Recensione: HUMAN FLOW, un film di Ai Weiwei. L’artista e i migranti

37456-Human_Flow_2____2017_Human_Flow_UGfoto-human-flow-5-lowHuman Flow di Ai Weiwei. Documentario. Al cinema da lunedì 2 ottobre 2017, 01 Distribution.
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Ai Weiwei

Ai Weiwei

Due ore e venti in cui l’artista e dissidente cinese Ai Weiwei (ora residente a Berlino) documenta la questione di tutte le questioni oggi, quella dei migranti. Ma, volendo testimoniare tutto, finisce con il restituirci molto poco, e superficialmente. Manca anche, salvo rari momenti, il peculiare sguardo d’artista che ci si aspettava da lui. Delusione pesante. Voto 4 e mezzo
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Chi entra papa esce cardinale, avvertono a ogni conclave coloro che sanno di curia e di Vaticano, e sono addentro ai misteri pontifici. Per dire come i favoriti della vigilia vengano spesso sconfitti da candidati se non oscuri certo non di prima fila (vedi il caso Wojtyla). Ecco, la regola vale – non sempre ma spesso – pure per i festival. Sulla carta Human Flow era qualche settimana, all’inizio del Venezia Film Festival, il candidato maximo al Leone di quest’anno. Per via del suo autore, il celebrato artista cinese nonché dissidente politico Ai Weiwei, ora in esilio di fatto a Berlino. Per il tema assai sensibile che il suo documentario va a affrontare, nientedimeno che i flussi migratori, ovvero la questione di tutte le questioni oggi. Aggiungeteci la lunga durata, due ore e venti minuti, che fa subito poderosa opera d’arte cui devotamente genuflettersi e diventa sigillo di autorialità certa agli occhi delle giurie (vedi Lav Diaz, Leone 2016). Soprattutto in un festival nato come Mostra d’arte cinematografica.
Ma sappiamo com’è finita. Leone a The Shape of Water di Guillermo Del Toro e zero titoli a Ai Weiwei, e giustamente. Del resto lo si era capito subito a Venezia, alla prima proiezione, che Human Flow non avrebbe fatto il botto. Delusione massima, e tutti a chiedersi come un impegno, anche produttiv.o di tali dimensioni abbia potuto generare un risultato tanto mediocre. Per un anno Ai Weiwei, uno dei rari artisti contemporanei che abbiano abbattuto il muro del suono che li separa dall’essere icone pop (insieme a Maurizio Cattelan, Damien Hirst, Marina Abramovich, forse anche Jeff Koons), ormai brand vivente di se stesso con la sua inconfondibile sagoma da superpuffo bonario, ha girato con una piccola troupe mezzo mondo per testimoniare in immagini le ondate di migranti. Partendo ovviamente dal canale di Sicilia – Malta e Lampedusa -, luogo ormai simbolico, frontiera acquatica tra Sud e Nord del mondo. E la prima inquadratura, devo dire densa di suggestione, quella di un barcone ripreso dall’alto (tramite drone, suppongo) e ridotto a un punto bianco nel blu soverchiante, viene da lì. Ci si aspettava che Ai Weiwei la sua identità di artista la facesse valere con forza su un tema già tanto mediatizzato e raccontato (per stare solo al cinema, Fuocoammare di Gianfranco Rosi), che ci aiutasse a vedere il già molte visto attraverso un altro sguardo. Invece la delusione massima di Human Flow sta proprio qui, nella sua qualunquità anche stilistica ed estetica (salvo i rari momenti di cui dirò). E poi, come si fa a rincorrere migranti in 23 paesi, accostando e assemblando storie e condizioni assai diverse. Più che un film, Human Flow sembra la prolissa voce ‘migrazione’ – compilata per parole e immagini – di un’ipotetica enciclopedia della contemporaneità. Troppo davvero. E con sbilanciamenti clamorosi e evidenti. Moltissimo spazio ovviamente ai profughi siriani sulla rotta Turchia-Lesbo e poi su per i Balcani, a quelli afghani, a quelli dell’Africa subsahariana che arrivano in Libia per poi fare il grande salto attraversi il Canale di Sicilia. Pochissimi minuti invece, solo vaghi accenni, per le migrazione intra-africane (dalla Somalia al Kenya, per esempio) o dal Messico agli Stati Uniti. Tutto è sconnesso e abbastanza casuale. Si passa dalle immagini aeree (ancora i droni) di campi profughi in Iraq o Giordania alla savana polverosa agli sbarchi a Lesbo alla tendopoli di Idomeni, Nord Grecia, agli spostamenti di massa tra Afghanistan e Pakistan. Certo, non mancano squarci potenti su realtà non così viste. Sono impressionati le immagini delle colonne di siriani che attraversano a piedi una Grecia fangosa e inospitale, o la precaria sistemazione dei tre milioni di siriani bloccati in Turchia dopo l’accordo tra Unione eropea (leggi Angela Merkel) e Erdogan. Ma allora perché non concentrarsi sulle conseguenze del collasso della Siria? O stringere su un’altra realtà setacciandola a fondo? Qui invece si vuole tutto e si finisce inevitabilmente col dire poco. Con oltretutto citazioni poetico-letterarie che si potevano risparmiare e aumentano il tasso già a livelli pericolosi di retorica. E didascalie a spiegare sommariamente e perfino rozzamente i vari teatri dei flussi migratori, senza troppo distinguere e sottilizzare (per dire: si parla, se ricordo bene, di campi profughi “siro-palestinesi” in Libano, quando i campi dei palestinesi sono lì dagli anni Cinquanta mentre quelli per i siriani sonod oggi). I cliché si sprecano, e quando si mostra lo sgombero della famigerata jungla di Calais non si dice quale invivibile inferno fosse diventata, con una criminalità interna pericolosa per gli stessi migranti ammassati. Ai Weiwei si mette in mostra più di una volta, e non sempre è il caso. Resta qualche momento in cui lo sguardo differente dell’artista riesce a farsi valere. Quel campo profughi ripreso dall’alto e reso dalla macchina da presa un formicaio impazzito, le spettrali tute bianche distribuite nel canale di Sicilia ai recuperati dai barconi e le dorature guizzanti delle coperte termiche. E i mucchi di giubbotti di salvataggio, a formare isole nei bracci di mare. Già usati peraltro da Ai Weiwei in plurime installazioni in giro per il mondo.
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