Classifica: i migliori film italiani del 2017 (secondo me)

Come se la passa il nostro cinema? Se il box office langue – gli incassi nel 2017 dei film italiani, anche per via dell’assenza di Zalone, sono regrediti rispetto all’anno prima -, arrivano invece robusti segnali di vitalità dal cinema di margine, indipendente, da film piccoli ma non minori che nonostante le difficoltà distributive cercano un loro pubblico e qualche volta lo trovano. Titoli magari più conosciuti e stimati all’estero che in Italia (è il caso dei tre proiettati alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2017, A Ciambra, L’intrusa e Cuori puri). Un nuovo cinema italiano, benché sottotraccia e quasi clandestino, c’è, esiste, sta crescendo, solo che bisogna crederci, e andarlo a scovare. Molte buone cose sono uscite nel 2017 da questo laboratorio lontano dai centri tradizionali della produzione, buone e opposte alla monocoltura ossessiva della commedia. Ne trovate un bel po’ disseminate in questa classifica del meglio italiano dell’anno (partenza dalla posizione numero 22. Nota: nella lista non compaiono film di sicuro interessanti, ma che non sono riuscito a vedere come Happy Winter, Riccardo va all’inferno, L’ordine delle cose e altri che, semplicemente, non mi sono piaciuti come Ammore e malavita).

22) Una questione privata di Paolo e Vittorio Taviani
I Taviani questo film da un classico di Beppe Fenoglio avrebbero dovuto  girarlo negli anni Sessanta, mica oggi che la mitologia resistenziale si è di parecchio stinta. Eppure, nella sua inattualità (chi mai oggi pratica un simile cinema civile, di impegno, con il suo senso altoautoriale della forma e della messinscena, con la sua retorica engagée), Una questione privata riesce ancora a parlarci. Forse perché, più che una resistenza combattente, racconta passioni contorte. Lui che ama lei che ama l’altro. E quando lui scopre che lei ha amato l’altro si mette sulle sue tracce per interrogarla. Per sapere. Per farsi dire e magari farsi ferire. O per ferire. Un’indeterminatezza che rende come sospeso il film e lo carica di un’ambiguità che va oltre le certezze ideologiche. Si attraversano colline, campi, villaggi devastati dalla guerra, tra piccoli eroismi e grandi viltà, tra lealtà e tradimenti. Peccato che i paesaggi non siano più quelli, che gli attori, le loro facce, i loro corpi, le loro stesse posture, siano inattendibili, incapaci di ricreare quel mondo e quel tempo. Però, quando i Taviani ritornano se stessi, ecco immagini abbaglianti e difficili da dimenticare. Firma la regia il solo Paolo, ma il film è anche di Vittorio, coautore della sceneggiatura.

21) The Place di Paolo Genovese
Ora, i limiti di questo film pretenziossimo sono evidenti. Dialoghi sentenziosi, toni da parabola esemplare su Bene e Male che neanche Bergman, e la storia difficile da digerire di un mefistofelico signore seduto in fondo a un bar accanto a un juke-box, ma forse è proprio il diavolo in persona, che promette a uomini e donne e ragazzi la soluzione dei problemi che li assillano in cambio di una loro mala azione. Sicché il film filosofeggia ponendosi e ponendoci interrogativi pesanti come macigni e spessi come catrame: che faresti se a te facessero analoga proposta? Eppure il film ha una sua nobiltà, si porta addosso il segno di una scommessa forte. A Paolo Genovese va riconosciuto di aver tentato, dopo l’enorme successo del film precedente, una strada impervia senza replicare pigramente il già fatto, anzi ponendovisi in netta opposizione. Alcune storie e alcuni personaggi funzionano, in primis la monaca di Alba Rohrwacher con il suo amore cieco. Ii pubblico, pur perplesso e stranito nel trovarsi di fronte un oggetto inatteso da parte dell’autore di Perfetti sconosciuti, non si è tirato indietro versando al box office più di 5 milioni.

20) La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi
Distrutto dall’underground critique più pura e intransigente quale esempio malriuscito di cinema di genere, questo esordio del thrillerista Donato Carrisi dietro la mdp è invece buono. E il pubblico se n’è accorto premiandolo con oltre 3 milioni al box office. In un cupo villaggio alpino sparisce una ragazzina. Subito si trova il capro espiatorio, un professorino arrivato lì di recente da chissà dove. Robusti i riferimenti al caso Yara Gambirasio e al ruolo ambiguamente giocato dai media, ed è ottima la costruzione dell’intrigo con i suoi incalzanti twist e controtwist. Clima poco italico, se mai echi di vizi e perversioni occulte alla Dürrenmatt e del cinema espressionista tedesco. Toni Servillo servilleggia, certo, però il suo personaggio di detective posseduto dai demoni non è mica così convenzionale.

19) L’assoluto presente di Fabio Martina
Curioso che nel 2017 il cinema italiano indipendente sia andato a raccontare le derive criminali di ragazzi sbandati e senza causa. Casi di anomia e patologia sociale in cui si ruba, si ferisce, si ammazza senza un vero perché. Gli asteroidi, in concorso a Locarno, ci ha mostrato una banda della provincia emiliana e i suoi misfatti, senza però mai essere all’altezza delle ambizioni degli autori (e delle nostre aspettative). Ancora peggio è andata con l’imbarazzante Blue Kids, mandato alla sbaraglio nel concorso del Torino Film Festival. Sicché, a conti fatti, il meglio del gruppo risulta essere questa piccolissima produzione milanese con la regia di Fabio Martina. Tre amici, diversi per estrazione sociale ma solidali nella ricerca dello scuotimento emozionale, dell’atto bruciante, del botto psichico, seguono una notte in macchina un ragazzo probabilmente gay e lo massacrano. Martina scompone e distrugge, in una sorta di cubismo narrativo, la linearità dei fatti, in un gioco rischioso e riuscito. Certe svolte non sono granché giustificate in sede di sceneggiatura, le incongruenze sono oltre la dose minima consentita, l’alleanza tra i tre protagonisti improbabile. Ma il quadro livido di una Milano atona, e stolidamente amorale – un’amoralità di massa ormai -, convince e fa star male.

18) Cuori puri di Roberto De Paolis
Uno dei tre italiani della Quinzaine di Cannes (gli altri erano A Ciambra e L’intrusa). Anche se non è quella gran rivelazione salutata da tanta critica italiana istituzionale, resta un discreto esordio per Roberto De Paolis. Anime e vite di periferia romana, con strana attrazione tra un lui e una lei che più opposti non potrebbero essere. Lui ragazzo ai margini dell’illegalità e sempre a rischio di caderci dentro, lei perbenissimo, figlia di una madre cattolica ultrapraticante e parecchio sessuofobica. Il quadro, pur tra i molti cliché, funziona. E però dà fastidio l’equazione vetusta, da anticlericalismo e mangiapretismo anni Settanta, fede cristiana=repressione sessuale, ed è questa visione così ossificata e ideologica il limite di Cuori puri.

17) Caccia al tesoro di Carlo e Enrico Vanzina
I Vanzina sono dei maestri, altroché. I veri eredi della grande commedia all’italiana, anche geneticamente, per via di papà Steno. Caccia al tesoro è un incanto. Sublimata la volgarità (ma lo era davvero?) dei loro film anni Ottanta, delle loro Vacanze in America ecc., qui i Vanzina Brothers stupiscono per leggerezza. Andando a raccontarci di una scombinata banda di napoletani e romani – l’archetipo è sempre quello dei Soliti ignoti – che cerca di rubare il tesoro di San Gennaro in trasferta e in mostra a Torino (così si fruisce dei servigi offerti dalla debordante Piemonte Film Commission). Ricorda qualcosa? Come no, Operazione San Gennaro di Dino Risi, cui i Vanzina si rifanno esplicitamente. Io ne sono rimasto sedotto, nessuno oggi ha il loro tocco, la loro grazia. Salemme, Buccirosso, e Max Tortora a rifare devotamente le rodomontate di Gassman e i modi di Sordi.

16) I figli della notte di Andrea De Sica
Continua la cinedynasty dei De Sica, e continua bene. Figlio di Manuel, nipote dell’immenso Vittorio, Andrea De Sica realizza un film rigoroso e assai poco italiano – perché non vernacolare, non piccino nelle intenzioni e nelle ambizioni, perché di linguaggi e climi mitteleuropei – andando a raccontare di due ragazzi chiusi in un severo e alquanto ambiguo e losco collegio per ricchi rampolli in Svizzera. Racconto di formazioni, non senza venature psycho-horror. Esordio parecchio interessante.

15) Omicidio all’italiana di Maccio Capatonda
La faccia  cattiva e smagata della solitamente troppo caruccia new comedy italiana. Capatonda mette in scena una galleria di vecchi e nuovi mostri, attraverso un finto delitto, inventato per attirare l’attenzione su uno sperduto villaggio appenninico-centroitaliano. Si scateneranno il voyeurismo di massa e la nuova, incoercibile volgarità. Un grottesco che a tratti ricorda certo nostro cinema remoto, quello di Germi, Zampa, del Dino Risi meno conciliato, di Marco Ferreri. Capatonda, un unicum da preservare.

14) L’ultima popstar di Claudio Casazza, Carlo Prevosti, Stefano Zoja
L’ultima popstar è Papa Francesco, in grado di attirare più folle di un Vasco o di un Jovanotti. Come testimonia questo – per niente convenzionale e genuflesso – docu milanese. L’occasione è l’incontro tra il pontefice in carica e il suo popolo nel parco di Monza, addì 25 marzo 2017. Ma se vi aspettate di vedere-sentire l’icona Francesco vi sbagliate. Gli autori optano per uno sguardo laterale, e, letteralmente, dal basso. Andando a riprendere la ‘ggente’ che si ammassa sotto il palco aspettando che si palesi la star. Facce e corpi di ogni età, ordinatamene incolonnati e direzionati verso i settori previsti e preposti. Le macchine da presa osservano, registrano fattualmente, fenomenicamente. Non ci sono commenti, nessuna voce fuori campo. Zero interviste. E Francesco non lo si vede, il film si situa tutto nel tempo e nel luogo dell’attesa, nel prima dell’evento. E quando appare sullo schermo gigante che sovrasta il raduno l’immagine tremolante della papa-mobile il film bruscamente finisce. Sofisticato approccio, formalmente e linguisticamente in linea con i nuovi tragitti del documentarismo internazionale.

13) Tito e gli alieni di Paola Randi
Piccola grande scoperta del recente Torino Film Festival. Da qualche parte del deserto (mi pare) del Nevada uno scienziato italiano un filo fuori di testa (è Mastandrea) cerca di mettersi in contato con gli alieni. Lo raggiungono da Napoli nello strano accampamento in quel nulla i due nipoti, rimasti orfani dopo la morte del padre. L’esplorazione cosmica si fa romanzo familiare e indagine dell’inconscio, e mélo. Stavolta un (una) regista venuto(a) dall’Italia riesce, diversamente da autori più conclamati (vedi alle voci Sorrentino e Virzì), a girare un film credibile e bello in America, e in gran parte in inglese.

12) Sole cuore amore di Daniele Vicari
Isabella Ragonese nella miglior interpretazione femminile dell’anno quale povera donna cardiopatica malmaritata a un fanigottone, e con troppi figlioli a carico. Deve alzarsi alle quattro (di mattina) per raggiungere il bar dove lavora, ed è un lavoraccio con un padrone aguzzino. Cronaca meticolosa quasi dardenniana di una vita da ultimi nella scala sociale, e però senza piagnistei. Daniele Vicari azzecca parecchio, sbanda più di una volta (superflua la trama parallela della vicina di casa), ma si porta vittoriosamente a casa un film in grado di spiegarci un qualcosa del nuovo proletariato e sottoproletariato. E senza straccionismi fuori tempo massimo. Uno dei più sottovalutati del 2017.
11) Hannah
di Andrea Pallaoro

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Girato a Bruxelles in francese da un regista italiano residente da anni negli Stati Uniti. Si potrà dirlo film italiano? Facciamo finta di sì. Pur con i suoi limiti evidenti (anoressia espressiva, latitanza di una narrazione), resta il meglio dei quattro nostri in concorso a Venezia 2017. Una donna sola, messa ai margini, ridotta a paria. Si capirà nel lento svolgersi dei fatti il perché, e cosa abbia distrutto la sua esistenza e quella del marito ora in carcere. Zone di abulia si alternano ad altre che, nella loro ritrosia  ed economia espressiva, ricordano il più austero Antonioni. Poi c’è Charlotte Rampling, enorme, giustamente premiata a Venezia con la Coppi Volpi.

10) Smetto quando voglio: Ad Honorem di Sydney Sibilia

Smetto quando voglio – Saga, regia di Sydney Sibilia, direzione della fotografia V. Radovic
Settembre – Ottobre 2016

Terzo episodio del franchise fondato da Sydney Sibilia, anche qui dietro la macchina da presa. E anche qui la macchina del divertimento funziona. Ormai dispersa in varie carceri, la banda dei delinquenti sapienti (tutti laureati e iperculturalizzati, ma senza lavoro per via di precariato, crisi ecc.) riesce però a riunirsi a Rebibbia. Obiettivo, stavolta, non quello di fare i soldi ma di fermare un ex professore riciclatosi in mad doctor terrorista. Felice incrocio di più generi, e confezione sgargiante e ultrapop. Anche stavolta tutta la compagnia degli attori funziona. Citazione speciale per Peppe Barra direttore del carcere.

9) Lorello e Brunello di Jacopo Quadri
Menzione speciale al recente Torino Film Festival. Due gemelli della bassa Maremma, tra i 50 e i 60, e il loro lavoro nei campi e con gli animali. Cinema del reale, di pura osservazione, con alla macchina da presa uno dei nostri migliori editor, Jacopo Quadri. Che qui dimostra anche di essere regista per niente qualunque. Viaggio, in questi di tempi di lavoro inesistente e/o immateriale, nella fatica. Quella che ti spezza la schiena e ti fa sudare. Proiettatelo nelle scuole, please. Portateci le riluttanti scolaresche.

8) Easy, un viaggio facile facile di Andrea Magnani
Cinema indipendente, e però di solidissimi impianto e professionalità, di un autore che si divide tra Italia e New York (ma, se ho ben capito, più là che qua). Easy è decollato al festival di Locarno, dove è piaciuto parecchio al pubblicco, per poi circuitare nelle sale italiane in cui ancora si celebra il rito del cinema di qualità. Easy come Isidoro, un ragazzone torpido e apparentemente sconnesso dal mondo. Che dal fratello furbastro riceve l’incarico di riportare in patria (in macchina) il corpo di un operaio ucraino morto  in un suo cantiere. Road movie tra avventure e stupori. In un’Europa orientale dall’eterna ferocia sottopelle e di sempiterna desolazione post-sovietica. Sarà per Easy un nuovo viaggo di formazione, una seconda nascita al mondo. Meraviglioso Mimmo Noceella, in una delle interpetazioni maschili dell’anno.

7) La tenerezza di Gianni Amelio
Ho il cruccio di non averlo mai recensito, io che amo Amelio e il suo cinema pudico, rigoroso e così umano: mai troppo umano in tempi di nichilismo come questi. Due famiglie messe a confronto e a contatto dalla contiguità abitativa in un meraviglioso palazzo delabré della Napoli più fonda e pulsionale. Un burbero avvocato in pensione e i suoi figli non così risolti, un giovane ingegnere venuto dal Nord con la moglie e i bambini. Finché qualcosa succederà a minare vite e già precari equilibri. Melodramma trattenuto e imploso, e però percorso da squassanti forze sotterranee. Con il padre-patriarca di Renato Carpinteri giustamente premiato di molti premi lungo l’appena trascorso 2017. Ritorno di Giovanna Mezzogiorno, adesso al cinema con l’ultracamp Napoli velata di Ozpetek, gran successo del box office post-natalizio.

6) Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli
Vincitore a sorpresa della sezione Orizzonti, la seconda nel ranking veneziano. E non immeritatamente. Sulla carta sembrava una disperata impresa quella di raccontare, in una produzione italiana e con autori italiani, la fase di decadenza e oscurità di Nico, donna-simbolo dei Velvet Underground e poi gran musicista-cantante in proprio. Perché quello delle rockstar maledette non è proprio il terreno su cui il nostro cinema si sia meglio distinto in passato. Invece mission accomplished. Nico e l’eroina. La dannazione e l’autodistruzione come scelta di vita, o coazione. Il figlio subito sottratto dalla famiglia del padre (Alain Delon!). I tour in locali fumosi in un’Est Europa ancora sovietizzata. Gran performance di Tryne Dirholm, che canta pure molto bene le roche ballads di Nico. E gran vittoria di Susanna Nicchiarelli regista.

5) Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone
La favola seicentesca di Basile, già materia per un mitologico spettacolo musicale di Roberto De Simone degli anni Settanta, qui diventa una cammurriata nera nella Napoli tenebrosa della contemporaneità. O di un distopico futuro assai prossimo. Su una nave-casinò dominata da un perfido boss si raduna il peggio della ricca buona società, tra stravizi di ogni tipo. Con una Cenerentola giovinetta che se la deve vedere con sorellastre stronze  e corrotte (una en travesti) e una matrigna criminale. Musiche non all’altezza del tratto grafico, assai riuscito e degno dello standard internazionale, elevatissimo, del settore. Con Gatta Cenerentola  – incluso nella lista degli aspiranti all’Oscar 2018 come best animation feature: titolo inglese Cinderella the Cat – l’Italia dimostra di avere parecchio da dire in un settore strategico come l’animazione.

4) L’intrusa di Leonardo Di Costanzo

foto di Gianni Fiorito

Due donne in una periferia complicata di Napoli. Una dirige un centro per togliere i ragazzi dalla strada e creare loro intorno un’area di sicurezza. L’altra è un’ospite inattesa. Succede che una giovane donna in fuga, sposata a un boss della camorra, si rifugi lì con i due figli. Ma le madri dei ragazzini che frequentano il centro si coalizzano contro di lei, non la vogliono, la rigettano. E la responsabile è costretta a scegliere da che parte stare. Con chi stare. Leonardo Di Costanzo, anni di documentari alle spalle, orchestra pur nei suoi toni sommessi e apparenemente dimessi un potente melodramma che è anche un thriller etico. Con uno sguardo di rosselliniano rispetto per i personaggi.

3) Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza
Anche qui purtroppo vale la legge del nemo propheta in patria. Grassadonia e Piazza godono di maggiore e migliore reputazione all’estero che da noi. Con il precedente Salvo avevano vinto la Semaine de la critique a Cannes, e scusate se è poco (poi da noi non se l’è filato nessuno, as usual). Con questo loro secondo lungo la Semaine 2017 l’hanno aperta, con ottima risonanza sulla stampa straniera. Raccontare una turpe storia di mafia nei modi di un cinema altro, che non siano quelli pur rispettabili del cinema civile, dell’impegno, dello sdegno e della denuncia, è l’intento del duo Grassadonia-Piazza. La tonalità rischiosamente adottata è quella della fiaba nera, del fantastico, dei miti magnogreci (cui le rovine classiche immerse nel paesaggio alludono). Due ragazzini contro il mondo. Lui viene rapito da una cosca in quanto figlio di un collaboratore di giustizia, lei cercherà di ritrovarlo e salvarlo. Passaggi non sempre naturali e necessari tra il reale e il sur- e sub-reale, tra la realtà praticata e quella sognata. Si punta molto in alto, rischiando qualche volta la caduta e lo schianto. Ma Grassadonia-Piazza vincono la loro difficile scommessa. E la loro Sicilia quasi tutta interna e introflessa, di terra, di acque e di foreste, è un’altra sfida vinta ai cliché.

2) A Ciambra di Jonas Carpignano
L’americano-italiano Jonas Carpignano conferma tutto il buono e l’ottimo che aveva mostrato nel suo primo, fondamentale Mediterranea, film di riferimento per ogni succssivo cineracconto di migrazioni Africa-Europa. Questo A Ciambra – nome di un’enclave rom nell’entroterra calabro – è una sorta di spinoff di quello, da cui riprende il character del ragazzino Pio di famiglia rom, seguito da una mobilissima macchina da presa nel suo sbattersi e nella sua arte di arrangiarsi in un ambiente molto, molto complicato. Più che nel cinema etnografico, più che nel documentarismo, qui siamo nella totale immersione nella vita-così-com’è, senza più filtro a distanziare il regista-osservatore dal mondo osservato. Polemiche quando la commissione preposta l’ha scelto come nostro candidato all’Oscar del miglior film in lingua straniera. E ancora di più quando è stato escluso dalla shortlist. Si sarebbe dovuto puntare su un titolo più esportabile, più comprensibile in America, meno etnico, meno locale, hanno scritto i molti detrattori. Dissento. Il grande cinema italiano del dopoguerra raccontava stracci e miserie locali, eppure dialogava con il mondo. Il punto sta altrove. Nel numero abnorme di titoli che dai vari paesi vengono candidati all’Oscar per il miglior film in lingua straniera: stavolta si è raggiunto il record di 92. E spesso sono cose di tutto rispetto, già circolate in festival di primaria importanza e magari premiate. Il che rende la gara ogni anno più difficile. Certo ci vorrebbe un lavoro di supporto e promozione che non so se sia stato adeguatamente fatto in occasione della candidatura di A Ciambra (peraltro già conosciuto internazionalmente per via di un premio vinto alla Quinzaine e per essere stato inserito nella lista del premio Lux del parlamento europeo). Non credo che un altro nostro film avrebbe avuto migliori chance, non Fortunata di Castellitto e nemmeno il pur bellissimo La tenerezza di Amelio.

1) Surbiles di Giovanni Columbu
Il meglio del cinema italiano del 2017 arriva da un appartato cineasta sardo, indipendente ma indipendente davvero. Dopo il suo precedente, meraviglioso Su Re, ignominiosamente trascurato dai sopracciò della critica, stavolta Giovanni Columbu – curriculum di solido documentarismo e lavoro in Rai a Cagliari – ripercorre tra modi del cinema del reale e quelli del fantastico-horror casalingo la mitologia centro-isolana delle surbiles, streghe che si insinuano di notte in casa e portano a morte i bambini. Con un che del cinema etnografico di Vittorio De Seta, ma viene in mente anche quello asciutto e contadino di Ermanno Olmi, oltre ad altri grandissimi, Dreyer compreso. Un oggetto cinematografico indefinibile e a tratti indecifrabile, assai complesso e stratificato nella sua apparente semplicità, avvistato lo scorso agosto al festival di Locarno (ma purtroppo non messo in concorso) e poi inabissatosi chissà dove. Qualcuno lo recuperi e lo faccia girare, grazie.

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