Recensione: NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli. Un film non provinciale dal nostro cinema

35594-Nico__1988_-_Trine_DyrholmNico, 1988, un film di Susana Nicchiarelli. Con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Thomas Trabacchi, Annamaria Marinca.
21587369_1825441737480978_8887731495409349857_oGli anni dell’ombra e della decadenza di Nico, già diva e femme fatale dei Velvet Underground. Susanna Nicchiarelli ricostruisce con fedeltà e rispetto, e senza la retorica dei film sulle rockstar, la parte più oscura di una leggenda. Azzeccando climi, ambienti, attori. Il che per il cinema italiano, refrattario a certi temi e certi mondi, non è cosa da poco. Vincitore alla scorsa Mostra di Venezia della sezione Orizzonti. Voto 7

35598-Nico__1988_-Trine_Dyrholm___Lorenzo_Piermattei21765489_1825441774147641_1514374741657016956_oDiciamolo: le aspettative per questo film scelto lo scorso agosto come apertura di Orizzonti, la sezione seconda della Mostra di Venezia, erano bassissime. Figuriamoci, una regista italiana alle prese con una rockstar leggendaria, e di una leggenda nerissima, come Nico. Musa maudite, femme fatale e quant’altro, anche se in primis cantante di voce fonda e notturna da rovinata dall’eroina, perennemente immersa in atmosfere di tenebre e fumo. Appare giovane e strabionda durante la sua fase di modella tra i debosciati della felliniana Dolce Vita, passa si dice per letti eccellenti come quello di Brian Jones e Alain Delon, il Rolling Stone morto ragazzo per annegamento in piscina, approda in un passaggio non lunghissimo ma di quelli che ti segnano e consegnano al mito a New York come voce scura dei Velvet Undergrond. Vale a dire Lou Reed e John Cale, e l’ombra dell’albino Andy Warhol. Anni vissuti pericolosamente, come si usava allora, in quei Sessanta e primi Settanta di nichilismi e autodistruzioni di ogni tipo, quando la vita drogata sembrava il segno, il sigillo, del genio, e pure il passaporto per il successo eterno (vedi Jim Morrison).
Nico. Ecco, ci si chiedeva come avrebbe potuto un regista italiano, una regista italiana, nato/a in un cinema antropologicamente lontano da quei mondi e quelle sensibilità, misurarsi con la narrazione di una simile figura. Invece – grazie a Dio al cinema, nel nostro cinema, capitano anche buone cose che non ti aspetti – Susanna Nicchiarelli ce la fa, confezionando un film dignitosissimo pure molto esportabile (il che non guasta), credibile, mai goffo. Senza quella cadute nel becero che si temono sempre nei film italiani anche di aspirazioni internazionali. Azzeccando gli attori, i climi, il tono prevalente. Perfino usando con naturalezza la lingua inglese che per gli italiani è sempre cosa difficile. Nicchiarelli ha l’accortezza di non ricostruire la fase di massima esposizione nella vita e nella carriera di Nico, di non cimentarsi con il mito nel suo fulgore, ma di raccontare la fase scura e oscura, semifinale e finale (Nico muore nel 1988 a Ibiza cadendo incredibilmente dalla bicicletta), della decadenza, dell’ombra. Nico non è più la donna feticcio della scena indipendente newyorkese, anzi ci tiene a dire e ridire come la sua collaborazione con i Velvet sia stata breve e non così scintillante (“cantavo le mie tre canzoni e poi mi mettevano in fondo al palco”). E che lei è (ri)nata solo post Velvet come solista. Ha più di quarant’anni quano la vediamo in questo biopic, è una donna segnata pesantemente da una vita complicata e dall’abuso di alcol e eroina. Ha un figlio (avuto dall’irresistibile Alain Delon di allora e da lui mai riconosciuto) che è stato allevato dai nonni paterni e psichicamente non così saldo. Il suo publico è scarso, ma è un pubblico di fedeli. Nico è, letteralmente, un culto. Con un agente che le è devoto, una piccola banda di non eccelso livello che l’accompagna, e via in tour dove ci sia una scrittura, alla periferia dei circuiti che contano. Da Manchester, la sua base (“ci vivo perché mi ricorda la Berlino distrutta dalle bombe dei miei primi anni”), muove verso l’Eropa. La vediamo in una tappa italiana ad Anzio, la vediamo a Praga in un concerto presidiato dalla polizia. Nicchiarelli ha la giusta intuizione di presentarcela al di fuori della sua leggenda, che peraltro la stessa Nico rifiuta (“Chiamami Christa, non Nico: è quello il mio nome”). Ne esce un ritratto minuzioso e fedele, rispettoso senza mai essere deferente. Senza grandi invenzioni visive, ma anche senza quella retorica che circonda ogni biografia di rockstar variamente maledette. Grazie anche all’interprete, la danese Trine Dyrholm (attrice di Susanne Bier e di Thomas Vinterberg, ed è con il suo La comune che ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile alla Berlinale 2016 strappandolo alla sublime Isabelle Huppert di Le cose che verranno). All’inizio sembra clamorosamente miscast, non possedendo niente dello charme, benché decaduto e corroso dalle pessime abitudini di consumo della vera Nico. Ma si conquista man mano il nostro rispetto, oltretutto cantando, benissimo, le depresse e meravigliose ballate di Nico. Un buon film di respiro globale, e non è così poco per il sempre assai minusccolo e introflesso cinema italiano.

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