Torino Film Festival. Recensione: THEY di Anahita Ghazvinizadeh. Identità in transizione

OFF_They_01_Grade_All_ReelsThey, un film di Anahita Ghazvinizadeh. Con Rhys Fehrenbacher, Koohyar Hosseini, Nicole Coffineau. Concorso Torino35.
OFF_They_02_Grade_All_ReelsLanciato già a Cannes come un racconto su un transgender di 14 anni che si fa chiamare J e chiede gli si rivolga non con il lei o il lui, ma con il loro: they. Eppure questo film non è solo su J, se mai su gente oscillante tra mondi, culture, appartenenze diverse. Voto 6 e mezzo
OFF_They_04_Grade_All_ReelsDelicato fino all’elusività. Un film che mostra, lascia parlare i suoi personaggi e le cose che stan loro intorno, che naviga garbato e rispettoso, fors’anche reticente, sulla superficie di quanto racconta (racconta?). Pratica di pura osservazone, avalutativa, sempre più diffusa nel cinema autorial-indipendente di nuova generazion. Riflettendo la vocazione diffusa alla non-profondità, perché oggi scandagliare, andare giù negli abissi delle anime, non sta bene, non si fa. Oggi i tormenti interiori non si usano più signora mia, non vengono più indagati né tantomeno spiegati, se mai suggeriti attraverso i segni, gli indizi esteriori. Mica per niente la psicanalisi è in crisi e l’inconscio sembra servire ormai solo da deposito di sogni e incubi, di materiale psichico per le narrazioni horror.
They è pudico e insieme elusivo per come ci fa vedere i suoi personaggi senza dire troppo. Anzi molto tacendo e sottintendendo. Come quando per non sembrare impiccioni si preferisce non far domande troppo personali ai nostri interlocutori. Erraneamente lanciato al TFF, e prima ancora a Cannes dov’era stato dato quale special screening, come un film su un ragazzino/ragazzina di anni 14 in transizione da un genere sessuale all’altro. Invece macché, come spesso capita la sinossi è fuorviante. They (J, il ragazzo/ragazza protagonista, si rifiuta di farsi dare del lei o del lui preferendo che gli si rivolgano con il they, loro, a marcare la sua indeterminatezza e il rifiuto del proprio sesso biologico) in realtà racconta di un microcosmo di cui il giovanissimo trasngender è solo una delle figure. C’è la sorella maggiore, attrice-performer, che non si capisce bene cosa faccia davvero, e dunque esemplare perfetto di questa era del post-lavoro, o del lavoro fuffesco. C’è la madre lontana, a curare la sorella affetta da Alzheimer. C’è il ragazzo della sorella, un iraniano emigré negli Stati Uniti (il film di svolge tra Chicago e dintorni), fotografo non privo di talento, ancora indeciso se trasferirsi definitivamente in America o tenere aperta la porta a un ritorno in patria. E la gran parte di They è occupata dalla visita di lui, con la fidanzata e il fratello/sorella di lei, ai parenti, anche loro emigrati da Teheran. Tutta gente in transito. Tra i sessi, come nel caso dell’adolescente J. Ma anche, soprattutto?, tra identità e appartenenze culturali diverse. Non per niente a filmarlo è una regista iraniana della diaspora, che ha da tempo lasciato Teheran per vivere e lavorare in Nord America, e che in They imette probabilmentee qualcosa di autobiografico, la sua sospensione tra mondo di partenza e di arrivo. Il ragazzo/ragazza in transizione (sembrerebbe, dall’aspetto di tomboy, che il viaggio in atto sia dal femminile al maschile) assume, sotto controllo medico con l’approvazione dei genitori, farmaci – immagino ormoni – inibitori della pubertà. Che insomma bloccano o ritardano la maturazione dei caratteri sessuali, di quel sesso dato dalla biologia ma non percepito come proprio e da cui si vorrebbe scappare. Non è la prima volta che si parla di inibitori della pubertà in un film, stava già tutto anni fa nel documentario Becoming Chazsulla figlia di Cher diventata uomo, per la precisione nella sequenza pre-finale in cui Chastity/Chaz faceva visita a un centro per bambini transgender. Scusate, ma come si fa a dodici anni ad assumere farmaci che impediscono la maturazione sessuale? Sì, lo so, il diritto alla scelta della propria identità sessuale. Sì, lo so, viviamo ai tempi della gender culture secondo cui il genere è un’opzione, e un dato culturale, non un’imposizione biologica. Sì, so tutto, sono informato dei fatti. E però lo trovo lo stesso agghiacciante.
Notevole per naturalezza la performance di Rhys Fehrenbacher quale J, in transizione dal femminile al maschile come il suo personaggio.

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