Recensione: NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek. Godere di un film che non ti è piaciuto

foto Gianni Fiorito

Foto Gianni Fiorito

Napoli velata, regia di Ferzan Ozpetek. Sceneggiatura di Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli, Valia Santella. Con Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Luisa Ranieri, Lina Sastri, Isabella Ferrari, Maria Luisa Santella, Peppe Barra, Biagio Forestieri, Loredana Cannata, Angela Pagano, Maria Pia Calzone, Carmine Recano.

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Si comincia con due scene al limite del kitsch (e anche oltre): la figliata dei femminielli e l’ormai celebre incontro sessuale tra Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi. Si va avanti con un noir napoletano intorcinatissimo dove non si capisce (quasi) niente. Eppure questo Ozpetek ti intrappola e Napoli è una meraviglia, as usual. Basta dimenticare ogni sdegnosità cinefila e ci si diverte parecchio. Si potrà ancora dire guilty pleasure? Se sì, questo lo è. Voto 6

Foto Gianni Fiorito

Ci si interrogava sul titolo, prima di vederlo. Scusi, Napoli velata in che senso?, si sarebbe voluto chiedere a Ozpetek. Per via di qualche velo islamico indossato inopinatamente da una Mezzogiorno, una Bonaiuto, una Ferrari, una Sastri, una Calzone (tutte nell’affollato cast)? O piuttosto nel senso antico-omosessuale, prima della rivoluzione gay e di ogni pride e coming out, quando velata (al femminile) si diceva di maschio che nascondeva la sua omosessualità e la copriva con un’apparente eterosessualità magari dotata di moglie e figli? E dunque, ci si chiedeva ancora, sarà questo film un qualcosa sulla Napoli omoerotica segreta e cunicolare e sotterranea? Tantopiù che eran trapelate notizie sulla figliata dei femminielli ri-messa in scena da Ferzan Ozpetek (tutto parte da Curzio Malaparte che in La pelle – capolavoro! leggere e rileggere per credere – riporta alla luce della letteratura e della cronaca questo rito antico in cui i femminielli napoletani simulano il parto, rito messo in cinema ben prima di Ozpetek da Liliana Cavani nell’assai bello e maledetto film che da Malaparte fu tratto nei tardi anni Settanta).
Macché. Al bando interpretazioni così triviali, così corrive. Né veli islamici né maschi omosessuali che si occultano. Ozpetek nel pressbook ci scaglia sui piani assai più elevati  e nobili del simbolico avvertendoci come la sua Napoli sia velata in tutt’altro senso. In quello del “velo (che) non occulta ma svela”, “così come nella scultura marmorea del Cristo velato il velo, proprio coprendolo, rivela ancora meglio le forme del volto” (difatti il regista stanbuliota e ormai romano ce lo mostra, il settecentesco Cristo velato di Giuseppe Sanmartino custodito nella partenopea Cappella Sansevero, fissandolo come marchio di una città, e del suo film). Ci siamo intesi, siamo nel campo della metafora dura e pura. Dove la formula Napoli velata vorrebbe rimandare all’ambiguità di una città inafferrabile, impenetrabile, eternamente misterica, doppia, multipla, dove tutto-niente è ciò che appare e viceversa. Ma anche, dico io, comodo alibi per la felpata pratica cinematografica del vedo e non vedo, del mostro ma mica troppo, che da sempre è di Ozpetek, autore che predilige l’allusione e il non detto, o il mezzo detto, alla luce piena, all’esplicito. Il che qualche volta funziona, spesso no. Tra tanto velare per svelare o per meglio nascondere, si finisce con lo smarrirsi e il capire poco, quasi niente, di un film che gioca un po’ troppo, e come può, con il thriller alla Hitchock e alla De Palma, con il gothic e il supernatural affogando tutto nella penombra. E rifiutandosi di connettere in un insieme coerente e plausibile le troppe piste narrative e le trame e sottotrame di cui il racconto è ingolfato. Tutto resta indistinto, magmatico. Affiorano qua e là brandelli di una qualche possibile soluzione, ma i vuoti non colmati e i misteri restano troppi. E però non val la pena prendere Napoli velata per un thriller vero e serio andando disperatamente alla ricerca di una spiegazione: non lo è mai (un thriller vero e serio), sicché meglio abbandonarsi al flusso di immagini, alla fiera barocca che Ozpetek ci serve. Perché questo film è il suo meglio, o il meno peggio, da parecchio tempo in qua, basta non scandalizzarsi per il kitsch strabordante e quella pretenziosità da opera d’autore smaccatamente esibita e perseguita (e dunque clamorosamente fallita), e abbandonarsi al piacere inconfessabile di quella sottospecie di kitsch che è il camp (categoria intimamente connessa al gusto e allo sguardo omosessuale maschile). Allora, che goduria non appena si abbassa il controllo critico, non appena si smette di atteggiarsi a cinefili contegnosi e sussiegosi, e ci si sbarazza finalmente del Super Io modellato sulle pagine arcigne dei Cahiers du Cinéma. Chiamiamolo guilty pleasure, questo Ozpetek. In un piacere che va oltre ogni senso dell’imbarazzo e del ridicolo e si alimenta dei clamorosi, evidentissimi difetti, limiti, goffaggini del suo stesso oggetto. Del resto, come si fa a prendere sul serio un film che comincia con il rito della figliata fintissimamente rifatto (dietro un velo bianco, of course) come un presepe in una casa altoborghese, con i soliti radicalscicchisti ad assistere. La figliata, che in Malaparte è cerimonia barbara e selvaggia, affondata nei più scuri anfratti del mondo mediterraneo, e che qui è una pastorelleria gay assai caruccia e depotenziata. E come si fa a prendere sul serio la scena erotica immediatamente successiva, già celebre e di sicuro alla base dell’ottimo esito di Napoli velata al box office (superati i 3 milioni di incasso, si veleggia verso i 4, e per un film italiano non è poco di questi tempi grami): mi riferisco alla scopata che si vorrebbe scatenata tra Adriana/Giovanna Mezzogiorno e l’ambiguo (velato?) Andrea/Alessandro Borghi. Si sogghigna per come i due si palpano e strappano i vestiti e si baciano e leccano e si usmano a vicenda, perché non c’è mai, dico mai, una qualche verità, una vera chimica, un barlume di attrazione. Con bocche che si avvicinano alle zone proibite ma poi si arrestano un frammento di secondo prima del fatale contatto. Con simulazioni di penetrazioni più omo che etero. Con il quasi full frontal di Alessandro Borghi, sempre inquadrato nudissimo però di squincio in un trionfo ozepetekiano – quasi un manifesto teorico – dell’oso ma non troppo, del mostro però a metà e anche meno. Eppure, come non restare imbrigliati in questo gioco? Di lì a poco il noir napoletano decolla (insomma). La signora Adriana, di mestiere anatomopatologa, si ritrova sul tavolo dell’obitorio da sezionare il cadavere del bell’Andrea (era una vita che nel cinema italiano non si feticizzava così sfacciatamente un corpo maschile). Disperazione della signora. Ma ecco che in giro per la città nei giorni seguenti l’Adriana avvista l’Andrea, sempre nel suo rigoglio di bellone e per niente morto amamazzato. Sono il suo gemello!, rivela lui non appena approcciato dall’Adriana ansiosa di riprendere i riti della carne. E, ci siamo capiti, siamo proprio in La donna che visse due volte, solo a sessi invertiti. Man mano lo psycho-thriller si intorcina, mentre a spadroneggiare è una Napoli magari convenzionale però insidiosamente bella e benissimo fotografata, e restituita nella sua magnificenza slabbrata, dove il visibile sembra aprirsi su un oltre e altro che non è di qui. La linea narrativa si incasina, si arruffa, di scompone e decompone, e noi, intrappolati nel labirinto, a non capirci più niente. Intanto Ospetek si sfrena in sequenze celibi e per niente necessarie alla trama (quale trama?), e massimamente fiammeggianti. La tombola dei femminielli, il tempio massonico con un’enorme vagina-altare-totem, la corte en travesti del personaggio di Peppe Barra (sublime, of course), la caverna dei reperti dove troneggiano certe sinistre sciure napoletane, la lurida donna-oracolo (modellata, immagino, sull’analoga scena dell’ermafrodita del Fellini Satyricon). Ancora: Adriana che aspetta Andrea al museo archeologico, con naturalmente tutti noi cinefili a esclamare, estasiati pur non volendolo: ma è puro Viaggio in Italia! è Rossellini-Bergman! (nel senso di Ingrid). E fa niente se tra Rossellini e Ozpetek ci corre una distanza che neanche gli anni luce di Star Wars riescono a misurare. È che il regista e i suoi sceneggiatori da un certo punto in avanti non ce la fanno più a governare il groviglio che loro stessi hanno creato, restando stritolati dall’eccesso e dall’eterogeneità dei materiale narrativi messi in campo. Napoli velata sfugge al controllo dei suoi autori (figuriamoci a noi spettatori) e diventa una macchina impazzita. Diciamo che la linea narrativa Adriana-Andrea va per conto suo e non si salda mai con quella che ruota intorno ai reperti archeologici. Si esce infuriati per tanta confusione e l’indigeribile overdose di kitsch. Poi. Poi però passano i giorni e ti rendi conto che quel film-spazzatura – tale ti era sembrato – un qualcosa ti ha disseminato dentro. Dentro la testa e in altre zone del corpo. Qualcosa che continua a lavorare nel tuo ricordo e ad affiorare, come i reperti ripescati da Andrea. Ozpetek alla fine misteriosamente vince la sua partita, allora ti arrendi, e dal voto 3 che gli volevi dare da spettatore indignato passi a un più riflessivo 6. Scoprendoti perfino a ripensare a quella ridicola scena di ridicolo erotismo tra Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi (intanto son già di culto Isabella Ferrari e Lina Sastri, bionda!, quale signore officianti i riti più foschi di Napoli. Velata, ovvio).

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