Torino Film Festival. Recensione: À VOIX HAUTE (A voce alta) di Stéphane De Freitas e Ladj Li. Torneo di oratoria e political-correttismo

OFF_AVoixHaute_03_My Box Productions 2017OFF_AVoixHaute_04_Ingrid ChabertÀ Voix Haute/ Speak-Up di Stéphane De Freitas e Ladj Ly. Con Leïla Alaouf, Eddy Moniot, Elhadj Touré, Souleïla Mahiddin, Bertrand Périer, Alexandra Henry, Loubaki Loussalat, Pierre Derycke. Concorso Torino35. Voto 5 e mezzo
OFF_AVoixHaute_02_My Box Productions 2017Documentario furbissimo sulla tenzone di oratoria che ogni anno si tiene alla parigina università di Saint Denis. Torneo – con tanto di corso preparatorio, prove, test, turni eliminatori, semifinale e finalissima – dal bel nome latino Eloquentia aperto a 93 studenti (non è spiegato il perché debbano essere proprio 93, non uno di più non uno di meno, e se il film lo spiega mi è sfuggito). Via quindi con ragazze e ragazzi, spaccato esemplarissimo di quella Francia di oggi che continuiamo a chiamare pigramente, con un cliché lessicale, multietnica. In una sfida che celebra in primis il trionfo della lingua francese, la sua capacità egemonica, il suo inossidabile fascino e richiamo su moltitudini pluricontinentali, difatti a maneggiarla e padroneggiarla, a usarla come arma per la vittoria in Eloquentia, sono giovani donne col velo, arabo-musulmane senza velo, ragazze e ragazzi di famiglia africana, ragazzi venuti dall’Est Europa. E i francesi da parecchie generazioni? Ci sono anche loro, come no, ma non saranno tra i finalisti, non sono quasi mai tra i protagonisti veri del film, quelli che la cinepresa segue e accarezza. Pochissimi in partenza, zero alla sfida ultima. Non so se sia una scelta dei due registi, questa di focalizzarsi sui nuovi francesi (si potrà dire? sarà abbastanza corretto? verrò bacchettato?), o se rispecchi semplicemente la composizione dei concorrenti.
A voce alta mi ha ricordato Le Concours, un documentario, bellissimo, molto meglio di questo, di un tre anni fa di Claire Simon sugli esami assai severi di ammissione alla Fémis, celebre scuola di cinema di Parigi. Struttura narrativa e progressione drammaturgica sono molto simili. In A voce alta assistiamo alle lezioni di oratoria degli esperti, tra cui un poeta m’è parso hip-hop, peraltro assai bravo e in grado di cavare (da se stesso) poesia vera. E naturalmente veniamo a conoscere da vicino una decina suppergiù di concorrenti, le loro aspirazioni, le ragioni che li hanno spinti a iscriversi a corso e torneo di eloquenza, più le loro storie private e familiari (molta banlieue, molta seconda e terza generazione di immigrati). Si segue volentieri il film, i ragazzi son tutti carini e simpatici, pure ruffiani, e qualcuno con dei veri talenti. Naturalmente si parteggia per l’uno o per l’altro nelle eliminatorie, esattamente come a un talent. Ritmo elevato, non ci si annoia mai, e alcune esibizioni oratorie sono assai godibili. E però a impiombare irrimediabilmente il film è la sua carineria come dire ideologica, la sua melensaggine politicamente corretta. Assistiamo a esemplarissimi, dimostrativi racconti autobiografici – trasformati in performance oratorie – di emarginazione sociale vissuta, subita e poi vinta. Di famiglie svantaggiate benché mai dome e rinunciatarie. Di sogni infranti ma anche di sogni realizzati. Naturalmente la ragazza col velo è assai intelligente, brava, colta, e ci spiega, naturalmente, che il velo è una scelta, mica gliel’ha imposto nessuno. Una scelta come se ne fanno tante nella vita. Fosse così semplice, dico io. Purtroppo in questa tenzone c’è sì qualche lacrima, ma non si sente mai l’odore del sangue delle competizioni vere, quelle feroci, quelle da cui dipende il tuo futuro, il tuo destino. Qui tutto è caramellato, ammorbidito, smussato. Ovviamente, a lanciare il giusto messaggio, semifinalisti e finalisti son tutti ‘nuovi francesi’. Solo tra i ragazzi del gruppone iniziale spicca anche un francesino biondastro, non certo figlio dell’immigrazione, di umorismo perfido e maligno. Quando uno degli insegnanti gli intima “tira fuori te stesso, esprimi te stesso” lui si lancia in un’arringa contro questa smania dilagante del proprio Io (presunto) autentico. Se stessi chi? In una successiva prova ha pure la sfrontatezza di sostenere il ripristino della leva militare obbligatoria. Tipetto straordinario, difatti l’hanno eliminato subito dalla corsa. Altra zeppa di A haute voix: più che allenarsi all’oratoria, i concorrenti preparano monologhi d’attore. E la tenzone più che di eloquenza diventa di recitazione. Non esattamente la stessa cosa. Avevano detto di partecipare per “superare la timidezza a parlare in pubblico”, macché, volevano diventare attori, mettersi in mostra. Difatti ci vien detto alla fine che il vincitore è stato subito scritturato per un film. Il meglio di questo medio-mediocre A voce alta sta altrove, nel come ci mostra la devozione di molti immigrati e figli di immigrati alla lingua e alla cultura francese tutta, alla francesità, all’idea della Francia. Ringrazia e celebra la Francia uno dei semifinalisti, di origine africana. Compone una gran partitura verbale intorno alla parola français il poeta-insegnante hip-hop. Non è la prima volta che lo si vede al cinema, questo commovente omaggio da chi non te lo aspetteresti, dai popoli delle ex colonie. E mi viene in mente il Kéchiche di La schivata, ragazzini e ragazzine di banlieue che mettono in scena, benissimo, Marivaux.

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