Recensione: MORTO STALIN, SE NE FA UN ALTRO. Già candidato a film più sopravvalutato dell’anno

OFF_TheDeathOfStalin_03-1Morto Stalin, se ne fa un altro (The Death of Stalin), un film di Armando Iannucci. Con Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Paddy Considine, Rupert Friend, Michael Palin, Andrea Riseborough, Jeffrey Tambor, Olga Kurylenko.
Arriva nei nostri cinema, dopo i trionfi londinesi, Morto Stalin, se ne fa un aktro (orrido titolo italiano al posto del sobrio e fattuale The Death of Stalin). E però delusione grande. Tratto da una graphic novel – signora mia, non son più i fumetti di una volta -, il film del molto quotato Iannucci ricostruisce in chiave grottesca la fine per ictus del Grande Dittatore Rosso e la lotta di potere che ne seguì. Solo che le battute non vanno sempre a bersaglio, anzi più no che sì. E poi, scusate, fino a che punto è lecito ironizzare su cose terrificanti come i crimini di Stalin e Beria? Voto 5
Siamo solo ai primi di gennaio, ma già Morto Stalin, se ne fa un altro si candida a titolo peggiore, e più triviale, del 2018. Perché mai non La morte di Stalin, come da originale? Anche ben piazzato, se è per questo, come film più sopravvalutato del 2018. Eppure stando al tam-tam e al can-can scatenatosi in Inghilterra, The Death of Stalin sembrava un film fondamentale. Di quelli che non ti puoi perdere. La dimostrazione definitiva, secondo i suoi estimatori, della superiorità dell’umorismo british, e dello spirito british, sul resto del mondo. Insomma, ci si aspettava il capolavoro, anche sulla scia di chi a Londra era stato e tornato e ne diceva mirabilie. Macché. Delusione quando un mese o poco più fa lo si è visto in concorso al Torino Film Festival. In questo film apparentememnte sofisticato e alto, e invece nel suo profondo di vera volgarità, si scherza pesante su cose maledettamente serie al fine di cavarne una black comedy ridereccia neanche così riuscita. Sì, certo, La morte di Stalin  – mi rifiuto di usare il titolo ufficiale italiano – del signor Armando Iannucci qualche risata te la strappa (comunque assai meno di quanto fosse l’obiettivo suo e degli autori tutti), ma scusate la molesta domanda: sarà lecito, o almeno di buongusto, ironizzare su faccende agghiaccianti quali i crimini di Stalin e i massacri seriali organizzati su scala gigante del suo sadico bracciodestro Beria? Boia e più boia. E sarà bello buttare in burla e farsaccia la morte del tiranno russo-georgiano in mezzo al suo piscio e gli intrighi di palazzo che immediatamente ne seguirono? Si evocano, e anche ricostruiscono con aderenza ai fatti, le paranoie dell’onnipotente signor Josef venuto dalla Georgia e assurto a czar del Kremlino, le liste dei morituri stilate a seconda dei suoi capricci e umori, gli arresti e i rastrellamenti all’alba, gli interrogatori con torture (e stupri) nelle peggio celle della Lubjanka. E no che non è bello, perché da ridere non c’è niente.
Ecco, sento già le urla e gli strepiti: ma è il diritto inalienabile alla satira! ma è l’ironia come arma di decostruzione e distruzione e denuncia del potere!, e via retoricizzando, tirando magari in ballo Charlie e altri martiri (sui guasti dell’ironia rimando i feticisti della battuta brillante alla lettura del fondamentale, quanto negletto in Italia, The Common Things di Jeremiah Purdy). Film come questo ti lasciano dentro una scia di malessere che non ce la fai a cancellare. Mi chiedo solo come mai il signor Iannucci (nome italiano ma identità rigorosamente britannica), che mi dicono essere autore sperimentato e talentuoso, vedi la premiata serie Veep – si sia buttato in un’avventura così rischiosa, senza peraltro ruscire a venirne a capo. Bizzarra già la partenza, una graphic novel francese di Fabien Nury e Thierry Robin, anche se non saprei dirvi se il grottesco del film venga da lì o ce l’abbia aggiunto di suo il regista-autore. Di sicuro il prodotto è di impeccabile confezione, con una Russia anni Cinquanta interamente rievocata in interni ed esterni inglesi che si fingono molto bene sovietici. Con un manipolo di attori perfettissimi e irresistibili come solo il cinema made in UK riesce ad assemblare.
Marzo 1953. Il Grande Dittatore Rosso viene colpito – di notte, mentre è solo nella sua camera da letto – da emorragia cerebrale. Passano ore decisive e probabilmente per lui fatali prima che si chiami un medico perché, intorno al suo corpo sacralizzato e temuto (si legga Il corpo del duce di Sergio Luzzatto, Einaudi: parla di Mussolini, ma il discorso è estensibile ai tiranni di tutto il secolo breve) si scatena subito la grande partita della successione, i gerarchi del comitato centrale e del partito attenti a non fare la mossa sbagliata che li potrebbe perdere. E poi, quali medici precettare visto che i più bravi son stati spazzati via qualche mese prima dall’ennesima paranoica purga ordinata da Stalin? (le vittime erano quasi tutti ebrei: un esempio di antisemitismo mascherato da patriottismo comunista). In fondo, a risultare interessante in questo The Death of Stalin non è tanto l’operazione satirica, quanto la ricostruzione degli eventi. Come un RaiStoria, però con gran dispiegamento di mezzi e un più alto tasso di spettacolarità e narrativizzazione. Potrei sbagliarmi, ma l’impressione è che i fatti siano ripercorsi con fedeltà, solo osservati attraverso la lente deformante del grottesco. Come in una lotta darwiniana, nella partita di successione sopravvivono, e vincono, i più furbi e più forti. In testa l’apparentemente modesto e qualunque Krushev, che riesce a ordire il complotto che porterà alla defenestrazione (e alla morte ) dell’abominevole Beria, il vero villain di questo film, e di quel pezzo di storia noventesca. Il clima di sospetto e paura generalizzati, la delazione diffusa, la sensazione di morte incombente di quei terribili, ferrigni anni di tenebra sono la lezione vera che The Death of Stalin ci consegna. Ed è anche quello che resta del film. L’ironia, quella no, quella non passa ed è del tutto superflua. Non solo per quanto detto sopra, ma anche perché Iannucci si ferma a metà. Almeno avesse spinto a fondo e impudicamente sulla farsaccia, magari nell’eccesso il film avrebbe trovato un suo senso, una sua direzione e una qualche giustificazione. Così è solo un prodotto anfibio, irrisolto, paraculo e indeciso a tutto. Pure con un ritmo sonnolento. E noi che ci aspettavamo un crepitio di battute, quel velocissimo ping-pong dei migliori dialoghi da black british comedy. Occasione mancata.

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