Torino Film Festival. Recensione: DON’T FORGET ME di Ram Nehari. Da Israele una commedia sghemba e acuminata

OFF_AlTishkechiDontForgetMe_01Don’f Forget Me/ Al Tischkechi Oti, di Ram Nehari. Con Nitai Gvirtz, Moon Shavit, Carmel Bato. Concorso Torino 35. Voto 7
OFF_AlTishkechiDontForgetMe_02Lei anoressica rioverata in un centro per disturbi alimentari. Lui suonatore di tuba con qualche neurone non perfettamente funziionante. Si conoscono, si piacciono, scappano insieme. La screwball comedy incontra il cinema di osservazione-denuncia-satira sociale.

Un boy-meets-girl sghembo, alterato, fallato, allucinato, sempre a rischio deriva e naufragio come i suoi due protagonisti. Con intorno un Israele che non somiglia niente a quello descritto dai suoi amici e dai suoi (tanti, troppi) nemici. Una società complicata e stratificata, come tutte, esattamente come tutte, di cui questo film mostra linee di faglia, differenze e divaricazioni insospettate, reti (familiari, sociali) minate e precarizzate dall’ipermodernità liquefacente con il suo carico di narcisismo, nichilismo, autismo di massa. Una commedia nera che sa essere rom-com delle più tenere, e però grazie al cielo scevra da ogni smancerie sentimentalista. Nella sua pazzia – anche nel senso più proprio e letterale, perché sia lei, una ragazza di nome Tom, che lui, Neil, sono afflitti da qualche smagliatura mentale che li scosta dalla medietà -, Non ti scordar di me (lasciatemelo tradurre così il suo titolo inglese-internazionale) discende dritto dalla screwball comedy, la forma più estrema della commedia sofisticata, quella che dissolveva la cosiddetta normalità nell’assurdo. Ecco, per dire, la Katharine Hepburn di Susanna! di Howard Hawks che se ne va in giro col felino al guinzaglio. Qui invece è lui, Neil, ad andarsene in giro in strana compagnia, quella di un basso-tuba si immagina pesantissimo che si porta in spalla e non abbandona mai. Neanche quando lei, Tom, prende l’iniziativa e lo bacia (e poi scende giù, mica siamo più negli anni Trenta).
Tom è ricoverata in un un’unità di cura di disordini alimentari (e la cronaca e il ritratto delle pratiche terapeutiche e degli ospiti sono insieme esilaranti e tragici). Un giorno arriva una cretina di gran successo televisivo a incoraggiare alla vita e alla positività, dall’alto (dal basso) della sua sciocca celebrità, le ragazze ricoverate, in realtà per un’altra delle sue fiere della vanità. La accompagnano il fidanzato, frontman di una rockband di successo non solo israeliano, e odioso nella sua arrogante fatuità e nel suo strafattismo ammantato di trasgressione genialoide (ma quando mai), e Niel, il suonatore di tuba. Già compagno di classe del musicista e convinto di essere stato ingaggiato da lui per una imminente residenza a Berlino della band: peccato che l’ingaggiatore la pensi diversamente. Solo che per Niel quella visita casuale e stranita in ospedale è l’occasione per incontrare Tom, e da allora non si separeranno. Strana stranissima coppia in cui l’amore è dissimulato sotto il disincanto, in forma di battute acidissime, soprattutto da parte di lei, e però con un’attrazione reciproca naturale, senza regole, un chimica che li scaglia uno verso l’altra, sempre. Sarà un girovagare a due in una Tel Aviv survoltata, frenetica, ansiosa e ansiogena. Ed è per il regista Ram Naheri occasione e pretesto per infilare una via l’altra veloci e acuminatissime annotazioni su Israele. Gli immigrati russi spesso considerati un corpo estraneo e non integrato-integrabile (“Ma l’hai vista, ha un dente d’oro! ma si può?”); i falascià, ovvero gli ebrei etiopi portati qualche decade fa in Israele in una famosa operazione-blitz di salvataggio, che sembrano spettatori e comparse attonite; i filippini che si occupano dei lavori domestici. L’élite giovane-affluente dei media vecchi e nuovi. Il passato  – inteso come Shoah – che non passa, non può passare, sicché quando la mamma di Tom la sente dire che vuole andarsene a Berlino con Niel sbotta in un’invettiva contro i tedeschi. Le identità cangianti, non sempre definibili, come nel caso di Niel, nato in Israele poi cresciuto ad Amsterdam poi tornato in Israele: “In Olanda sono cristiano, qui ebreo”. Dialoghi benissimo scritti, scintillanti e acidi comme il faut. Non sempre il côté denuncia sociale si miscela convenientemente con la rom-com ma, nonostante qualche squilibrio e scivolata nel sordido, il film c’è, eccome. Tra i migliori del concorso.

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