Torino Film Festival. Recensione: KISS AND CRY di Chloé Mahieu e Lila Pinell. Pattinatrici ragazzine sull’orlo di una crisi

OFF_KissAndCry_02Kiss and Cry di Chloé Mahieu e Lila Pinell. Con Sarah Bramms, Dinara Droukarova, Xavier Dias, Carla-Marie Santerre. Concorso Torino35. OFF_KissAndCry_03Vincitore per la migliore sceneggiatura. Menzione speciale della giuria.
Sarah, 15 anni, pattinatrice sul ghiaccio di livello nazionale. Ma è dura reggere tutte quelle pressioni. Funziona l’approccio documentaristico, da presa diretta sul reale, delle due registe. Non funziona un certo piagnonismo di fondo. Troppi i due premi che la giuria gli ha assegnato. Voto 5
OFF_KissAndCry_01Ragazze adolescenti, in Francia, oggi. Come in Bande de filles di Céline Sciamma, cui Kiss and Cry evidentemente guarda (e chi mai l’avrebbe detto che quel film, che io ho detestato, sarebbe diventato un modello di riferimento), si va a indagare un microcosmo di fanciulle in fiore in un mondo assai competitivo e poco indulgente. Con una cinepresa (dietro alla quale ci stano due donne) che quel mondo di pattinatrici aspiranti campionesse, di gare e implacabii allenamenti, lo scruta nelle sue pieghe anche minime. Nelle sue risonanze soprattutto private. Già dato lo scorso maggio ad ACID, che poi sarebbe il quarto festival di Cannes, e il meno conosciuto. Si svolge sempre lì, dalle parti della Croisette, negli stessi giorni dei lustrini e della monté de marche, ma ha per mission quella di mettere in vetrina il cinema indipendente made in France. Quarto perché al primo posto c’è il festival-istituzione, seguono la Quinzaine des Réalisateurs e La semaine de la critique. Quindi ACID. Scusate la divagazione, ma era giusto per cogliere l’cccasione di mettere un po’ d’ordine nella complicata cine-mappa cannense sulla quale la confusione alimentata dai mdia è massima.
Quanto a Kiss and Cry: siamo a Colmar, piccola-media città di grande storia dell’Alsazia, siamo in una famiglia di emigrati russi. Il papà sta a faticare in Svizzera per mandare a casa più soldi, qui c’è la mamma, severissima, che sta addosso a Sarah, la figliola teenager pattinatrice di livello nazionale ma sempre sull’orlo della crisetta di nervi e dell’abbandono. Vediamo l’universo chiuso delle pattinatrici ragazzine, e son lacrime sudore e sangue dietro agli sberluccichii dei costumini da gara. Sono baruffe tra ragazze, soliarietà, alleanze, rivalità mimime e massime anche anche per la conquista di coetanei goffi e brufolosi che non lo meriterebbero. Intanto Sarah, 15 anni, rende sempre di meno sul ghiaccio, il virus dell’insicurezza e della voglia di rinunciare l’ha colpita. Non aggiungo altro. Di notevolissimo c’è lo stile documentaristico delle due registe – che dal cinema del reale provengono -, infallibili nel simulare pure in questa storia di finzione la vera vita. Si ha anzi l’impressione che in Kiss and Cry, come spesso oggi nel cinema autoriale di nuovo conio, la finzione sia ampiamente debitrice della realtà e ne prenda a prestito molti materiali narrativi per poi riplasmarli, e che i dialoghi non siano ferreamente fissati in una sceneggiatura ma improvvisati e reinventati sul set. Fiction ultrarealista, tant’è che i caratteri principali hanno il nome dei loro interpreti, giusto per abbattere la barriera tra le due dimensioni. E questo è il lato molto, molto interessante. Purtroppo a funzionare meno è la solita retorica del “basta con la coercizione, la repressione, il sacrificio”, del primato del desiderio sull’ordine e le regole. Che tradotto vuol dire per Sarah, la pattinatrice quasi campioncina: basta con i duri allenamenti e le competizioni stressanti, basta con le rinunce ai piccoli piaceri degli altri coetanei, “voglio più spazio per me stessa”. Ma quale me stesso?, erompe sardonico in un altro film del concorso, A voix haute, un ragazzo impegnato in un torneo di oratoria (viene subito eliminato, ovvio, troppo sconveniente). Nonostante la sua grazia, la sua capacità di catturare il flusso del vivere, Kiss and Cry resta nel suo profondo un film-piangina, lamentoso, sicché a rifulgere – più che Sarah la rinunciataria – sono i personaggi che non mollano mai, che al dovere e al sacrificio ci tengono e ci credono. La madre di Sarah. E soprattutto il fantastico Xavier, pattinatore che ha dovuto abbandonare la carriera e adesso è un severissimo trainer, uno dei migliori e più temuti di Francia. Xavier che non ha pietà per le sue giovani allieve, capace di crudeli offese: “sei grassa! guardati, non passi dalla porta!” urla a chi mangia troppo, a chi non sta al passo, a chi sgarra, a chi si allena poco. Il che nell’era appiccicosamente corretta del “basta con la selezione: nessuno resti indietro!”, dell’egualitarismo al ribasso che livella e disconosce il merito e la fatica, suona corroborante. Xavier sei tutti noi. Ce ne fossero come te, mica solo sul ghiaccio. Le due registe gli concedono un fantastico numero in stile carioca, presentato abbastanza incongruamente quale sogno a occhi aperti. Ma fa niente, l’importante è vederlo all’opera in tutto il suo fulgore, il sublime Xavier. Uno, cento, mille come lui. Che da solo merita la visione di questo film girato meravigliosamente, ma flaccido e indulgente.

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