Recensione: LOVELESS di Andrei Zvyagintsev. Il film russo che a Cannes si meritava la Palma d’oro

135693140380.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxNelyubov (Loveless) di Andrei Zvyagintsev. Con Mariana Spivak, Alexei Rozin, Matvei Novikov.
0ae2f4a96ff90abecfc1e4e537b9d657Il regista di Leviathan stavolta va a scavare nell’inferno di una coppia in via di divorzio. A pagare sarà l’innocente, il figlio Alioscia, che un certo giorno scompare. Niente a che vedere con certi filmucci psicologistici di nessun conto sulla crisi di coppia. Loveless è una meditazione intorno al male. Cinema con l’anima che si rivolge a un mondo e a uno spettatore che l’hanno persa da un pezzo. Uno dei grandi film di questo 2017. Voto 8 e mezzo
140849.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxAllo scorso Cannes gli hanno dato il premio della giuria, non proprio tra i più importanti del palmarès, ma avrebbe meritato di più, anzi il massimo, la palma d’oro andata invece al sopravvalutato svedese The Square. E però Loveless/Nelyubov si è poi rifatto di quella mezza sconfitta piazzandosi nella Top Ten del Best Films 2017 secondo la rivista inglese Sigth & Sound ed è assai ben collocato nella corsa all’Oscar al migliore film in lingua straniera (a fine mese arriverà la short list, più tardi le nomination: il nostro candidato è A Ciambra di Jonas Carpignano). Si merita molto, si merita tutto, Loveless. Uno di quei film poderosi, di un’intensità insostenibile, che vengono dal profondo russo, dall’anima slava percorsa da tormenti, forze oscure e squassanti. Annunciato fin da Cannes come il racconto di una coppia in via di divorzio i cui malumori e le cui guerre si riflettono sull’incolpevole figliolo, ha però poco a che spartire, se non superficialmente, con il modello narrativo Kramer contro Kramer. Qui non siamo dalle parti di quel cinema psicologistico che fa la gioia di assistenti sociali e terapeuti di vario tipo, e delle moltitudini di facebook con compulsione al dibattito. Loveless è uno scuotimento tellurico che tutto devasta, a partire dalle nostre buone coscienze, una sonda lanciato nel fondo dell’anima, una discesa negli abissi di quella che viene chiamata gente comune ed è gente invece spaventosamente speciale per come è abitata dal Male. Ce lo si doveva aspettare da Andrei Zvyagintsev dopo il suo precedente Leviathan, presentato 2014 e premiato con un riconoscimento minore (mi pare per la sceneggiatura), e se allora il grande russo aveva sfiorato il capolavoro, stavolta ci va anche più vicino.
Andrei Zvyagintsev presentando Loveless ha detto di essersi rifatto a Scene di un matrimonio di Ingmar Bergman, e però la spietatezza, il ricondurre il malessere a due all’interno di un orizzonte di pessimismo cosmico e irrimediabilità, il farne una lente con cui guardare al mondo come disastro e trappola infernale, mi sembrano solo suoi. Come puro Zvyagintsev è inscrivere le storie personali nella Storia che là fuori si srotola, e in Loveless sono le lotte e gli scarni dissensi dell’era putiniana prima e la guerra nel Donbass nella parte finale. Quasi a suggerire che se gli umani sono i mostri che vediamo è perché son solo particole di un insieme marcio e malato.Siamo a Mosca, una Mosca anonima, qualunque e irriconoscibile di una zona residenziale medio borghese, della nuova classe del benessere diffuso, interni arredati con mobili-design occidentali, tutti i paraphernalia digitali in bella evidenza, e là fuori altre torri che hanno sostituito nella loro ipermodernità la magniloquenza anche ingenua e decorativa delle architetture realsocialiste. Potremmo essere, a vedere i due protagonisti Boris e Zhenya, in una qualunque metropoli del mondo, stessi vestiti, stesse smanie consumeristiche, segni del benessere in bella vista a uso autorassicurativo e di esibizione di status. I due sono all’ultimissimo atto del loro matrimonio, hanno già messo in vendita la casa, lui ha un’altra (incinta), lei un altro (un tizio con figlia grande, bella casa e molti soldi). Resta Aliosha, undici anni, il figlio, dimenticato nella sua cameretta alle prese con le giocattolerie digitali e le sue turbe. Tra Boris e Zhenya è guerra, ed è lei la più aggressiva, sempre all’attacco, sempre a rinfacciare quel marito passivo e opaco, pavido e sfiggente. Che ha paura di perdere il lavoro divorziando perché la sua azienda è di certi tizi assai religiosi per i quali “c’è solo un modo di mettere fine al matrimonio: morire”. Bassa macelleria psicologica tra Boris e Zhenya, squartamenti senza pietà (la lite in macchina per la sigaretta di lei, una delle scene più atroci mai viste nei film di coppia), e il ragazzino a sentire e a guardare. Succede che un giorno il figlio scompare. Scappato, probabilmente. E comincia la caccia, com la polizia indolente e assai poco ansiosa di caricarsi sulle spalle la faccenda, e molte deleghe a gruppi di volontari militarizzato che setacciano i dintorni. Intanto il tempo peggiora, fa un freddo cane, e siamo a Mosca, mica alle Canarie. I due quasi ex sono costretti dalla scomparsa del figlio a riavvicinarsi, ma il livello di scontro salirà ulteriormente, la mattanza si farà ancora più sanguinosa. Tutti mostri in questo film, tranne l’innocente, of course, che riassume in sé decine di vittime della letteratura russa. Loveless si configura (anche) come un thriller, con un crescendo di sospensione che non ti dà respiro. Ma quel che resta del film è la sua visione cuperrima. Il Male è dappertutto, dentro e fuori le persone, ha radici antiche ma si nutre del nuovo nichilisno di massa, del rifiuto di Dio, del trionfo della società liquida anzi fusa. Zvyagintsev non si vergogna, come invece succede nel cinema europeo e americano, a confezionare un film profondamente etico, a mostrarci – indignandosi – quale possa essere il grado di mostrificazione indotto dalla cultura della prevalenza dell’Io. Il suo film è una Passione laica con molti carnefici e una vittima sacrificalea. Qui non ci sono le concitazioni di tanto cinema giovane con uso e abuso di macchina a mano, la camera è lenta quando non immobile, i personaggi dislocati con sapienza all’interno dello spazio schermico. Cinema cerebrale e costruito, che mostra orgogliosamente il proprio artificio, la propria progettualità. Non c’è traccia di naturalismo e di ogni spontaneismo-immediatismo, e nemmeno del tanto diffuso oggi neo-neorealismo. Zvyagintsev muove la macchina da presa (quando la muove), in una liturgia che ci induce tutti a interrogarci sulla colpa e la forse impossibile redenzione. E che sapienza, già vista in Leviathan, nell’usare i paesaggi per farne proiezione e estensione delle anime, e sono desolati pezzi di Russia invernale congelata, sono edifici abbandonati e ridotti a rovine della contempraneità, metafora trasparentissima di un mondo in disfacimento. Film monumentale, titanico, che usa i drammi personali non per un banale chiacchiericcio psicologistico, ma per avvertirci della presenza di quella cosa che si chiama Male. E memorabile la sequenza con la madre di lei disseccata dentro dalla vita, e forse anche dai troppi anni di comunismo. Cinema etico che crede in se stesso e nella propria missione di denunciare il male. Cinema con l’anima che si rivolge a un mondo, e a uno spettatore, che l’ha persa da un pezzo.

 

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5 risposte a Recensione: LOVELESS di Andrei Zvyagintsev. Il film russo che a Cannes si meritava la Palma d’oro

  1. Bea scrive:

    Bella recensione, lo andrò a vedere! Grazie

  2. tony capponi scrive:

    Cinema con l’anima che si rivolge a un mondo, e a uno spettatore, che l’ha persa da un pezzo…leggerti ogni giorno
    è già una fantastica prima visione .Grazie

  3. ugo scrive:

    D’accordo su tutto. Grande film, raggelato specchio dell’egoismo non solo russo ma dell’uomo d’oggi. Piani sequenza che nel proprio immobilismo trovano forza devastante a descrivere un mondo che non ha più niente da dire anche se la freddezza ma anche la determinazione con cui i ricercatori provano a ritrovare Aliosha sembra ancora illustrare un barlume di interesse per i deboli.
    Quel filo appeso all’albero, testimone del prima e del dopo, è emozionante, immerso nella natura muta spettatrice del “niente” umano.
    Un film che si stacca dagli altri in questi primi 4 mesi si stagione e rispetto a happy end di Haneke di gran lunga meritevole di un voto superiore.
    Grazie al recensore. Bravissimo!!!

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