Recensione: L’INTRUSA, un film di Leonardo Di Costanzo. Il dilemma di Giovanna all’ombra della camorra

L_Intrusa-300390L’intrusa, di Leonardo Di Costanzo. Con Raffaella Giordano, Valentina Vannino, Anna Patierno, Gianni Vastarella.
L_Intrusa-2Nonostante qualche eccesso politicamente (e melensamente) corretto, un film bello e onesto su una donna costretta a una scelta impossibile. Divisa tra l’apertura verso l’altro e il bisogno di sicurezza.
Napoli. Giovanna è la responsabile di un luogo di accoglienza per bambini di un quartiere complicato. Ma l’arrivo della donna di un camorrista spezzerà gli equilibri e la metterà di fronte alla necessità di decidere. Girato da Leonardo Di Costanzo nei modi del cinema del reale più rigorista. Ottime le due attrici protagoniste. Uno dei tre film italiani presentati a Cannes 2017 alla Quinzaine. Voto tra il 6 e il 7

00372Uno dei tre film italiani inclusi lo scorso maggio a Cannes nella lineup della Quinzaine des Réalisateurs – gli altri due erano A Ciambra di Jonas Carpignano e Cuori puri di Roberto De Paolis – e che hanno almeno in parte controbilanciato la completa assenza di nostri titoli nel concorso del festival maggiore (ancora una volta ricordo  che, benché si svolga nello stesso periodo, la Quinzaine non c’entra niente con il Festival di Cannes propriamente detto, non essendo una sua sezione ma una repubblica autonoma con una propria direzione artistica, una rassegna indipendente fondata a suo tempo dagli auteurs francesi in alternativa all’ufficialità, istituzionalità e pompa della gran vetrina della Croisette). Allora l’ho perso – molto difficile quando si è a Cannes seguire i film della Quinzaine per via delle diaboliche sovapposizioni di orario – e recuperato a Milano alle Vie del cinema un paio di settimane dopo. Non m’è parso gran cosa quando l’ho visto, e però devo ammettere che da allora - era giugno – L’intrusa è parecchio cresciuto nella mia testa (capita anche l’opposto, per dire come la sedimentazione nella memoria possa cambiare la percezione di un film). Certe cose mi avevano infastidito fino a farmi sbuffare e venir voglia di scappare dalla sala, come il cliché riproposto per l’ennesima volta (basta, non se ne può più, è una mania, una maniera, un’ossessione) di una Napoli del degrado e delle infiltrazioni, anzi del dominio, della camorra. E poi, Dio mio, tutta quella retorica del volontariato, delle buone intenzioni da assistentato sociale, del lavoro socialmente utile qui incarnato in un “centro sul territorio”, un punto di incontro per bambini in un quartiere di quelli che si usano dire disagiati. Un posto governato, e protetto con molta decisione dal fratturato e malato tessuto sociale circostante, dall’apparentemente fragile, e invece d’acciaio, responsabile di nome Giovanna. A distanza di mesi però questi limiti si sono molto sfumati nel mio ricordo lasciando emergere la convinzione che L’intrusa sia un buon film, da mettere nel mazzo non rigoglioso dei migliori italiani dell’anno. Merito del dilemma, di grande forza drammatica, in cui L’intrusa pone la sua protagonista Giovanna, un dilemma che ha a che fare con l’etica della responsabilità, e con la necessità di trovare un complicato punto di equilibrio tra sicurezza al proprio interno e apertura verso l’estraneo. Come decidere quando, qualunque sia la tua scelta, ci saranno prezzi pesanti da pagare? Leonardo Di Costanzo, che viene dal documentario, adotta per la sua (e un po’ nostra) storia i modi ortodossi del cinema del reale. Asciuttezza, rigore, aderenza ai fatti e alle cose senza smancerie e orpelli di messinscena. La realtà, signori, la realtà. Nient’altro che la realtà. Il cui perseguimento al cinema, e non solo, sappiamo benissimo essere una nobile illusione, e però fa piacere, corrobora vedere come ci siano ancora cineasti che si mettono al suo servizio, che ne fanno la propria missione. Che per restituirla, la realtà , rinunciano a ogni artificio, belluria, ruffianaggine. Leonardo Di Costanzo si iscrive nella schiera dei cineasti ascetici, più rigoristi che rigorosi, in una sorta di austero calvinismo della rappresentazione immesso nella Napoli barocca. La sua pratica della sottrazione, sfrondando il superfluo e qualunque distrazione spettacolare, finisce con l’esaltare il nucleo – di rara potenza per il mediamente smorto cinema italiano – del film, la necessità per Giovanna di scegliere sapendo che qualunque sia la scelta ci saranno effetti collaterali dove a pagare saranno i più deboli.
Nel centro da lei autorevolmente ed effcientemente diretto, con gran soddisfazione dei suoi collaboratori e dei genitori dei bambini, ecco arrivare l’intrusa. Una giovane donna di nome Maria che, con i suoi due figli piccoli, si installa in una chiamiamola dépandance, sorta di capanno degli attrezzi, di baracca riciclata in alloggio spartano. Giovanna tollera, accetta. Ma il precario equilibrio si rompe quando la polizia circonda l’alloggio, ed ecco uscirne a mani alzate il marito di Maria, boss camorrista da tempo latitante. Delusione amara, amarissima per la responsabile del centro che si sente ingannata, usata da Maria. La quale si è servita della sua ospitalità per proteggere un criminale colpevole di infiniti e infami delitti. Che fare? Mandarla via? Ma Giovanna intuisce che Maria, dietro ai modi talvolta protervi da donna della camorra, ha bisogno di lei, e ha bisogno di quell’alloggio dopo che ha deciso di rompere con la famiglia del marito e di andarsene con i figli da quell’ambiente intossicato sperando in un’altra vita. Di Costanzo, anche sceneggiatore, mostra tutta la sua sapienza registica per come sa mantenere gli scambi tra Maria e Giovanna nella zona indistinta dell’alluso, dell’obliquo, del silenzio, del non detto, in un’economia espressiva che lo accomuna a molto cinema contemporaneo di derivazione documentaristica (e le due attrici, Raffaella Giordano e Valentina Vannino, non sbagliano niente in questo linguaggio del corpo e dello sguardo che omette le parole o le circumnaviga). Ma a rigettare l’intrusa, nonostante la benevolenza di Giovanna, saranno i suoi collaboratori e ancora di più i genitori. Che non vogliono quella donna di camorra, che temono, non senza qualche ragione, che la sua presenza possa attirare violenza e mettere in pericolo i loro figli. Ed è ancora dilemma per Giovanna, pressata dai genitori che chiedono l’espulsione dell’intrusa, ma anche consapevole che per Maria fuori da lì non ci sarà salveza. Si partecipa ai suoi dubbi, al suo travaglio, in una suspense più tesa di quella di certi manufatti cinematografici fabbricati in provetta secondo i diktat del marketing. E non si dimenticano le facce delle due donne insieme complici e rivali. L’intrusa è in fondo un kammerspiel, un pezzo di teatro claustrofobico anche se a cielo aperto con due donne che si fronteggiano e intorno a loro un coro. E fa niente se dobbiamo sopportare qualche melensaggine virtuosamente corretta (quella festa dei bambini con creatura gigante costruita con materiali di scarto è insopportabile per l’enfasi sulla creatività quale strumento di salvezza e riscatto sociale; non sarebbe il caso, anziché approntare pupazzoni, far ripassare un po’ di matematica ai ragazzini?).

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