Recensione di ‘Call Me by Your Name’, il film di Luca Guadagnino che sta conquistando l’America

Schermata 2017-11-28 alle 23.22.45412.932 dollari incassati in soli quattro sale al primo weekend di programmazione, con una incredibile media per screen di 103.233. L’esordio sul mercato nord americano del nuovo film di Luca Guadagnino (girato in inglese con capitali internazionali, e dunque non catalogabile come film italiano) è stato folgorante, e siamo solo all’inizio, visto che la Sony,che lo distribuisce, aumenetrà già dal prossimo weekend il numero delle sale. Intanto Call Me Your Name ha incamerato due Gotham Awards, premi di gran prestigio per il cinema indipendente: il primo come migliore film dell’anno, il secondo a Timothée Chalamet  come migliore attore rivelazione. Non solo: CMBYN ha anche ottenuto il maggior numero di nomination, ben sei, agli Spirit Awards, altro premio di massima importanza per il cinema indie. Naturalmente si parla già di possibili nomination nelle categorie cruciali dell’Oscar: stiamo a vedere. Il viaggio del film è cominciato lo scorso gennaio al Sundance dove son fioccate subito recensioni eccellenti, confermate adesso all’uscita in sala (stellare lo score raggiunto su Rotten Tomatoes: 98 su 100, altrettanto su Metacritic: 95). Poche settimane dopo il Sundance CMBYN è stato proiettato alla Berlinale nella sezione Panorama Special, ed è lì che l’ho visto (e recensito). Ripropongo quanto ho scritto allora.

Luca Guadagnino sul set con i due protagonisti, Timothée Chalamet e Arnie Hammer

Luca Guadagnino sul set con i due protagonisti, Timothée Chalamet e Armie Hammer

Call Me By Your Name (Chiamami con il tuo nome), un film di Luca Guadagnino. Con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois. Berlinale sezione Panorama.
201712831_1Un film che respira, di massima naturalezza, mai affettato. Un piccolo miracolo. Guadagagnino prende un racconto di formazione di André Anciman e lo sposta in una meravigliosa villa alla Bertolucci nella bassa padana. Un ospite che pare uscito dal pasoliniano Teorema sonvolgerà vite e susciterà passioni, portando il ragazzo Elio alla scopertà del suo côté omosessuale. Purtroppo presentato qui alla Berlinale (è il solo film italiano) non in concorso. Perché un premio se lo sarebbe preso. Applausone alla proiezione stampa. Voto 8+
201712831_2Sì, effettivamente bellissimo, come già aveva scritto su carta e web chi l’aveva visto il mese scorso al Sundance. Forse il miglior Guadagnino, anche meglio di Io sono l’amore che un qualche sospetto di indebito viscontismo l’aveva suscitato. Tanto che qualche perfido brillante l’aveva subito ribattezzato il Visconti dimezzato (e però, dico io, meglio un conte Luchino a metà che zero. Per la cronaca: una parente sua compare nei credits di questo Chiamami con il tuo nome, ed è Verde Visconti, interior decorator).
Chiamami con il tuo nome è tratto da un libro di André Aciman che io ho letto una decina di anni fa (Guanda) e di cui non ricordo niente, se non che era ambientato in Liguria, mentre qui, in questo film parlato in francese e inglese con un po’ di italiano (e di dialetto lombardo-padano), azioni e accadimenti sono spostati ‘Somewhere in Northern Italy’, come avverte la dicitura a inizio film. Stando ad Anciman, ricordo invece benissimo il suo Ultima notte ad Alessandria, memoir che consiglio caldamente sugli anni di infanzia e prima adolescenza dell’autore ad Alessandria (d’Egitto) e poi sul forzato esilio, come è capitato a tutte le famiglie ebraiche di Alessandria e del Cairo dopo la presa di potere di Nasser. Ma torniamo a Call Me by Your Name. Siamo, se ho ben capito, a Crema, meravigliosa quanto sottovalutata città di cui non mi pare il cinema si sia mai occupato in precedenza, e siamo per la precisione in una villa nei dintorni che ricorda quella abitata da Alida Valli in La strategia del ragno di Bertolucci. Trionfo della Padania, dell’Oceano padano per citare il libro di Mirko Volpi, in questo film pure così international, e chi mai l’avrebbe detto. Case basse, mura rosse di mattoni, muggiti dalle ricche stalle, brusche parlate e modi sobri, acque di fiume e di lago, pesci d’acqua dolce. Per un lombardo come me, una goduria.
Racconto di formazione del ragazzo Elio, di famiglia ebraica – padre americano, madre francese – trasferita temporaneamente nel cremasco per via che papà è archeologo-studioso di arte antica e sta seguendo certe perlustrazioni sul fondo del non lontano lago di Garda (usciranno tesori classici). In quella villa nella bassa che sembra così tagliata fuori dai grandi giri invece passa il mondo, si sente il mondo. C’è anche Oliver – è un’estate dei primi anni Ottanta -, americano, amico di famiglia e anche assistente del padre archeologo, un bellone che ha la fisicità statuaria di Armie Hammer (non così convincente, forse il punto di debolezza in un film che azzecca quasi tutto). Un bel po’ ospite pasoliniano alla Teorema, nel senso che Oliver piace a tutti e tutti conquista, uomini e donne, un permanente nucleo di irradiazione sessuale piantato nel bel mezzo di quel microcosmo dedito ai piaceri dell’arte e della cultura, e del bel vivere, del buon cibo, delle passeggiate, delle letture, delle conversazioni con gli amici. Un ospite-angelo destinato a cambiare qualche vita.
La storia del film è la storia tra Elio e il ventenne Oliver. Elio (interpretato da un attore sconosciuto che si chiama Timothée Chalamet ed è di pazzesca bravura e naturalezza: una rivelazione) suona e compone, ha una mezza storia con la coetanea Marzia, ma è attratto da Oliver. Le sue tempeste ormonali e le sue fantasie van sempre a parare lì, sul corpo di Oliver. Non crederete però che i due si mettano a scopare subito dietro le molte frasche padane, macché, sarà dura e lunga la conquista, e non si capisce se sia Elio a far capitolare Oliver o viceversa. La sceneggiatura è co-firmata nientedimeno che dall’oggi ottantanovenne James Ivory (uno dei fregi araldici che Guadagnino ama inserire nei suoi film, un vezzo che gli si perdona visti i risultati), che qui immette la sua sensibilità mai dolciastra, la sua delicatezza elegante. Ma il film è di Luca Guadagnino, il quale scansa mirabilmente i molti rischi che una simile operazione si porta dietro. Quello del film lgbt militante con messaggio. Quello del viscontismo di risulta e malcopiato, languori e peccatii esteticamente correttissimi e iun po’ inamidati. Quello del film arty con molta cultura esibita a legittimare l’abbondanza di fluidi corporali tra le lenzuola. Guadagnino realizza un film che respira come un organismo vivente, di massima naturalezza, non sbagliando neinete, i tempi, i gesti, le parole, gli ambienti. Le scene d’amore tra Elio e Oliver sono le più convincenti, e le meno scontate e affettate, dai tempi di Weekend di Andrew Haiig, un capolavoro del cinema gay. Niente smancerie né sdilinquimenti, e nemmeno quell’hard sex che affligge tanti gaysmi, invece un avvicinarsi lento e circospetto, dubbi, esitazioni, voglie e paure che comunicano un senso di verità. Guadagnino gioca intelligentemente con certi stereotipi e vecchi modi di rappresentazione dell’omoseesualità maschile (del resto siamo nei primi anni Ottanta): quella matura coppia di gay in visita in abito rosa pallido, l’ammirazione alla Winckelmann per i torsi delle statue classiche. Ma si evitano per fortuna le scene di dramma e di passione con sottofondo di Callas. Quando Elio usa in modo sessualmente creativo una pesca si sente Battiato, mica Casta Diva. Guadagnino quegli anni Ottanta italiani se li ricorda bene e li ricostruisce benissimo, e alla lirica preferisce come colonna sonora il pop, quello alto di Battiato e quello bassissimo della dance made in Italy. Il finale è presa-di-coscienza della realtà e della vita da parte del ragazzo Elio, e la Bildung si è compiuta. Applausone che non finiva più alla proiezione stampa. Peccato, fosse stato in concorso un premio se lo sarebbe portato via (e comunque Guadagnino ha fatto bene a portarlo prima al Sundance e poi qui, e non a Venezia dove A Bigger Splash era stato massacrato).

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