Torino Film Festival. Recensione: BEAST di Michel Pearce, uno dei preferiti di stampa e pubblico

OFF_Beast_02_Photgrapher_Kerry BrownBeast di Michael Pearce. Con Jessie Buckley, Johnny Flynn, Geraldine James. Concorso Torino 35. Voto 6+
OFF_Beast_01_Photgrapher_Kerry BrownJersey, isola in mezzo alla Manica battuta dal vento e di selvaggi panorami. Scenario perfetto per una passione estrema. Moll, ragazza di buona famiglia, perde la testa per un ragazzaccio vagabondo. Che, quando una ragazzina viene uccisa, diventa il primo sospettato del delitto. Molto british, anche troppo manierato. Peccato per una sceneggiatura poco coerente: poteva essere un gran film. Voto 6+

Uno dei film del concorso che più sono piaciuti a stampa e pubblico. Beast sarebbe anche un naturale favorito al gran premio finale, se non fosse che non me lo vedo proprio Pablo Larrain affezionarsi a un film così rifinito e manierato (stiamo a vedere). Potrebbe funzionare bene in sala, se qualcuno lo importasse e distribuisse, e ripetere il successo di Lady Macbeth, lanciato proprio qui al Torino FF l’anno scorso. Benché non sia in costume, Beast qualcosa, e anche più di qualcosa in comune con Lady Macbeth ce l’ha. La britannicità, tanto per cominciare, come marchio di immediato riconoscimento. Intendo: confezione impeccabile, fin troppo, e attori impeccabili, fin troppo. Mai un grano di polvere in quelle case, mai un capello scomposto in chi ci abita. E però sotterraneamente, ben nascosto dal decoro borghese, la pulsione al disordine, al selvaggio, allo sporco, pure questo così tipicamente, inesorabilmente british. Di un paese che ha mostrato (imposto?) al mondo la perfezione di modi e l’alterigia della sua ruling class e, nello stesso tempo, le selvagge accensioni dionisiache della sua plebe: gli hooliganismi allo stadio, gli stordimenti di massa del venerdì sera, le vacanze strafatte a Magaluf o Ibiza. Tornando a Beast: ha tutto per piacere a chi ha amato Lady Macbeth, con una storia di devastante follia erotica (e derive criminali) che sfida l’ordine aristoborghese. Pure insanity! Cortocircuitando la brava ragazza – sì, dal passato un filo interrotto, ma rimessa poi in sesto da una madre tiranna (è la grandissima Geraldine James, che da sola merita la visione) – con il fuori casta e fuori rango, l’uomo, anzi il maschio, dei bassifondi sociali. The Beast. Sarà delirio carnale e amour fou, specie dalla parte di lei. Lui, figuriamoci, è cacciatore e bracconiere (i bracconieri esistono ormai solo nei film inglesi, e intanto il pensiero torna a De André. Ricordate? “rubò sei cervi nel parco del re/ vendendoli per denaro”), assai affine per mestiere e densità sessuale a quegli stallieri, a quei guardacaccia che fanno da tempo immemorabile da feticcio erotico per signore in tante narrazioni scritte e visuali made in UK. Qando Moll vede Pascal sbucare dalla brughiera gli si dà, ed è perduta per sempre. Tra Lady Chatterley e la Julie Christie pazza per Alan Bates in Messaggero d’amore. Solo che là alla sceneggiatura c’era Harold Pinter e qua no.
Dunque: Moll dopo una notte superalcolica in un pub incontra Pascal, se lo porta a letto, se lo porta subito a casa, benché la famiglia non lo veda di buon occhio, anarchico e vagabondo com’è. Puzza, sentenzia la tremenda mamma. Adoro il suo odore, ribatte la figlia. L’uomo selvatico, ed è ancora feticismo erotico di pura marca inglese (se permettete un’altra citazione: La linea della bellezza di Allan Hollinghurst, romanzo vincitore del Booker Prize 2004, dove un nobiluomo omosessuale impone al suo giovane amante proletari di non lavarsi per un mese onde gustarne appieno la virile fragranza). Succede che nel frattempo un serial killer – siamo sull’isola di Jersey, in piena Manica: vento, natura primordiale ecc.: uno scenario perfetto per il mélo -  fa fuori ragazzine, e subito i sospetti si indirizzano su Pascal. Il quale fa di tutto per farsi sospettare, comportandosi da perfetto asociale (e, tanto per sottolineare la propria indomabile natura randagia, regala a Moll il libro Wild Animals). A questo punto siamo tra Il sospetto e L’ombra del dubbio di Hitchcock, con Moll che pur proclamandosi sicura dell’innocenza del suo Pascal, tanto tranquilla non è. La storia procede con almeno un paio di twist che non ti aspetti proprio, e fin qui benissimo. Il guaio sta nell’indecisione da parte del regista di imboccare una pista narrativa riconoscibile. Prima Losey-Pinter, poi Hitchcock. Prima la denuncia acida dei dispositivi eternamente repressivi della borghesia britannica, cui si contrappone il solito inno pagano alla liberazione dei sensi. Neanche fossimo negli anni sessanta del secolo scorso. Poi lo scivolamento verso lo psycho-thriller e lo psycho-horror. Con oltretutto dialoghi che dicono troppo e nascondono poco, mentre sarebbe stato meglio, soprattutto nella parte ultima, un maggior tasso di ambiguità e allusività. Senza fare spoiler, dico solo che la conversazione tra Moll e Pascal al ristorante sul mare è un erroraccio di sceneggiatura. Peccato, perché è raro trovare un film che indaghi con tanta forza anfratti e abissi pulsionali dei suoi personaggi, e i rischi della passione cieca. Però le vedute selvagge e la ahinoi squisita fotografia (non sopporto la “bella fotografia”) hanno già assicurato un ottimo passaparola a Beast. Possibile premio come migliore attrice a Jessie Buckley. Se la dovrà però vedere con la protagonista di un altro fim inglese, Daphne.

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2 risposte a Torino Film Festival. Recensione: BEAST di Michel Pearce, uno dei preferiti di stampa e pubblico

  1. Anonimo scrive:

    condivido in pieno, nel finale erroraccio di sceneggiatura al ristorante, non hanno saputo resistere alla tentazione del colpo ad effetto ma è venuto male, comunque film godibilissimo anche se poco festivaliero soprattutto nella prima parte

  2. Pingback: Torino Film Festival 35. LA MIA CLASSIFiCA FINALE del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

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