Un grande film stasera in tv: LINCOLN di Steven Spielberg (dom. 1 ottobre 2017, tv in chiaro)

Lincoln di Steven Spielberg. Rai Movie, ore 21,10, domenica 1 ottobre 2017.
Recensione scritta all’uscita del film in sala.
20215322Lincoln
, regia di Steven Spielberg, sceneggiatura di Tony Kushner parzialmente ispirata al libro Team of Rivals: The Political Genius of Lincoln di Doris Kearns Goodwin. Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, David Strathairn, Joseph Gordon-Levitt, James Spader, Hal Holbrook. Colonna sonora di Tony Williams.

"Non è il solito medaglione celebrativo. Non è la biografia di Lincoln, ma il racconto – avvincente come un thriller – della sua battaglia per fare approvare alla Camera il Tredicesimo emendamento: l’abolizione della schiavitù. Un film sottile e disincantato sul mestiere e l’arte della politica. Sulla politica come mediazione. Sulla necessità e anche la bellezza della politica. Un film che porta l’impronta più del suo sceneggiatore, Tony Kushner, che del suo regista, Steven Spielberg. Oscar a Daniel Day-Lewis come miglior attore protagonista. Voto 8"
Molto meglio di quanto mi aspettassi. Ci sono andato non particolarmente entusiasta per via delle quasi tre ore annunciate, pensando fosse uno di quei film celebrativi e pompier, insostenibilmente agiografici, che si dedicano ai padri della patria. Mi aspettavo insomma uno di quei medaglioni genere fiction Lux-Bernabei, anche se in versione lusssuosamente american-hollywoodiana, anche se con Steven Spielberg alla produzione e alla macchina da presa. Però, insomma, ci siam capiti: quella roba lì, la vita dei santi. Anche perché negli ultimi anni Spielberg non ci aveva dato molto di buono (Tintin è la felice eccezione), pigiando spesso su sentimentalismi e trombonaggini varie. Invece no, Lincoln è una gran sorpresa, un film pieno di sottigliezze, ambiguità, ombre e penombre. Sì, rispettoso verso il presidente eroe della lotta allo schiavismo e poi martire, non certo demolitivo della sua storia e della sua leggenda, però non reverente, mai in ginocchio, capace di mostrarci di Abraham Lincoln il volto di politico anche disincantato, anche cinico. Mi chiedo quanto questo sia un film di Spielberg e quanto invece dello sceneggiatore Tony Kushner, il drammaturgo per capirci di Angels in America, che aveva già collaborato con Spielberg per un film bello, duro e non conciliante come Munich. Ecco, propendo per la seconda, penso che il vero autore sia più Kushner di Spielberg, che peraltro fa benissimo il suo mestiere di metteur en scène, con quel senso mostruoso dello spettacolo, con quel fiuto animalesco per ciò che può piacere o dispiacere alle platee che è suo tratto distintivo da sempre. Così abile e furbo e mestierante, Spielberg, da tenere sempre la macchina da presa in movimento, da non far cadere mai la tensione in questo che è sì meraviglioso ma anche statico cinema da camera, anzi teatro da camera, un film di conversazione, dialoghi sottili e acuminati, scontri verbali tortuosi e cavillosi. Lo script di Kushner domina e dà il tono al film, racconta Lincoln mantendosi distante dagli opposti scogli dell’agiografia e del revisionismo distruttivo, è una magnifica narrazione della storia nel suo farsi, nel suo manifestarsi e nel suo dietro le quinte, e Spielberg non fa altro che mettersi, giudiziosamente, al suo servizio. Siamo nel 1965, anno quarto della guerra civile che oppone il Nord al Sud schiavista e secessionista. Son seicentomila morti, in un conflitto che già prefigura i massacri su scala gigante dell’imminente Novecento. L’apertura di Lincoln è, prevedibilmente, una scena di guerra, anzi di dopo battaglia. Corpi martoriati nel fango, in una lunga carrellata attraverso l’orrore che ricorda lo sbarco e la carneficina di Salvate il soldato Ryan. Sicchè subito dopo ci aspettiamo bandiere, discorsi, proclami, folle arringate e ancora guerra. Invece Kushner/Spielberg ci smentiscono quasi subito. Intelligentemente, e con un certo coraggio bisogna dire, il film si concentra sulla battaglia politica del presidente per far passare alla Camera dei rappresentanti il Tredicesimo emendamento che, se votato con la maggioranza dei due terzi, decreterebbe l’abolizione della schiavitù. Lincoln è un film bellissimo sulla politica, o se volete sulla realpolitik, sulla politica come arte della mediazione, del compromesso, come suprema abilità nel tessere relazioni, come tecnica della conquista e della seduzione e anche della minaccia onde raggiungere il proprio obiettivo. Lincoln è puro Machiavelli al lavoro.
A tenerci avvinti, a incantarci, è l’intelligenza, la pazienza, la freddezza, l’acume con cui Abraham Lincoln man mano tesse la sua trama. Per conseguire l’approvazione di quell’emendamento che cambierebbe il paese e, forse, la storia è disposto a molto, a tutto. Prolunga la guerra civile in corso anche se il Sud, stremato, è ormai pronto a trattare la resa perché sa che la pace bloccherebbe la marcia dell’emendamento. Non esita a comprare i voti degli avversari promettendo loro cariche e prebende. Lo accusano di tirannia, di golpe strisciante, di voler influenzare, lui capo dell’esecutivo, il potere legislativo. Non è un Lincoln angelicato quello che vediamo. Certo, agisce a fin di bene, ma non esita a contaminarsi e sporcarsi quando è necessario, e fors’anche quando non lo è. Il vero spettacolo di Lincoln sta nell’assistere alla strategia messa in atto dal suo protagonista, nel vedere se funzionerà e se la battaglia del voto sull’emendamento verrà vinta. E anche se già sappiamo come è andata restiamo incatenati alle volute e ai tornanti narrativi di questo che nella sua essenza è un gran bel thriller. La politica come spettacolo all’ultimo sangue, arena di scontri gladiatori in cui tutto è permesso. Alla Camera dei rappresentanti a Washington berciano, urlano, si insultano, si aggrediscono, si menano, ricorrono a ogni possibile colpo basso: questa è la democrazia signori, e delle volte non dà un bello spettacolo di sè, e dunque non stupiamoci troppo di quel che accade adesso dalle nostre parti, nel nostro Parlamento intendo. Gli schieramenti in Lincoln son però ribaltati rispetto all’oggi, tant’è che molti in sala son rimasti spiazzati. Sono i repubblicani i progressisti che vogliono l’abolizione della schiavitù (e Lincoln è repubblicano), i democratici son reazionari e codini, e sono i nemici da battere in sede di votazione del fatale emendamento. E poi, fratture all’interno dello stesso campo repubblicano tra moderati e radicali, e tra chi vorrebbe subito la pace con il Sud, costi quel costi (anche il fermo della battaglia abolizionista), e chi vuol continuare la lotta e la guerra. Per oltre due ore si resta affascinati, e a conquistarci è, semplicemente, la politica. Non so quanto piacerà da noi un film così complesso e antidemagogico, lo si liquiderà temo come una storia troppo americana non in grado di interessarci e coinvolgerci davvero. Invece ci riguarda, eccome. Ci mette di fronte alla politica e alle sue ombre, ce ne fa capire la necessità, la centralità, l’ineludibilità, perfino la bellezza ipnotica, il fascino. In questo paese oggi percorso dai venti dell’antipolìtica, sedotto da demagoghi e populisti di ogni colore e risma, azzardo che Lincoln non susciterà entusiasmi, anche se vorrei sbagliarmi. Si giudicheranno noiosi e pesanti (una della parole più liquidatorie e totalitarie in circolazione) i meravigliosi dialoghi scritti da Kushner, si sbadiglierà. Peccato. Questo è un film da vedere e magari rivedere, che molto ci dice non solo della politica, ma anche della democrazia e dei suoi meccanismi di funzionamento, e che apre pure qualche inquietante dilemma: ma davvero, come ci induce a credere Lincoln, il fine giustifica i mezzi? davvero è lecito ricorrere alla corruzione e alla compravendita di voti quando l’obiettivo è la vittoria del bene sul male? politica ed etica devono stare disgiunte o no? scusate, se l’obiettivo dei maneggi di Lincoln e dei suoi fosse stato non l’abolizione della schiavitù ma il suo opposto noi spettatori (e noi cittadini) come avremmo reagito? Che film complicato, e che bei dubbi ci fa venire. Ma c’è dell’altro, in questa opera di Spielberg/Kushner. C’è un’incursione per niente convenzionale nella vita familiare del presidente, la moglie depressa e a forte rischio di malattia mentale che come una belva difende i figli e fa di tutto per impedire che il maggiore finisca in guerra. Lei della politica e della vittoria se ne frega, ed è indimenticabile la scena della lite con il marito presidente, a dialoghi sovrapposti e urlati. Kushner fornisce a tutti i personaggi, maggiori e minori, protagonisti e collaterali, una lingua ricca, robusta, più teatrale che cinematografica, con cui gli attori sono costretti a misurarsi e ingaggiare un corpo a corpo. Ma il risultato, soprattutto quando gli attori in ballo sono notevoli, è a tratti eccezionale. Daniel Day-Lewis è così bravo che qualcuno in America ha scritto (scusate, non ricordo chi) che non interpreta Lincoln, è Lincoln. Una di quelle strepitose performance mimetiche che lascian senza fiato e fan piovere un premio dopo l’altro (e il Golden Globe è già in cassa), anche se non è proprio l’approccio interpretativo che io amo. Evita comunque, DDL, l’effetto santino, anche perché Kushner ha l’abilità di farci vedere Lincoln anche in certi suoi suoi vizi e difetti: logorroico, noioso, cavilloso, letale raccontatore di pessime storielle e barzellette. Sally Field (il fatto che abbia qualche anno più di Daniel Day-Lewis si vede, nonostante lui si imbianchi barba e capelli e si incurvi per apparire il più decrepito possibile) rende la sua signora Lincoln una presenza centrale, ineludibile, ed è formidabile quando al ricevimento strapazza il deputato radicale Stevens (Tommy Lee Jones) che le ha fatto le pulci più volte per le spese alla Casa Bianca, scena che da sola vale il film. Resta da chiedersi se Lincoln vale tutte le dodici nomination all’Oscar che si è preso. Non è il miglior film americano dell’anno, The Master di Paul Thomas Anderson e Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow gli sono superiori, ma di sicuro agli Oscar si son viste cose ben più scandalose (e penso al trionfo l’anno scorso del sopravvalutato The Artist). Quello che impedisce a Lincoln di essere un film grandissimo è l’ultima mezz’ora, superflua e ridondante e, ebbene sì, celebrativa, con la sua insopportabile retorica dell’antiretorica: si poteva e doveva chiudere il film con l’approvazione del Tredicesimo emendamento. Anche perché questo, come dicevo, è un thriller, e il film cui più somiglia nello schema narrativo è forse, al di là delle apparenti abissali differenze, il classico courtroom movie La parola ai giurati di Sidney Lumet, in cui il buon giurato Hnery Fonda si conquista a poco a poco i ‘voti’ degli altri facendo assolvere il ragazzo imputato di omicidio. La strageia di persuasione è molto simile a quella adottata da Lincoln, la scansione del racconto pure, e dunque, una volta conseguita la vittoria, la tensione si sgonfia. Quanto alla mise en scène dello spettacolo della politica, e dei suoi retroscena, Lincoln mi ha riportato alla mente un meraviglioso sceneggiato-teleromanzo della remota Rai in bianco e nero, I Giacobini, scritto da Federico Zardi e diretto da Edmo Fenoglio. Era il 1962, e l’Italia seguì (anche perché c’era un solo canale televisivo) per settimane le trame dei vari Robespierre, Marat, Barrès, Saint Just. Stiamo a vedere se oggi si guarderà con altrettanta voluttà questo Lincoln e i suoi arabeschi politici. Qualche dubbio però permettetemelo (e ha dell’incredibile che in America un film così abbia incassatoa oggi 22 gennaio 161 milioni di dollari, e non è finita).

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