Torino Film Festival. Recensione: DAPHNE di Peter Mackie Burns. Una donna tutta sola, oggi

Agatha A. NiteckaDaphne di di Peter Mackie Burns. Con Emily Beecham, Geraldine James, Tom Vaughan-Lawlor, Nathaniel Martello-White. Concorso Torino35.
Agatha A. Nitecka31 anni, carina assai e dotata di ottimo cervello. Sola per scelta o forse no, Daphne è una giovane donna complicata, in un esemplare ritratto della femminilità contemporanea. Benissimo scritto, interpretato, diretto. Di quei prodotti british senza una piega, una smagliatura, anche quando vanno a rovistare in vite un filo scombinate come quella di Daphne. Premio come migliore attrice (ex aequo con l’israeliana Moon Shavit di Don’t Forget Me) a Emily Beecham. Voto 6 e mezzo
Agatha A. NiteckaUna donna a Londra, oggi. 31 anni, un lavoro di aspirante chef, di fatto cuoca e cameriera-barista, in uno di quei posti fighetti e aspirazionali di food. Materie prime rigorosamente di derivazione controllata, fromage lambiccatissimi dalla Francia impacchettati come gioielli. E, incredibile dictu, olio piemontese (e il mio amico Fabio, ligure di Ponente, si scandalizza: quando mai il Piemonte si è distinto per l’eccellenza in olio d’oliva?, ma son cose che succedono nei film stranieri). Daphne è assai carina, capelli rossi, cognome di casa nostra (“no, mio padre non era italiano, era siciliano”), con madre rompiballe tutta presa dai cialtronismi new wave, dalla fuffa della mindfulness, dai buddhismi di pronto uso. Baruffano sempre, la madre non è mica tanto soddisfatta di quella figlia brava e intelligente ma un filo disagiata dentro e fuori. Sempre single. Mai che le vada bene un uomo. E poi già alla sua età una spiccata propensione per le gradazioni alcoliche elevate e gli sballi da birra e altri eccessi. Il film è lei, nient’altro che lei. Daphne che non si decide a mettersi con il padrone del ristorante dove lavora, un brav’uomo innamorato di lei ma probabilmente non disposto a mollare la famiglia. E poi incontri casuali, o di chat, e son tremende scopate con tipi di tremenda e balorda meschinità. Solo un ragazzo della security di un club tiene duro con lei, non si arrende ai suoi ripetuti rifiuti e sfottò anche pesantucci, le fa una corte serratissima però mai soffocante e sempre gentile, un brav’uomo pure lui, un sant’uomo, ma anche a lui Daphne dice più no che sì. Insomma, ci si chiede vedendo questo discreto film, girato benissimo da un uomo (e scritto da un altro uomo, Nico Mensinga) che evidentemente un qualcosa delle donne ha capito, ma cosa mai vuole Daphne? Sempre insoddisfatta, sull’orlo della depressione e della disistima di sé. Che complicate, le donne oggi. Come sempre, si dirà. A me sembra di più. Daphne è anche un ritratto divertente ma amarissimo della stato dei rapporti tra i sessi oggi, qui e ora, in questo Occidente. Non più battaglia aperta come ai tempi del femminismo storico, ma guerra di frizione, sotterranea, non così evidente e però usurante per entrambe le parti. Sembra davvero che un incontro, un qualsiasi incontro, sia sempre più arduo. E Daphne ne è la plastica rappresentazione. Daphne, bella e intelligente, di buon cuore, che ahinoi legge Slavoj Zizek e ne ha il culto (temo sia uno degli intellettuali più sovrastimati di questi benedetti anni Duemila), anzi legge Zizek on Zizek, e scarta uno dei suoi molti pretendenti perché simula, per compiacerla, di aver letto il marxista-lacaniano sloveno. Mah, ci sarebbero test migliori per scartare un uomo. Emily Beecham formidabile, in una di quelle performance che possono portare lontano un’attrice, e i dialoghi migliori che si siano sentiti al TFF. Quel che non convince è un che di piacionismo di troppo, la voglia manifesta di non scontentare nessuno.

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