Torino Film Festival. Recensione: THE DEATH OF STALIN di Armando Iannucci. Fine grottesca del Grande Dittatore Rosso

OFF_TheDeathOfStalin_03-1OFF_TheDeathOfStalin_04The Death of Stalin (Morto Stalin, se ne fa un altro), un film di Armando Iannucci. Con Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Paddy Considine, Rupert Friend, Michael Palin, Andrea Riseborough, Jeffrey Tambor, Olga Kurylenko. Concorso Torino 35.
OFF_TheDeathOfStalin_01Sulla carta, il titolo più importante del concorso, e il più candidabile alla vittoria finale. Arrivato a Torino dopo i trionfi londinesi, La morte di Stalin ha invece deluso parecchio (almeno me). Tratto da una graphic novel – signora mia, non son più i fumetti di una volta! -, il film del molto quotato Iannucci ricostruisce in chiave grottesca la fine per ictus del Grande Dittatore Rosso e la lotta di potere che ne seguì. Solo che le battute non vanno sempre a segno, anzi più no che sì. E poi, scusate, fino a che punto è lecito ironizzare su cose terrificanti come i crimini di Stalin e Beria? Voto 5

A sentire il tam-tam e il can-can anglofono, il film dell’anno. Quello che non puoi perdere. La dimostrazione definitiva, secondo gli estimatori, della superiorità dell’umorismo british, e dello spirito british, sul resto del mondo. Insomma, ci si aspettava il capolavoro, anche sulla scia di chi a Londra era stato e tornato e ne diceva mirabilie. Macché. Delusione. Qui si scherza pesante su cose maledettamente serie per cavarne una black comedy neanche così riuscita. Sì, certo, La morte di Stalin del signor Armando Iannucci qualche risata te la strappa (comunque assai meno di quanto immagino fosse l’obiettivo suo e degli autori tutti), ma scusate la molesta domanda: sarà lecito, o almeno di buongusto, ironizzare su faccende agghiaccianti quali i crimini di Stalin e i massacri seriali organizzati su scala gigante del suo sadico bracciodestro Beria? Boia e più boia. E sarà bello buttare in burla e farsaccia la morte del tiranno russo-georgiano in mezzo al suo piscio e gli intrighi di palazzo che immediatamente ne seguirono? Si evocano, e anche ricostruiscono con aderenza ai fatti, le paranoie dell’onnipotente signor Josef, le liste dei morituri stilate a seconda dei suoi capricci e umori, gli arresti e i rastrellamenti all’alba, gli interrogatori con torture (e stupri) nelle peggio celle della Lubjanka. Il tutto tra battutacce e sghignazzi. E no che non è bello, perché da ridere non c’è proprio niente.
Ecco, sento già le urla e gli strepiti: ma è il diritto inalienabile alla satira! ma è l’ironia come arma di decostruzione e distruzione e denuncia del potere!, e via retoricizzando, tirando magari in ballo Charlie e altri martiri (sui guasti dell’ironia rimando i feticisti della battuta brillante alla lettura del fondamentale, quanto negletto in Italia, The Common Things di Jeremiah Purdy). Film come questo ti lasciano dentro una scia di malessere che non ce la fai a cancellare. Mi chiedo solo come mai il signor Iannucci (nome italiano ma identità rigorosamente britannica), che mi dicono essere autore sperimentato e talentuoso, vedi la premiata serie Veep – si sia buttato in un’avventura così rischiosa, senza peraltro ruscire a venirne a capo. Bizzarra già la partenza, una graphic novel francese di Fabien Nury e Thierry Robin, anche se non saprei dirvi se il grottesco del film venga da lì o ce l’abbia aggiunto di suo il regista-autore. Di sicuro il prodotto è di impeccabile confezione, con una Russia anni Cinquanta interamente rievocata in interni ed esterni inglesi che si fingono molto bene sovietici. Con un manipolo di attori perfettissimi e irresistibili come solo il cinema made in UK riesce ad assemblare.
Marzo 1953. Il Grande Dittatore Rosso viene colpito – di notte, mentre è solo nella sua camera da letto – da emorragia cerebrale. Passano ore decisive e probabilmente per lui fatali prima che si chiami un medico perché, intorno al suo corpo sacralizzato e temuto (si legga Il corpo del duce di Sergio Luzzatto, Einaudi: parla di Mussolini, ma il discorso è estensibile ai tiranni di tutto il secolo breve) si scatena subito la grande partita della successione, i gerarchi del comitato centrale e del partito attenti a non fare la mossa sbagliata che li potrebbe perdere. E poi, quali medici precettare visto che i più bravi son stati spazzati via qualche mese prima dall’ennesima paranoica purga ordinata da Stalin? (le vittime erano quasi tutti ebrei: un clamoroso esempio di antisemitismo mascherato da patriottismo comunista). In fondo, a risultare interessante in questo The Death of Stalin non è tanto l’operazione satirica, quanto la ricostruzione degli eventi. Come un RaiStoria, però con gran dispiegamento di mezzi e un più alto tasso di spettacolarità e narrativizzazione. Potrei sbagliarmi, ma l’impressione è che i fatti siano ripercorsi con estrema fedeltà, solo osservati attraverso la lente deformante del grottesco. Come in una lotta darwiniana, nella partita di successione sopravvivono, e vincono, i più furbi e più forti. In testa l’apparentemente modesto e qualunque Krushev, che riesce a ordire il complotto che porterà alla defenestrazione (e alla morte ) dell’abomimevole Beria, il vero villain di questo film, e di quel pezzo di storia noventesca. Il clima di sospetto e paura generalizzati, la delazione diffusa, la sensazione di morte incombente di quei terribili, ferrigni anni di tenebra sono la lezione vera che The Death of Stalin ci consegna. Ed è anche quello che resta del film. L’ironia, quella no, quella non passa ed è del tutto superflua. Non solo per quanto detto sopra, ma anche perché Iannucci si ferma a metà. Almeno avesse spinto a fondo e impudicamente sulla farsaccia, magari nell’eccesso il film avrebbe trovato un senso, e una giustificazione. Così è solo un prodotto anfibio, irrisolto, paraculo e indeciso a tutto. Pure con un ritmo blandissimo al limite del sonnolento. E noi che ci aspettavamo un crepitio di battute, quel velocissimo, inebriante ping-pong dei migliori dialoghi da black british comedy. Occasione mancata. Titolo italiano inutilmente triviale: Morto Stalin, se ne fa un altro. Ma perché? Uscita l’11 gennaio.

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