Torino Film Festival. Recensione: TESNOTA (Closeness) di Kantemir Balagov. Arriva dal Caucaso uno dei film dell’anno

Tesnota (Closeness) di Kantemir Balagov. Con Darya Zhovner, Olga Dragunova, Artem Tsypin, Nazir Zhukov. Sezione Festa Mobile.
412973c309e5e7f9269dca7b851e6f20Approda a Torino uno dei film rivelazione di Cannes 2017 (era a Un Certain regard). Anni ’90, Nord Caucaso. Una giovane coppia appartenente alla comunità ebraica viene rapita a scopo di riscatto. Esplodono i conflitti interni alla famiglia, si accentuano le differenze e contraddizioni etnoculturali. Di un regista di soli 26 anni allievo di Sokurov. Importante. Imperdibile. Voto 8 e mezzo
OFF_Tesnota-Closeness_01È nato un autore. Nome: Kantemir Balagov, anni 26, russo di Nalchik, capitale della repubblica nord caucasica del Kabardino-Balkaria (ne conoscevate esistenza e collocazione geografica? io, fino a questo film, no). Il suo Tesnota è stato tra i migliori film dello scorso Cannes, e nessuno se lo aspettava. Presentato a Un Certain Regard, la sezione seconda del gran festivàl, ne è però uscito senza premi (almeno quello di migliore attrice alla formidabile Darya Zhovner: macché, l’han dato alla Jasmine Trinca di Fortunata).  E benissimo ha fatto il Torino Festival a riproporlo nel suo programma. L’ancora ragazzo Balagov è una rivelazione vera, un auteur giovanissimo uscito dai corsi di cinema tenuti da Alexander Sokurov all’università di Nalchik. Che, oltre che la città di Balagov, è anche quella in cui si svolge Tesnota, ispirato a fatti realmente accaduti una ventina di anni fa e raccontati al regista dal padre.
Anno 1998, l’era di Eltsin è alla fine, si profila quella di Vladimir Putin. Il Caucaso è area di massima instabilità e incendiabilità per via della guerra di indipendenza cecena, con già in corso la controffensiva russa che riporterà i riottosi sotto il controllo di Mosca. Il Kabardino-Balkaria, non lontano dall’epicentro del conflitto, sembra al riparo dalle scosse, eppure qualcosa nel profondo sta cambiando anche lì. Balagov ce lo racconta attraverso il ritratto di una famiglia della comunità ebraica di Nalchik, una minoranza in una città e in una repubblica a prevalenza musulmane, e già questa attenzione rende straordinario Tesnota (e non si può non pensare alle pagine delle Benevole di Jonathan Littell in cui i tedeschi invasori di parte del Cucaso censiscono maniacalmente tutte le comunità israelitiche dell’area, distinguendo secondo i loro criminali parametri tra chi ebreo lo è solo culturalmente o anche per razza, e dunque tra chi avviare allo sterminio e chi no). Ilana è una ragazza ribelle con i suoi modi rudi da tomboy. Lavora con il padre nell’autofficina di famiglia, adora quel lavoro da maschio, rifiuta un lavoro più gentile. È in conflitto con la madre, severa custode della tradizione ebraica che non accetta la sua storia con un ragazzo musulmano kabarde di nome Zalim (“ricordati, lui non è della nostra tribù”: almeno così nei sottotitoli, e chissà se nell’originale si parla proprio di tribù). L’equilibrio della famiglia, e quella della comunità israelitica, verrà sconvolto quando David, i fratello di Ilana, verrà rapito insieme alla neofidanzata Lea a scopo di riscatto. Fenomeno assai diffuso da quelle parti alla fine degli instabili e terribili anni Novanta, spesso con famiglie ebraiche come bersaglio.
L’inefficiente e corrotta polizia assiste senza agire. L’unica soluzione è metere insieme in qulche modo la somma per il riscatto. Il padre di David vende tutto quello che può, ma non basta, e non basta nemmeno l’aiuto della comunità. A Ilana verrà chiesto di sacrificarsi (non dico come), mentre la storia con il suo ragazzo kabarde comincia a risentire del clima strisciante di radicalizzazione islamica. E uno dei momenti più agghiaccianti è la proiezione di un video in cui i guerriglieri ceceni tagliano la gola ad alcuni soldati russi prigionieri. Balagov sta concentrato sui suoi personaggi, non si addentra in quell’esplosivo intrico ambientale di etnie e culture, e però quello che racconta molto lascia intuire. Tesnota è la storia di una ragazza ribelle costretta a fare i conti con le tradizioni, pur se diverse, della propria famiglia e del mondo fuori. Ma è anche il referto, per quanto solo alluso, di uno scontro di civiltà, piaccia o meno. Il ventiseienne regista gira con un’energia rabbiosa, con un immediatismo che almeno in apparenza è lontano dal cinema lento del suo maestro Sokurov, e che conserva certa selvaggeria da opera prima. Kantemir Balagov alterna frenesie a momenti contemplativi, praticando uno strano cinema che possiamo dire del differimento, dove le rivelazioni, le svolte narrative sono continuamente rimandate, fino a creare una tensione a tratti inostenibile per lo spettatore. Troppo presto per dire se sia stile, un’impronta personale o un effetto del tutto inconsapevole. Intanto registriamo che da una remota republica nord caucasica è arrivato un autore.

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