Rcensione: HAPPY END, un film di Michael Haneke. ‘La caduta degli dei’ secondo il maestro del cinema crudele

3e789c86f5a816a6c7037630eed80dfa2d876c0a055addef8ee824020097b3d4Happy End, un film di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Toby Jones, Fantine Harduin, Laura Verlinden. 
e34bc3062418e37a89cfa55b58994beaMassacrato da critici maggori e minnori già a Cannes. Ma perché? Che sia il solito, oscuro impulso mimetico (vedi alla voce René Girard) che spinge a distruggere gli idoli? Non sarà il miglior Haneke, ma resta un suo film, ovvero di un maestro. Punto. Un ritratto di famiglia altoborghese del Nord della Francia di pubbliche virtù e vizi segreti. Con strane analogie con La caduta degli dei di Visconti, anche se là la temperatura era incandescente e qui glaciale. À la Haneke. Con la sua attrice feticcio Isabelle Huppert. E un aggancio precisissimo al precedente Amour, del quale si configura come un quasi-sequel. Voto 8
f645bd1dd630a4da96d5f37068769eceEntratoda grande favorito allo scorso Cannes e uscitone senza niente. Invece della pronosticata terza la palma, per l’austriaco e un po’ francese Michael Haneke cono arrivare le recensione negativi o malmosose. Commenti magari educati nei modi, ma nella sostanza demolitivi. È invecchiato, si ripete, ha trasformato il suo cinema in una macchina autoreplicante senza più guizzi. E però dei veri autori come lui non esistono opere minori, opere mediocri e insignificanti, se mai imperfette o inconcluse, categorie in cui si potrebbe far rientrare questo Happy End (titolo sardonicamente assai hanekiano, viste le devastazioni morali e non solo cui il film ci fa assistere). Ad aver deluso molta stampa è stata forse una costruzione narrativa meno compatta del solito, cubista, che procede per annessione di frammenti apparentemente irrelati che solo più in là si connettono in un insieme riconoscibile. E anche, ampio ricorso ai nuovi linguaggi internettiane e social-mediatici, messaggi, video e chat di cui vediamo immagini e testi ma di cui ignoriamo gli autori. Come nei video girati con smatphone collocati sui titoli di testa, che solo più tardi scopriremo essere fondamentali. Un ricorso ai linguaggi, alle retoriche new-tecnologiche che può infastidire, anche se – bisogna riconoscerlo –  son  linguaggi assai funzionali alla pratica dell’allusione, dell’ellisse, della sottrazione cosìalla Haneke. Il quale stavolta si avventura in un ritratto di famiglia infernale e in via di degenerazione, dove i molti peccati e fallimenti sono accuratamente nascosti sotto la solita patina di ipocrisia bourgeoise. Siamo nella Francia del Nord, vicino al Pas de Calais, zona dove si sono concntrati negli ultimi anni decine di migliaia di immigranti ammassati in campi non organizzati in attesa di varcare con ogni mezzo la Manica. Zone peraltro che son state le sole in tutta la Francia a far prevalere nel ballottaggio presidenziale Marine Le Pen su Macron.
Annunciato ante Cannes come un film (anche) politico sulla rigida divisione classista tra opulenta borghesia e la miseria degli arrivati da Africa, Medio e Lontano Oriente, Happy End non è niente di tutto questo. Il racconto si snoda tutto interno alla famiglia, un microcosmo rigidamente chiuso e impermeabile, i migranti appaiono in un paio di scene e sono solo un elemento di contrasto onde far risaltare le contraddizioni e nefandezze in seno alla classe borghese. Niente di più. Meno che comparse. Reagenti drammaturgici, ecco. A me Happy End ha fortemente ricordato La caduta degli dei di Luchino Visconti, stessa deboscia, stesso cannibalismo tra i componenti e le diverse generazioni del clan parentale, stessa lotta mai dichiarata ma feroce per il potere interno, stessa inesorabile decadenza economica, stessa cooptazione di un elemento estraneo (e distruttore) che si rivelerà decisivo. C’è perfino una pulsione incestuosa appena accennata ma inequivocabile tra la madre – Isabelle Huppert, chi se no? – e il figlio deviante, alcolista, tossico, imbelle e chissà cos’altro ancora. E la memoria corre subito a Ingrid Thulin e Helmut Berger. Certo, siamo in campo stilisticamente opposto a quello viscontiano. Se là il turgore del melodramma era la cifra dominante, qui si va per sottrazione, depotenziamento, prosciugamento. La vocazione hanekiana è glaciale, quella viscontiana incandescente.
Si comincia a tavola, con il patriarca Georges Laurent (un Jean-Louis Trintignant di luciferino cinismo), la figlia Anne (Isabelle Huppert), il fratello Thomas (Mathieu Kassovitz), il figlio degenere di Anne, Pierre (Franz Rogowki), la seconda moglie di Thomas, Anaïs (Laura Verlinden. I servi sono una coppia magrebina assai efficiente e di impeccabili modi antichi. Apprendiamo che il potere sociale e economico della famiglia si basa sulla loro azienda di costruzione di, chiamiamole così, grandi opere e infrastrutture vaie. Ma il crollo in un cantiere – dove il responsabile della sicurezza è l’inetto rampollo Pierre – innesca conseguenze finanziarie e legali che rischiano di mettere in ginocchio l’attività, mentre discretamente si tratta con una banca britannica. Ma sono i caratteri individuali a segnare il film: arriva ad abitare nella villa la figlia di primo letto di Thomas, una tredicenne bella e inquietante, dopo il suicidio della madre (ma le cose si riveleranno più complicate e perverse). L’inserimento nella grande famiglia non sarà facile, e non sarà facile per lei trovare la giusta distanza o vicinanza verso la seconda moglie del padre e il loro bambino poco più che neonato. Pierre, il figlio di Anne destinato a ereditare l’azienda ma riluttante, è il ribelle, il provocatore, ricordando certi figli degeneri e anarcoidi, e perfino psicopatici, del cinema italiano anni Sessanta, per dire il Lou Castel di I pugni in tasca e di Grazie zia. Alcuni video di smartphone ci mostrano all’inizio una donna non identificabile e piccoli atti di crudeltà. Di chi sono? Una chat, di cui anche qui Haneke ci mostra i testi ma non chi li sta scrivendo, ci dice di una storia clandestina e sessualmente estrema. Haneke si autocita abbondantemente, soprattutto da Il nastro bianco e da Amour, con Jean-Louis Trintignant che quasi replica il proprio personaggio, stabilendo un inquietante collegamento tra questo film e il precedente. Solo che quanto là poteva sembrare gesto d’amore, amour, qui è solo consapevolezza dell’irrimediabilità del male e satanica volontà di controllo (su di sé, sugli altri, sul proprio e loro destino). Poco ci viene detto, tutto avviene, come dice il mio amico Marco A., fuori campo, tutt’al più ne vediamo le conseguenze. E il profumo marcio dei fiori del male a impregnare tutto. Consueta messinscena translucida di Haneke che con la macchina da presa disincarna i corpi, li rende angelici e insieme demoniaci. Manca l’idea narrativa folgorante di altri film del grande viennese, l’affresco di famiglia risulta meno incisivo, e stavolta il sospetto che Haneke sia entrato nella stagione del selfie autocitazionista e del manierismo è forte. Poi però guardi e ascolti l’agghiacciante dialogo tra il nonno Trintignant e la nipote tredicenne e ogni dubbio, ogni tua riserva viene spazzata via.

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2 risposte a Rcensione: HAPPY END, un film di Michael Haneke. ‘La caduta degli dei’ secondo il maestro del cinema crudele

  1. ugo scrive:

    Mi pare che Haneke abbia perso molto della propria carica di cattiveria. Sembra un film ispirato a… ma non realizzato dall’Autore, assai stanco. I messaggini osé mi paiono davvero inutili. Lei scrive che tutti vogliono il potere ma a me sembra proprio il contrario: uno cerca da mo’ il suicidio ma non lo vuole veramente ( vedi finale), la Huppert vuole vendere l’azienda e il figlio di lei è patetico in quel finale con l’irruzione dei “neri” tanto per farci intendere che l’attualità ( anche se di striscio) è ben chiara all’Autore….bastasse quella sequenza per mettere a tacere il menefreghismo della alta borghesia, ormai interessata ai propri ombelichi….La bimba cinica è lo specchio dei genitori ma anche sulla condanna dei nuovi mezzi di comunicazione e sulle facili foto ricordo mi pare ci siano accenni molto poco graffianti.
    Film deludente che nulla aggiunge alla filmografia del venerando Haneke e che non merita, a mio modesto avviso, un voto siffatto.

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