Recensione: DETROIT, un film di Kathryn Bigelow. Uno dei migliori, e più sottovalutati, dell’anno

2216254.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxUDP_01999.ARWDetroit, regia di Kathryn Bigelow. Sceneggiatura di Mark Boal. Con John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie, Hannah Murray.
UDP_04534.CR2Parte come affresco della rivolta black nella Detroit del 1967, si trasforma in un claustrofobico horror con un gruppo di neri tenuti in ostaggio da un poliziotto psicopatico. Più vicino a Funny Games di Haneke che al classico cinema di denuncia (anche se lo stile convulso di Bigelow è agli antipodi dei gelidi ritualismi dell’austriaco). Film necessario, e non si capisce come il pubblico, in America e in Italia, lo abbia rifiutato. Se ve lo siete perso, recuperatelo. Voto 8+
177967.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxUno dei più clamorosi tonfi del 2017. Incassi mediocri sul mercato nordamericano, quello che conta davvero e fa tornare, o non tornare, i conti, soli 21 milioni incamerati a fronte dei 34 spesi (altrettanto disastroso il box office nel resto del mondo). I Golden Globes – quest’anno anche peggio del solito in fatto di nomination, davvero un premio in caduta libera di credibilità: ben tre al tremendo musical The Greatest Showman, per dire, e perfino la Hellen Mirren dell’inguardabile The Leisure Seeker di Virzì candidata quale migliore attrice categoria comedy-musical – lo hanno ignorato, piallato via senza pietà, e lo stesso potrebbe capitare con gli Oscar. L’aver dimenticato Kathryn Bigelow nelle varie cinquine per il migliore regista è, per chi ama il cinema, sconfortante. Bigelow, la più testosteronica delle signore dietro la macchina da presa, la meno sussiegosa, la meno flaccidamente sentimental-femminea, la più spiccia e tosta, anche la più tecnicamente attrezzata. Dopo i magnifici The Hurt Locker (sacrosanto Oscar) e Zero Dark Thirty, con questo Detroit chiude una trilogia che possiamo dire di indagine sulla storia recente e quasi-recente americana, sui conflitti interni ed esterni al paese che ancora e nonostante tutto è leader mondiale. Trilogia condotta con rabbia e sdegno civile mai smanceroso e virtuosamente corretto che l’ha proiettata in alto nel ranking dei bravi registi, grazie anche alle sceneggiature del già giornalista (e si sente e si vede) Mark Boal. Stavolta, sull’onda della blackitudine riscoperta dal cinema hollywoodiano e indipendente negli ultimi anni, una vera black renaissance, Bigelow va a ricostruire una controversa e ancora bruciante vicenda – ancora: perché la questione dei neri uccisi o percossi da agenti di polizia bianco-caucasici solitamente maschi continua a frantumare le coscienze nordamericane con casi sempre nuovi – inscritta nei riots scoppiati nei quartieri afro di Detroit nel lontano, ma non così remoto, 1967. Qualche polemicuzza negli U.S.A. per via che, secondo gli integralisti – ce ne sono sempre da ogni parte e per ogni causa – solo un nero avrebbe il diritto di raccontare le sofferenze dei neri e i soprusi subiti e le oppressioni e le ingiustizie. Grazie a Dio la non-afroamericana Kathryn Bigelow non si è fatta problemi di siffatto tipo, e ci ha consegnato con tutta la frenesia di cui la sua cinepresa è capace (una cinepresa qui riconvertità alla mobilità assoluta e al quasi-stalkeraggio dei personaggi), un film che resterà e potrebbe diventare un paradigma di narrazione di simili avvenimenti per ogni futuro autore, non solo cinematografico. Certo ci si aspettava – l’ha acutamente rilevato un recensore americano, anche se non ricordo quale: sorry – che dopo The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, film su larga scala, film-affresco con dentro l’intenzione e l’ambizione di contenere l’intera catena di eventi che fanno una storia e la Storia, anche stavolta Bigelow replicasse il modello. Che raccontasse con sguardo totale, in una visione panottica, e con toni epici quella guerra civile che per giorni bruciò una città e oppose black a white, ribelli di strada a istituzioni preposte all’ordine pubblico, polizia ed esercito schierati a combattere marciapiede dopo marciapiede, casa dopo casa. Detroit come l’Iraq di The Hurt Locker. Come lo scacchiere su cui si gioca la partita contro Bin Laden in Zero Dark Thirty. Invece no, Bigelow stavolta cambia scala e formato. E azzardo sia questa la ragione per cui il film non ha convinto recensori e pubblico. Bigelow tradisce le attese (le mie comprese, ovvio) di chi aveva amato i suoi due precedenti lavori, e solo nella prima parte di Detroit si mantiene su quella scia: quando ricostruisce la scintilla della rivolta e il suo veloce propagarsi a incendio, in una sovreccitazione che fa perdere la testa a un quartiere, a più quartieri, a un tessuto urbano. A ribelli e a istituzioni. Fino a qui siamo ancora in una forma-cinema di affresco multifocale, tragitti e traiettorie individuali che si intersecano e si saldano in un insieme, ed è parte magnificamente girata. Poi, con una scelta che è di progetto e sceggiatura ancora prima che di regia, dal macro si ritorna al micro, dai panorami urbani di battaglia a un interno. L’interno di un motel, l’Algiers, dove un giovane poliziotto bianco intossicato da un razzismo neanche tanto inconscio e idee e pulsioni nazi-suprematiste tiene in ostaggio, progioniero, un gruppo di neri, più due ragazze bianche che a loro si sono accompagnate (prostitute o solo ragazze che volevano divertirsi senza farsi problemi coloristici?). Detroit si restringe su di loro, si fa cronaca nerissima di un sadico che, plagiando i suoi compagni poliziotti, si trasforma in carnefice e assassino dei suoi prigionieri. Tre cadaveri furono rinvenuti all’Algiers Motel, e il processo che ne seguì – in parte ricostruito nel film – non chiarì i fatti, anzi lasciò che si addensassero parecchie nebbie a coprire atrocità e responsabili. Nemmeno cronisti e storici che si sono misurati successivamente con quegli eventi ci hanno consegnato una ricostruzione condivisa. Alcune zone restano oscure, e però quello che Kathryn Bigelow e il suo sceneggiatore Matk Boal ci raccontano sembra davvero prossimo alla verità, anche se mancano la certificazione e l’avallo di un’inchiesta ufficiale, di una sentenza. A ciascuno la sua opinione sui fatti e misfatti dell’Algiers. Per quanto mi riguarda, dico sì alla versione Bigelow-Boal, convincente e coerente. L’inatteso di Detroit sta in questo repentino passaggio dal grande al piccolo, dalla guerra urbana all’osservazione di un inferno di pochi metri quadri dove si riproducono le aberrazioni e le pulsioni, le perversioni e le dinamiche dell’universo concentrazionario. Nel gioco sadico tra carnefici e vittime designate, e senza via di scampo, pare di divedere il Michael Haneke più radicale, quello di Funny Games. Ma, diversamente da Haneke, Bigelow trasforma la trappola per innocenti predisposta dall’agente psicopatico in un sovreccitato action dei corpi e delle anime, in una convulsione di istinti omicidi e, specularmente, di paure. La sua non è una gelida cerimonia sadiana, ma, ancora una volta e come sempre nel suo cinema, pura lotta. Scontro fisico-psichico. Colluttazione adrenalinica. Esplosione in mille brandelli sanguinolenti della normalità. Qualche robusto sospetto di pornografia della violenza lo si ha in corso di visione, ma lo si scaccia subito per lasciarsi soggiogare – diventando complici della Bigelow e della sua visione muscolare di cinema – e travolgere dalla macchina orrorifica da lei pilotata. Il film di denuncia si trasmuta in insostenibile viaggio nel terrore, e anche questa de-politicizzazine della forma narrativa deve aver spiazzato e sconcertato critica e pubblico. E però, quanti registi oggi sarebbero capaci di switchare con uguale disinvoltura e perizia dalla celebrazione della Motown con quei meravigliosi show lustrinati di squisitissima soul music all’implacabile fenomenologia della tortura e della sopraffazione in una stanza chiusa? Il personaggio di gran lunga più interessante è il vigilante nero, sinceramemte democratico e migliorista alla Martin Luther King, che si illude di poter tenere testa al poliziotto pervertito. Non ce la farà, e lo smacco non sarà soltanto suo ma di un’intera generazione di neri cresciuti e forgiati nella lotta pacifica per i diritti civili (lo interpreta John Boyega, il bravo soldato Finn di Star Wars VII e VIII). Gran film, tra i più sottovalutati e oscurati del 2017 – oscurati non dalla distribuzione, non dal sistema-cinema, non da chissà quale censura di mercato, ma, ed è ancora più sconfortante, dalla decisione del pubblico di non andarci. Se non l’avete visto e ancora lo danno dalle vostre parti (a Milano lo programma il Beltrade), correte. Non sarà spettacolo natalizio, ma un utile antidoto ai sovradosaggi saccarinici di Wonder (dignitoso) o di The Greatest Showman (pessimo) sì.

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Una risposta a Recensione: DETROIT, un film di Kathryn Bigelow. Uno dei migliori, e più sottovalutati, dell’anno

  1. Claudio Persichella scrive:

    Concordo in pieno.
    Un film che attraverso il filtro dello spaccato sociale di una rivolta offre uno sguardo agghiacciante sul lato oscuro degli esseri umani. Che dominano o sono dominati dall’arbitrio del male.
    Grandissima regista la Bigelow (ma già lo si sapeva) sia nel mettere in scena che nel dirigere gli attori.
    Sono contento che lei ne abbia parlato.
    Per la cronaca a Roma, in sala c’erano quattro persone in tutto a uno spettacolo serale.

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