Recensione: THE SQUARE, il film di Ruben Östlund Palma d’oro a Cannes. L’imperfetta geometria dell’ordine svedese

4d06631e3dc469d23a7b83079c8f80c7492383The Square, un film di Ruben Östlund. Con Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Christopher Laessø, Marina Schiptjenko, Elijandro Edouard, Daniel Hallberg, Martin Söder.
497940Curator di un museo di arte contemporanea di Stoccolma, Christian è un bell’uomo riuscito. Ma il furto del suo telefono innescherà una reazione a catena che devasterà il suo mondo interiore ed esterno. Un film sull’irruzione dell’imprevisto e del caos, come il precedente di Ruben Östlund, Force majeure. Peccato sia troppo lungo e, nella prima parte, assai ondivago e indeciso. Ma quando decolla The Square sfiora il bersaglio grosso. Palma d’oro a Cannes 2017. Voto 7+
0e437d60385c7292cf4e6da9cf2be7f2Ascesa (resistibile?) di un autore. Nel 2015 lo svedese Ruben Östlund si fa largo a Un certain regard a Cannes con Force Majeure, incamerando recensioni eccellenti e il secondo premio in ordine di importanza della sezione, e sarà l’inizio di un tour trionfale per altri festival maggiori e minori. Nel 2o17 rieccolo a Cannes con The Square, e stavolta nel concorso massimo. Applausi in sala, calorosa accoglienza da parte della critica più istituzionale (freddi però i francesi delle riviste chic-cinéphile) e gran trionfo finale con la Palma d’oro generosamente assegnatagli dalla giuria presieduta da Pedro Almódovar. Gli avrei preferito parecchi altri film – da The Killing of A Sacred Deer di Yorgos Lanthimos a Good Time dei fratelli Safdie a Loveless di Andrei Zvyagintsev – ma, suvvia, mica è una scandalo questa Palma. Anche se The Square, così smaccatamente alto e da festival, appartiene più alla categoria dei falsi capolavori che a quella dei veri.
Ruben Östlund appronta un’opera ambiziosissima e formato gigante, radicalizzando il nucleo di Force Majeure, l’irruzione dell’imprevisto nell’ordinata vita borghese (e nordeuropea), la prevalenza del caos, dell’ignoto, della distruzione. La valanga che in quel film, sfiorando una bionda e bella famiglia svedese in un rifugio alpino, causava per un effetto domino la fine di un equilibrio, qui si moltiplica, si dissemina ovunque, diventa una specie di sciame sismico che intacca e attacca la vita di un signore assai agiato, assai piacente, curatore di un museo di arte contemporanea nell’affluente e civile, troppo civile Stoccolma. Östlund adotta pevalentemente il registro della commedia demenzial-surreale tendente al dark, tant’è che per un’ora e più (anche per via di certe assonanze, come la scena del preservativo) si pensa a Toni Erdmann, dal quale poi per fortuna si discosta avvicinandosi se mai al Buñuel di L’angelo sterminatore. Dunque, al museo di arte contemporanea si sta per inaugurara l’opera concettuale di un’artista argentina, The Square, un quadrato luminoso perfetto ritagliato sul selciato antistante e dichiarato territorio libero, mondo a parte, santuario, spazio protetto al cui interno vigono la solidarietà, la fiducia reciproca, la condivisione. Un manifesto in forma di arte assai politicamente corretto contro il cinismo, la sopraffazione ecc. ecc. Quello che il film dipana per due lunghissime ore e venti minuti è però una clamorosa smentita di quell’assunto tanto virtuoso. Film cerebrale come pochi che, nell’apparente svagatezza e anche disordine anarcoide, persegue invece con pesantezza tutta nordica un obiettivo, e una tesi. Solo che l’architettura di The Square, la sua progressione arcigna da teorema, restano occultate a lungo, sicché lo spettatore vagola spiazzato per un’ora e più tra una brillante trovata e l’altra in cerca di un senso, o semplicemente di un film, un film purchessia. Al piacionissimo curator Christian rubano il portafogli e il telefono in una truffa che, senza offesa, si potrebbe dire alla napoletana, una sceneggiata organizzata da alcuni malandrini forse rom (gli zingari, si potrà ancora dire?, sono presenza non secondaria nel panorama umano di The Square e stanno a significare i limiti del modello svedese di integrazione, la segmentazione in caste, la sua irriducibilità alla forma perfetta del quadrato). Il tentativo di Christian di recuperare il telefono – distribuendo in una palazzone mal abitato di periferia dove si presume si nascondino i rei una lettera minacciosa del genere “restituiscimi quanto mi hai rubato sennò te la faccio pagare” – spinge il grand’uomo di gran successo in zone perigliose, dando il via alla destrutturazione del suo mondo, della sua vita. C’è un crollo progressivo, in quel che sta intorno e dentro di lui, come se l’antienergia, l’entropia, lo avesse invaso. Il tutto girato in chiave di grottesco o di satira assai abrasiva, ricordando, anche per la catastrofe che si verifica per accumulo a partire da banali fatterelli e quisquilie, il bellissimo Racconti selvaggi dell’argentino Damián Szifron lanciato proprio a Cannes qualche anno fa.Ne vediamo di ogni in The Square: un video (finto) con una bambina che salta su una bomba; una rom che non solo fa la questua ma fa richieste circostanziate sul cibo che vorrebbe le comprassero; una giornalista americana con cui Christian ha una notte che post coitum vuole impossessarsi del preservativo usato da lui; gorilla che entrano in salotto mentre si fanno le più colte e amabili conversazioni. La satira del signor Östlund qualche volte brilla e va a bersaglio qualche volta no, mostrando fin troppo la glaciale programmaticità dell’operazione. E sbeffeggiare la tronfia, arrogante stupidità-pretenziosità di certa arte contemporanea non è poi impresa così nuova e audace (arridatece il gigantesco Sordi di Le vacanze intelligenti). A dare qualità a The Square è il crescendo finale, altrimenti si resterebbe sul piano della buffoneria punk alla Toni Erdmann. L’irruzione dell’uomo-bestione nel gala-charity che parte come performance e finisce in scatenamento vero di pulsioni selvagge e primitive nascoste sotto i modi borghesi, è una scena potente, l’architrave del film, e quella che lo riscatta e ne illumina i passaggi, le scene precedenti come quelle a seguire. E quel confronto con il bambino venuto a reclamare il suo onore dopo essere stato accusato di latrocinio dalla famigerata lettera è da brividi. Per come consente a Östlund di portare a galla le differenze sociali nell’affluente Svezia e, ebbene sì, il latente conflitto di classe. Per come quel bambino rischia di diventare la vittima sacrificale di un mondo che ne ha bisogno per ricompattarsi e ritrovare il suo ordine (cfr. René Girard). Purtroppo non tutto The Square ha una simile forza, una simile necessità. Soprattutto nella prima parte si perde in sentieri collaterali e inessenziali, compiacendosi della propria superficiale clownerie. Se solo Östlund avesse limato e asciugato, ne sarebbe venuto fuori qualcosa vicino al risultato grandissimo.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a Recensione: THE SQUARE, il film di Ruben Östlund Palma d’oro a Cannes. L’imperfetta geometria dell’ordine svedese

  1. ugo scrive:

    Surreale? Sicuramente ma non troppo. La cultura a furia di ricercare “vette” inattaccabili dai comuni mortali non sa più cosa inventarsi per riempirsi la bocca di parole intraducibili ma altrettanto credibile e “vero” anche il contrasto tra le speculazioni e le contraddizoni da épater les bourgeois ( il video della bambina che esplode ma che suscita indignazione e nel contempo le dimissioni del protagonista che vengono accolte come un attacco alla “libertà di stampa e di pensiero”. La voce fuori campo del bambino intesa come il richiamo della coscienza del direttore del museo e rinforza il politically correct che è in noi ma che non bada alla sostanza. Film intelligente, non banale nella “visione”, troppo lungo e “glaciale”: lo ammiri ma non ti emoziona.

  2. zioluc scrive:

    Force majeure aveva uno spunto e una messa in scena molto interessanti, ma alla fine era una noia.

  3. Cristina scrive:

    Recensione interessante. Ma io penso che quello che sfugge allo spettatore occidentale e che io ho colto nel film perchè è alla radice del caos verso cui il nostro mondo si muove, è la mancanza di consapevolezza sulle conseguenze delle proprie azioni e la conseguente mancanza di assunzione di responsabilità per esse.
    Da qui il senso della prima parte del film: il protagonista distribuisce la lettera di minaccia a tutti gli inqulini del palazzo senza minimamente preoccuparsi di accusare ingiustamente decine di famiglie, mentre una sola è colpevole. Ed con la stessa disinvoltura difende la libertà di espressione, senza considerare le conseguenze che determinate frasi/video/performance possano avere sulle persone. E’ solo alla fine del film che finalmente sembra percepire la necessità del limite e della conseguente assunzione di responsabilità nei confronti degli altri.

  4. Pingback: Recensione: LOVELESS di Andrei Zvyagintsev. Il film russo che si meritava a Cannes la Palma d’oro | Nuovo Cinema Locatelli

  5. Pingback: Recensione: LOVELESS di Andrei Zvyagintsev. Il film russo che a Cannes si meritava la Palma d’oro | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi