Recensione: CORPO E ANIMA. Il bizzarro (e non così convincente) film vincitore dell’Orso d’oro alla scorsa Berlinale

Corpo e anima (titolo internazionale: On Body and Soul; titolo originale ungherse: Testről és lélekről ), un film di Ildikó Enyedi. Con Alexandra Borbély, Géza Morcsányi, Réka Tenki, Zoltán Schneider, Ervin Nagy. Ungheria.
201712288_1Dall’Ungheria un film eccentrico che mescola psicanalisi, surrealismo, animalismo. Per raccontare di come un lui assai disilluso e segnato dalla vita e una lei nevrotica estrema, cadano innamorati. Un po’ troppo arty, qua e là pericolosamente prossimo al kitsch, ma film non omologato. Vincitore a Berlino lo scorso febbraio (presidente di giuria era Paul Verhoeven), adesso in corsa per l’Oscar al miglior film in lingua straniera. Voto 6 e mezzo
Mi sa che ce lo ritroveremo film di culto, di quelli che vengono proiettati per alzare il tasso di artisticità di una programmazione e aureolarla di nobiltà. Certo non è un film qualunque, questo di una signora ungherese che, starà bene dirlo?, ha 62 anni e che fino a questo suo lavoro non è che si fosse fatta conoscere granché al di fuori dei festival (se mi sbaglio correggetemi, grazie). C’è del buono e del meno buono, in Corpo e anima (il titolo originale ungherese è bellissimo, ma impronunciabile). Con derive pericolosamente arty, psicanalismi selvaggi fuori tempo massimo, metafore azzardate, connessioni tra l’umano e l’animale che vorrebbero suggerire profondità ma son solo spicce. Un repertorio piuttosto greve che però – bisogna dire – mantiene nel trattamento di Ildikó Enyedi una sua leggerezza, una sua grazia. Perché alla fin fine tante escursioni nell’onirico e nel surreale e nell’inconscio individual-collettivo vanno a planare su una storia d’amore. Che difatti molto piacque ai signori e soprattutto alle signore in proiezione stampa alla scorsa Berlinale, dove poi avrebbe vinto (io non me l’aspettavo proprio) l’Orso d’oro.
Siamo in un mattatoio, forse a Budapest – il mattatoio si porta molto ultimamente nel cinema altoautoriale quale metafora trasparentissima della crudeltà universale. Il manager, un signore sui 50 e qualcosa magnificamente segnato dalla vita e dalle pene d’amore dunque seducentissimo agli occhi del popolo femminile (non direi di quello gay, che vuole la trionfale perfezione fisica mica la ruga addolorata), si ritrova faccia a faccia con la giovane donna appena assunta per il controllo qualità. Ossessiva, rigorosa fino all’autopunizione, afflitta dalla sindrome del noli me tangere, terrorizzata da ogni contatto intimo. Una nevrotica di purissima marca freudiana (del resto siamo nella Mitteleuropa che fu un tempo tutta impero austroungarico). Lui ne è attratto, ma come stabilire il contatto con una che in mensa mangia da sola e se lo offri un caffè scappa? Ci penseranno i sogni., e di più non dico. Se non che ci sono di mezzo cervi e boschi innevati.La realtà fuori dal sogno pone parecchi ostacoli, ma è facile immaginare come andrà a finire. Bizzarro, con avanguardismi datatissimi da cinema antonioniano anni Sessanta e un’attrice che difatti monicavitteggia come nei film dell’alienazione del grande ferrarese. Strano, pencolante verso il kitsch, ma non privo di una sua nobiltà. In oscillazione tra il cult movie e il guilty pleasure. Intanto dai tempi di Berlino Corpo e anima ha fatto carriera: adesso è nella shortlist dei candidati allOscar come migliore film in lingua straniera. Una consacrazione per la finora assai appartata regista magiara Ildikó Enyedi.

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