Film recensione: ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS di Kenneth Branagh. Balorda versione del classicissimo di Agatha Christie

287724.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxAssassinio sull’Orient Express, un film di Kenneth Branagh. Con Kenneth Branagh, Judi Dench, Johny Depp, Michelle Pfeiffer, Penelope Cruz, Olivia Colman, Willem Dafoe, Derek Jacobi, Sergei Polunin, Josh Gad.
177229.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxUn inutile e anche imbarazzante prologo a Gerusalemme. Linea narrativa confusa e personaggi ridotti a un’inconsistenza da ectoplasmi (vogliamo parlare della missionaria di Penelope Cruz o della granduchessa di Judi Dench?). La nuova versione del classico di Agatha Christie delude e fa rimpiangere il mitologico film del 1974 di Sidney Lumet. Si salvano il Branagh attore (meno il regista) e Michelle Pfeiffer. Voto 4 e mezzo
287099.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxMediocre. Mai all’altezza del romanzo di Agatha Christie da cui discende e nemmeno della meravigliosa cineversione che ne diede Sidney Lumet nei primi anni Settanta. Là – intendo romanzo e film – tutto funzionava e continua a funzionare come un congegno ad alta precisione e di sublime fattura artigianale, qui l’opulenza dei mezzi a disposizione e l’inutile sfoggio di effettacci speciali (quella orrenda slavina in CGI!) finiscono solo con l’appesantire e ingolfare una narrazione già confusa di suo (non sia lode allo sceneggiatore Michael Green). Vien voglia di rivedere, e fa niente se è la sesta o settima volta, Lumet, dove non c’è un fotogramma sprecato, non una battuta più del necessario, tutto asciutto e geometricamente costruito, e uno spazio narrativo suddiviso tra i vari personaggi come in un precisissimo manuale Cencelli del bravo sceneggiatore: a ognuno, anche ai caratteri minori e laterali (e son tanti), il suo assolo, il suo acuto, il suo numero sotto i riflettori. Tant’è che la Ingrid Bergman missionaria balbuziente si portò a casa con il suo cameo da due minuti l’Oscar come best supporting actress. Paragonare quella Bergman in quell’Assassinio sull’Orient Express anno 1974 con Penelope Cruz cui tocca lo stesso personaggio nella nuova versione, vuol dire misurare l’abissale differenza di qualità tra i due film. Una Cruz cui spettano quattro anonime battute e poi più niente, zero, che tanto valeva non scritturarla. Lo stesso destino tocca a altri quattro o cinque caratteri, alterando il delicato equilibrio drammaturgico dell’originale. Oltretutto Kenneth Branagh regista, e non è solo colpa sua, è costretto dallo spirito del tempo, dei nostri tempi, a immettere dosi improprie di action e spettacolarità per non annoiare il pubblico d’oggidì con la macchina puramente verbale di A. Christie. Di fronte a operazione tanto stolida vien da chiedere: ma chi ve l’ha fatto fare? E però sono io a avere torto marcio, visto che i numeri hanno premiato chi ha avuto la balorda idea di riesumare e, purtroppo, qua e là risistemare. Buoni, anche se non travolgenti, gli incassi in Nord America, ottimi nel resto del mondo, e più che ottimi in Italia, dove Assassinio sull’Orient Express è in testa al box office da quando è uscito con oltre 4 milioni già accumulati (e lo sfruttamento continua). Arrendiamoci: operazione andata a buon fine in dollari e soprattutto in euro e valute asiatiche, sicché è probabile che il follow-up Assassinio sul Nilo surrettiziamente annunciato da Poirot/Branagh nella scena finale sarà presto messo in produzione.
Assassinio sull’Orient Express: storia nota, e finale pure (tranquilli: niente spoiler, quei quattro che ancora non lo conoscono non si preoccupino). Metà degli anni Trenta. Sul Simplon (sta per Sempione) Orient Express in partenza da Istanbul, stazione di Sirkeci sulla sponda europea, salgono – insieme all’ispettore belga, ma da tutti creduto francese con grande suo scorno, Hercule Poirot – passeggeri di plurime nazionalità e quasi tutti ad alta gradazione sociale, un campione di umanità che va da una granduchessa russa scacciata dalla Rivoluzione a un’umile e devota missionaria, da un misterioso quanto losco uomo d’affari americano al suo (apparentemente) fedele segretario-tuttofare. Sarà lui, il losco businessman John Ratchett, a essere trovato cadavere nella sua cabina, sconciato da una serie di pugnalate inferte con la stessa lama ma inconguamente diverse per profondità, direzione, forza impressa (e comunque l’ostensione del corpo martoriato, macellato e insanguinato, in omaggio ai gusti horror-granguignoleschi delle platee attuali, non è proprio in linea con lo stile Agatha Christie).
Il sagace Poirot non ci impiega molto a scoprire come dietro l’equivoco trafficante di tappeti e altre cose d’Oriente si nascondesse il gangster John Cassett, responsabile di uno dei più efferati casi di cronaca nera d’America, il rapimento e l’uccisione di Daisy, figlia bambina di un famoso aviatore. Facile dedurne come a ispirare Agatha Christie fosse stato il rapimento di qualche anno prima di Baby Lindbergh. Il resto è però pura invenzione della madama britannica del giallo, e resta ancora oggi un prodigio romanzesco. Il treno intanto è rimasto bloccato causa slavina in un punto remoto dei Balcani, impossibile raggiungere la più vicina stazione che porta il sinistro nome, un filo draculesco, di Brod. E dunque in attesa che arrivino i soccorsi, che il treno venga liberato, la locomotrice rimessa sui binari e le locali autorità facciano luce sull’omicidio, tocca a Poirot indagare e dipanare il groviglio, e lo farà con l’acume che lo ha reso celebre. La prima ipotesi è che qualcuno dall’esterno si sia introdotto sul treno bloccato e abbia ucciso Ratchett, per rapina o regolamento di conti. Ma Poirot la scarta subito, intuendo che l’assassino non è venuto da fuori ma sta lì dentro, tra i passeggeri delle carrozze più lussuose dell’Orient Express. Quel che segue è da scoprire al cinema, sempre che non si sia letto il libro o vista la versione di Lumet da cui questa si discosta solo per dettagli poco significativi ai fini del racconto.
Assolutamente balordo (e gratuito) è il prologo, a denunciare subito l’insensatezza di questa trasposizione. Prologo pressoché abolito da Lumet (che se ricordo bene cominciava il suo film con la partenza da Istanbul), ambientato ad Aleppo nel romanzo di Agatha Christie, qui invece chissà perché spostato e inventato ex novo a Gerusalemme, ai tempi del mandato britannico nell’allora chiamata Palestina (non esisteva lo stato d’Israele, non esistevano contenziosi sulla città capitale). Un incipit che è tra le cose più sciagurate viste al cinema da un bel po’ di tempo in qua. Con un Poirot ossessionato dall’ordine e dalla simmetria (le due uova servitegli a colazione devono essere della stessa altezza una volta sistemati nel portauovo, sennò son rimandate sdegnosamente indietro) e subito coinvolto malgré lui in un caso di furto in cui a essere sospettati sono tre rappresentanti delle religioni monoteiste – ebraismo, cristianesimo, Islam. Peraltro tutti poi scagionati grazie a Poirot. Ora, vi pare il caso di tirare in ballo con tanta leggerezza (e incoscienza) la questione ultrasensibile della Gerusalemme città santa per le tre religioni? Dove ogni pietra è rivendicata dall’una o dall’altra parte o dall’altra ancora? Con quella sequenza ignobile del rabbino, del prete, dell’imam allineati come sospetti davanti alla folla e alla folla quasi gettati in pasto? Già un film che comincia così ti maldispone, e ti fa dubitare del buonsenso degli autori, quel che segue non migliora la percezione. Kenneth Branagh ha però almeno il merito, come attore, di de-macchiettizzare il suo Hercule Poirot. Che ha sì quei moustaches impossibili, ma non la testa oltraggiosamente tinta di improbabile nero corvino, ha sì un accento francese, anzi belga, ma non ridicolo, non da pupazzone parodistico. Va peggio con il plot, già parecchio complicato di suo anche in Agatha Christie, che qui si fa oscuro o proprio incomprensibile in certi snodi cruciali (la misteriosa figura avvolta in un kimono ad esempio). Quanto ai personaggi, sono tutti male incastrati nell’architettura del racconto e malissimo presentati allo spettatore, e chi ha troppo spazio e chi niente. Non solo la missionaria di Penelope Cruz è un ectoplasma, anche la granduchessa – una sprecatissima Judi Dench – e la sua governante non le si vede quasi. Che dire poi dell’idea balorda, anche più dell’infelice prologo a Gerusalemme, di spostare l’interrogatorio collettivo finale con disvelamento della verità dal vagone ristorante, com’era in Christie e Lumet, all’imbocco della galleria? Con quel freddo. Con granduchesse e signore in età a soffrire nonostante le preziose pellicce. Certo dà l’occasione a Branagh di schierare i sospetti come gli apostoli intorno al Cristo nella Cena leonardesca, ma vi pare possa essere una giustificazione? (rifare L’ultima cena è ossessione ricorrente al cinema, un paio di anni fa ci cascò in Inherent Vice anche quel genio di Paul Thomas Anderson). Stendo un velo – tanto la cosa si commenta da sé – sull’aver trasformato, in omaggio alla correttezza politica, il personaggio del colonnello Sean Connery della versione Lumet in un medico militare black. Ma era proprio necessario?, che poi per giustificare come un nero potesse a inizio Novecento accedere all’università van via minuti di inutili spieghe. Con scrupolo da filologi del cinema, Assassinio sull’Orient Express è stato girato in pellicola formato gigante 70 millimetri, esattamente come Dunkirk (anzi Branagh ha usato le stesse cineprese dell’amico Nolan). Ma anche qui: era proprio il caso? Quando l’ho visto all’Arcadia di Melzo, tra le poche sale in Italia a proiettare in 70 mm, mi ha perfino urtato, su tanta vastità schermica, la mediocrità visuale impressa da Branagh. Nemmeno i paesaggi di neve e ghiacci sono maestosi come si vorrebbe. E si nota fin troppo che sono Balcani immaginari, anzi finti (ma quando mai si son visti da quelle parti simili picchi e simili abissi da Himalaya?), temo fortemente ritoccati in digitale. Compresa la slavina. Quanto al ponte-traliccio, scelto per aumentare il tasso di suspense – cadrà o non cadrò il treno nel burrone? – e immettere un po’ di finta azione, niente di più improbabile nei paesaggi europei. Quando poi Poirot – dico Poirot! – resta coinvolto in un scontro fisico con pistola vien da urlare alla blasfemia. Più James Bond in Dalla Russia con amore che Agatha Christie. L’orrore! L’orrore!

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