Israele che grazie alle sue abilità – talvolta mediche, più spesso di finanziatore delle esangui casse del sovrano – godeva dei favori del re, del principe, del potente, e dei conseguenti privilegi che gli venivano accordati. Legame precario, che poteva essere reciso dall’alto, dal potente, quando questi capricciosamente decideva di togliere la sua benevolenza, o quando moriva o veniva rovesciato e subentravano altri ostili all’”ebreo di corte”. Che da favorito si ritrovava di nuovo ai margini, quando non recluso o condannato a morte.
Cedar cita come parabola esemplare quella di Joseph Süss Oppenheimer, il banchiere ammesso nel Settecento alla corte del duca di Württemberg e poi caduto in disgrazia, arrestato e giustiziato. Ascesa e tragica caduta che avrebbero ispirato un romanzo tedesco del 1925 e, purtroppo, anche il più biecamente antisemta e rozzamente propagandistico dei film della Germania hitleriana, il famigerato Süss l’ebreo (che distorceva parecchio la vera storia di Oppenheimer). Nota a margine: Cedar coltiva da tempo il progetto di un film su Veit Harlan, il regista di quel nazi-film, e speriamo che prima o poi riesca a condurlo in porto (ci sarebbe parecchio da raccontare e indagare. Per dire: Harlan aveva sposato negli anni Venti la cantante ebrea Dora Gerson, che sarebbe poi morta ad Auschwitz proprio mentre lui veniva acclamato regista di regime).
Ora, secondo Cedar, il protagonista di questo suo Norman altro non è che un’altra incarnazione dell’archetipo costituito dall’ebreo di corte (cui apparterebbe anche, a suo dire, lo Shylock shakespeariano). Il fixer, il faccendiere Norman – cui non per niente il regista e sceneggiatore Cedar attribuisce il cognome Oppenheimer, lo stesso dell’infelice Süss – si arrangia, s’arrabatta, si muove nei meandri anche oscuri e scivolosi della finanza, quindi del denaro più liquido e volatile, mettendo i suoi skill al servizio di qualcuno che lo possa, in cambio, proteggere dalle eterne tempeste cui è esposto in quanto ebreo. Solo che stavolta il potente che cerca di ingraziarsi non è un gentile – come nel paradigma dell’”ebreo di corte” -, ma un altro ebreo, un ancora giovane, energico, capace e rampante, per quanto non così cinico, politico israealiano in visita a New York. Politico (attenzione, è l’ottimo Lior Ashkenazi, visto qualche settimana a Venezia 74 in Foxtrot, gran premio della giuria) di cui Norman si fa abilmente amico e confidente. E quando, tre anni dopo, quel giovane politico diventerà primo ministro d’Israele, dunque uomo di massimo potere nel paese e internazionalmente, il nostro modesto fixer si convincerà di aver estratto finalmentela carta giusta, quella che lo porterà in alto. Già, ma cosa mai vorrà dirci Cedar con questo vistoso scostamento rispetto al modello, da lui stesso illustratoci, di Süss Oppenheimer e degli altri ebrei di corte? Intendo: perché il potente di riferimento del suo Norman Oppenheimer non è un è goy ma un altro ebreo? Stranamente nel pressbook non c’è traccia di spiegazione, e sarebbe interessante se Cedar ci dicesse qualcosa al riguardo. Intanto, lo confesso, ho provato un certo disagio di fronte a certi passaggi di Norman. Certi tratti non così gradevoli e non così edificanti del personaggio – la sua doppiezza, la consuetudine alla menzogna e alla dissimulazione, la sua spregiudicatezza al limite della truffa nei traffici finanziari – non è che rischiano di confermare in platea alcuni immarcescibili e odiosi cliché antisemiti? Quando poi Cedar ci mostra l’incontro della comunità finanziaria ebraico-newyorkese al completo con il primo ministro israeliano in visita, si trema al pensiero di come certi cerebrolesi complottisti, adusi a sproloquiare di lobby ebraica, possano percepire e interpretare la scena. Ma il film è esattamente questo rischio, è la consapevolezza di questo rischio. La sfida di Joseph Cedar mi pare essere quella di circumnavigare, bordeggiare la massa enorme di cliché che nel corso di secoli e secoli di difficile convivenza tra ebrei e cristiani si sono addensati intorno ai figli d’Israele per mostrarci la loro eterna lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile. La specializzazione nel maneggiare il denaro, nel prestarlo, nel metterlo a frutto (genericamente detta usura dalla Chiesa, e da essa interdetta ai cristiani in quanto peccato e perciò delegata a chi cristiano non era) altro non è stato per gli ebrei che uno dei modi per resistere, per non soccombere, per rendersi utili ai potenti di turno e ottenerne la copertura. In Norman Oppenheimer c’è la sedimentazione storica, il ricordo impresso nella carne, di quell’oppressione, e delle strategie per non essere travolti. La sua parabola, come rivela il titolo originale The Moderate Rise and the Tragic Fall of a New York Fixer, La modesta ascesa e la tragica caduta di un fixer newyorkese, adombra in definitiva la stessa condizione dell’ebreo della diaspora, la sua precarietà. Ne è la rappresentazione quasi didascalica. Insomma, signori, questo film è più che un film, è un ambizioso apologo e una riflessione sulla stessa identità ebraica.
In breve e senza spoiler, la storia (mi son lasciato finora sopraffare dai Grandi Discorsi e mi sono dimenticato della trama, e chiedo venia): il piccolo faccendiere Norman Oppenheimer riesce ad avvicinare mentre è a New York il sottosegretario israeliano Micha Eshel e ne conquista amicizia a fiducia (gli regala un paio di costosissime scarpe di Lanvin, regalo che avrà un’importanza cruciale nel successivo svolgersi degli eventi). Verrà il tempo, pensa, in cui potrà chiedere in cambio il suo aiuto, il suo appoggio. E difatti, tre anni dopo, ecco di nuovo Mischa a New York, stavolta da primo ministrro d’Israele. E naturalmente Norman si fa sotto, lo tempesta di telefonate fino a sfiorare lo stalking: riuscirà a farsi salutare, abbracciare, baciare da lui davanti all’intera coomunità finanziaria della città. E sarà la sua consacrazione. Tant’è che il suo rabbino, che non ha mai creduto in lui, adesso lo va cercare chiedendo di trovare un finanziatore per la sinagoga sotto sfratto e a rischio di insolvenza. E Norman ricomincia a tessere la sua trama, esibendo come credenziale l’amicizia con il primo ministro. Ma non è che il primo atto di una vicenda che si farà sempre più complicata, per Norman e il suo amico primo ministro. Finale duro che non ci si aspetta, ma di cui Cedar dissemina indizi lungo tutto il film, basta solo coglierli. La sceneggiatura, peraltro assai brillantemente scritta, non è priva di qualche smagliatura e soffre di un eccesso di intento dimostrativo. Possibile che lo scafato politico sia così incauto da accettare in regalo un paio di scarpe troppo costose? Possibile che la pace con i palestinesi sia nel film a portata di mano, ormai cosa fatta mancano solo le firme congiunte delle due parti, dopo che per decenni nessuno è riuscito non dico a raggiungere ma neanche ad avvicinarsi a un simile obiettivo? Si esce con la testa confusa e non troppo convinti, ma con l’impressione di aver visto un qualcosa di importante, che ha la consistenza, la drammaticità e la densità di certi episodi bliblici (Mosè e il faraone, per esempio). L’incredibile vita di Norman sfida con la sua complessità e la sua ambizione il pubblico di oggi che non tiene pensieri e non vuole averne, e già questo va a suo onore e merito. E fa niente se l’andamento narrativo è qualche volta affannoso e poco convincente, se la regia è tutto sommato scolasticamente teatrale. Resta un bellissimo film di idee e pensiero, cosa rara di questi tempi. E poi c’è Richard Gere. Nel cast anche Michael Sheen (è il nipote che si fa raccomandare per poter sposare con rito rabbinico la fidanzata coreana) e una come sempre meravigliosa Charlotte Gainsbourg, di una elusività che le vien dritta da mamma Jane.

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