Recensione: AMMORE E MALAVITA, un film dei Manetti Bros. Gomorra incontra il musical: missione non riuscita

37574-Ammore_e_malavita__1_Ammore e malavita dei Manetti Bros. Con Carlo Buccirosso, Claudia Gerini, Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Raiz. Presentato in concorso a Venezia 2017. Al cinema da giovedì 5 ottobre 2017.
37568-Ammore_e_malavita__2_La buona notizia è che gli orgogliosamente indipendenti fratelli Manetti son stati ammessi in concorso a Venezia. La cattiva è che il film non è gran cosa. Non male l’idea di mescolare il noir gomorroide (con stragi in quantità) al musical al grottesco al melodramma. Ma il frullato vien fuori indigesto. Quanto alle musiche, da Napoli ci si aspettava di meglio. Voto 4 e mezzo
37570-Ammore_e_malavita__5_Recensione scritta dopo la proiezione del film al festival di Venezia 2017.
Durante i festival non leggo mai, o rarissimamente, le recensioni altrui per tenere la testa libera dalle interferenze. Però mi dicono – mica si può stare sordi e muti tra un film e l’altro – che la stampa italiana abbia trattato molto bene questo film dei Manetti Bros. I quali, dopo anni di cinema semiclandestino, marginale e orgogliosamente indipendente, eccentrico nel suo praticare i generi anche bassi, son stati ammessi finalmente al Grande Concorso della Grande Mostra. Una consacrazione. E si è felici per loro, che han sempre fatto cinema coattamente simpatico (mica come quello coatto e orrido di Brutti e cattivi di Cosimo Gomez, visto ieri a Orizzonti, tra le cose peggiori di tutto Venezia 74), anche se nella loro carriera hanno più promesso che mantenuto. E promessa non mantenuta è purtroppo anche Ammore e malavita, che arriva dopo un altro film napoletano dei due fratelli romani, Song’e Napule, con meno pretese di questo e più riuscito. Qua addirittura si ambisce al frullato di generi difficili da accostare, noir (nel sottogenere Gomorra e Suburra ovviamente) più musical più melodramma, solo che volendo troppo non si arriva da nessuna parte. Già il plot è fragile, con un innesco narrativo da barzellettaccia. Un boss malavitoso, sempre sotto pressione e bersaglio di cosche rivali e forze dell’ordine, predispone insieme alla consorte un piano per sparire dalla circolazione. Identificato un perfetto sosia, lo fanno uccidere e organizzano un funerale col suo cadavere, mentre il boss uffcialmente morto se ne sta acquattato nel suo rifugio. Ma già questo è più farsa e pochade che noir, con il signor Macbeth e Lady Macbeth vesuviani mai credibili davvero come coppia diabolica, sempre un filo bonari e de core e mai feroci anche quando ordinano una strage via l’altra.
Son bravissimi Carlo Buccirosso (sublime as usual) e Claudia Gerini, ma nulla possono contro la balordaggine e l’inconsistenza e le incongruenze dei loro personaggi. Ecco, ai Manetti non riesce proprio di tenere insieme la ferocia del genere Gomorra (i cadaveri si sprecano) con la ballata grottesca, fallendo là dove ha fallito qui a Venezia anche George Clooney con Suburbicon. E se la premessa narrativa è poca cosa, gli sviluppi lo sono anche meno. Succede che la ragazza di uno dei killer più efficienti del boss sia testimone dello scambio di persona, e dunque ecco l’ordine di eliminarla. Ma il killer-fidanzato (Giampaolo Morelli, attore feticcio dei Manetti) non ci sta, e si mette dalla sua parte. Sarà guerra tra lui e l’ex capo. Non succede granché, eppure si tirano le due ore e un quarto, ed è una noia senza fine. Ma a deludere è il tentativo di tirarne fuori un musical. Che è genere difficilisssimo da praticare, come si sa, dove tutto deve funzionare senza il minimo cedimento o sgangherataggine. Qui all’altezza sono solo le coreoagrafie di uno bravo come Luca Tommassini. Ma la musica no. Possibile che in una Napoli che sa produrre l’ottima musica che sappiamo non si sia trovato di meglio? Che poi anche peggio sono i testi delle canzoni, di un didascalicismo inudibile. Sempre lì spiegare anche quello che già abbiamo già visto e capito benissimo. E nemmeno la presenza nel cast del grande Raiz – purtroppo lo si vede troppo poco – riesce a tirar su la media. Stranamente, la musica è anche il lato meno riuscito di un altro film napoletano, bellissimo, stavolta presentato a Venezia Orizzonti, Gatta Cenerentola di Alessandro Rak. (Ma perché nell’uno e nell’altro caso non è stato ingaggiato quel genio di Enzo Avitabile?).

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